LA SELEZIONE CATTOLICA – Non si può amare Dio senza combattere

FONTE: cordialiter.blogspot.it
TITOLO: La carità suppone il sacrificio
AUTORE: Padre Adolphe Tanquerey
In paradiso ameremo senza bisogno di immolarci, ma sulla terra la cosa corre altrimenti. Nello stato attuale di natura decaduta ci è impossibile di amare Dio con amore vero ed effettivo senza sacrificarci per Lui.
 
[…] Noi non possiamo amar Dio senza combattere e mortificare queste tendenze; è lotta che comincia col primo svegliarsi della ragione e termina solo con l’ultimo respiro. Vi sono, è vero, momenti di sosta, in cui la lotta è meno viva; ma anche allora non possiamo disarmare senza esporci ai contrattacchi del nemico. È un fatto provato dalla testimonianza della Sacra Scrittura.
 
1° La Sacra Scrittura ci dichiara apertamente la necessità assoluta del sacrificio o dell’abnegazione per amar Dio e il prossimo.
 
A) A tutti i suoi discepoli rivolge Nostro Signore questo invito: “Chi vuol seguir me, rinneghi sè stesso, prenda la sua croce e mi segua: “Si quis vult post me venire, abnegat semetipsum, tollat crucem suam et sequatur me”. Per seguire Gesù ed amarlo, è condizione essenziale il rinunziare a sè stesso, cioè alle cattive tendenze della natura, all’egoismo, all’orgoglio, all’ambizione, alla sensualità, alla lussuria, all’amore disordinato delle comodità e delle ricchezze; è il portare la propria croce, accettare i patimenti, le privazioni, le umiliazioni, i rovesci di fortuna, le fatiche, le malattie, in una parola tutte quelle croci provvidenziali che Dio ci manda per provarci, per rassodarci nella virtù e facilitarci l’espiazione delle colpe. Allora, e allora soltanto, si può essere suoi discepoli e camminare per le vie dell’amore e della perfezione.
 
Gesù conferma questa lezione col suo esempio. Egli che era venuto dal cielo espressamente per mostrarci il cammino della perfezione, non tenne altra via che quella della croce: Tota vita Christi crux fuit et martyrium. Dal presepio al Calvario è una lunga serie di privazioni, d’umiliazioni, di pene, di fatiche apostoliche, coronate dalle angoscie e dalle torture della dolorosa sua passione. È il commento più eloquente del “Si quis vult venire post me”; se ci fosse stata altra via più sicura, ei ce l’avrebbe mostrata, ma sapendo che non c’era, tenne quella per trarci a seguirlo: “Quando sarò elevato da terra, attirerò a me tutti gli uomini: “Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad me ipsum”. Così l’intesero gli Apostoli che ci ripetono, con S. Pietro, che se Cristo patì per noi, lo fece per trarci alla sua sequela: “Christus passus est pro nobis, vobis relinquens exemplum ut sequamini vestigia ejus”.
 
B) Tal è pur l’insegnamento di S. Paolo: per lui la perfezione cristiana consiste nello spogliarsi dell’uomo vecchio e rivestirsi del nuovo, “exspoliantes vos veterem hominem cum actibus suis et induentes novum”. Or l’uomo vecchio è il complesso delle cattive tendenze ereditate da Adamo, è la triplice concupiscenza che bisogna combattere e infrenare con la pratica della mortificazione. Dice quindi nettamente che coloro che vogliono essere discepoli di Cristo devono crocifiggere i loro vizi e i loro cattivi desideri: “Qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis”. È condizione essenziale, tanto ch’egli stesso si sente obbligato a castigare il suo corpo e a reprimere la concupiscenza per non rischiare di essere riprovato: “Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte, cum aliis prædicaverim, ipse reprobus efficiar”.
 
C) S. Giovanni, l’apostolo dell’amore, non è meno chiaro e netto: insegna che, per amar Dio, bisogna osservare i comandamenti e combattere la triplice concupiscenza che regna da padrona nel mondo; e aggiunge che se si ama il mondo e ciò che è nel mondo, cioè la triplice concupiscenza, non si può possedere l’amor di Dio: “Si quis diligit mundum, non est caritas Patris in eo”. Ora per odiare il mondo e le sue seduzioni, è chiaro che bisogna praticare lo spirito di sacrificio, privandosi dei piaceri cattivi e pericolosi.
 
2° Ed è del resto necessaria conseguenza dello stato di natura decaduta […], e della triplice concupiscenza che dobbiamo combattere […]. È impossibile infatti amar Dio e il prossimo senza sacrificar generosamente ciò che si oppone a questo amore. Ora, come abbiamo dimostrato, la triplice concupiscenza s’oppone all’amor di Dio e del prossimo; bisogna quindi combatterla senza tregua e pietà, se vogliamo progredire nella carità.
 
Rechiamo qualche esempio. I nostri sensi esterni corrono avidamente verso tutto ciò che li solletica e mettono in pericolo la fragile nostra virtù. Che fare per resistervi? Ce lo dice Nostro Signore coll’energico suo linguaggio: “Se il tuo occhio destro è per te occasione di caduta, cavalo e gettalo via da te: è meglio per te che perisca uno dei tuoi membri, anzichè tutto il tuo corpo venga gettato nell’inferno”. Il che significa che bisogna saper staccare con la mortificazione gli occhi, le orecchie, tutti i sensi da ciò che è occasione di peccato; altrimenti non c’è nè salvezza nè perfezione.
 
Lo stesso si dica dei nostri sensi interni, specialmente della fantasia e della memoria; chi non sa a quali pericoli ci esponiamo se non ne reprimiamo sul nascere i traviamenti?
 
Le stesse nostre facoltà superiori, l’intelligenza e la volontà, sono soggette a molte deviazioni, alla curiosità, all’indipendenza, all’orgoglio; quanti sforzi non sono necessari, quante lotte sempre rinascenti per tenerle sotto il giogo della fede e dell’umile sottomissione alla volontà di Dio e dei suoi rappresentanti!
 
Dobbiamo dunque confessare che, se vogliamo amar Dio ed il prossimo per Dio, bisogna saper mortificare l’egoismo, la sensualità, l’orgoglio, l’amore disordinato delle richezze, onde il sacrifizio diventa necessario come condizione essenziale dell’amor di Dio sulla terra.
 
È questo in sostanza il pensiero di S. Agostino quando dice: “Due amori hanno fatto due città: l’amor di sè spinto fino al disprezzo di Dio ha fatto la città terrestre; l’amor di Dio spinto fino al disprezzo di sè ha fatto la città celeste”. Non si può, in altre parole, amar veramente Dio che disprezzando se stesso, cioè disprezzando e combattendo le cattive tendenze. In quanto a ciò che vi è di buono in noi, bisogna esserne grati al primo suo autore e coltivarlo con sforzi incessanti.
 
La conclusione che logicamente ne viene è che, se per essere perfetti bisogna moltiplicare gli atti d’amore, non è meno necessario moltiplicare gli atti di sacrificio, poichè sulla terra non si può amare che immolandosi. Del resto si può dire che tutte le nostre opere buone sono insieme atti d’amore e atti di sacrificio: atti di sacrificio in quanto ci distaccano dalle creature e da noi stessi, atti di amore in quanto ci uniscono a Dio. Resta quindi da vedere in che modo si possano conciliare insieme questi due elementi.
(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 – 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista – Desclée & Co., 1928)
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

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