LA SOSTA – Per l’ “Islam radicale” occorrerebbe un “Occidente radicale”, ma “radicale” nello spirito, non nella depravazione

Cari pellegrini, ancora un attentato e ancora a compierlo è stato un musulmano perfettamente integrato nella società occidentale, talmente integrato da essere cittadino britannico.

Eppure molti sono convinti che al contatto con la “civiltà” occidentale (civiltà tra virgolette perché non è più quella vera, bensì quella degradata della postmodernità) l’Islam finirà inevitabilmente con il “secolarizzarsi”.

No, non è così. Il mondo occidentale, impoverito da una logica puramente economica e materialista, non riesce a capire.

Certamente l’Islam non potrà realizzare i suoi progetti, perché la Provvidenza lo impedirà; ma ciò non significa che sia assai debole la speranza di una sua “secolarizzazione”. E ciò per un motivo molto semplice: perché l’Islam è già di per sé una religione “secolarizzata”.

Ci sono diversi argomenti per capire quanto l’Islam non rischi nulla al contatto con l’edonista e opulento Occidente.

1.L’Islam, a differenza del Cristianesimo, non conosce il concetto di “vita interiore”. Non afferma il valore della Grazia e non parla di un’ascesi come capacità di rinunciare e di dominare se stessi.

2.Nell’Islam la santità non sta in una conformazione totale e integrale alla volontà di Dio, ma in una sorta di adempimento legalistico e formale.

3.Il “paradiso” islamico non consiste nel “possesso” di Dio e nella visione beatifica di Dio stesso, ma nel godimento di una serie di piaceri terreni vissuti all’estremo.

4.Perfino coloro che prendono più sul serio e in modo più radicale il Corano non hanno preoccupazione a “godersi” la vita. Non è raro che i cosiddetti “kamikaze”, fino al giorno prima degli attentati, vadano in discoteca, a donne e a divertirsi, convinti che tali comportamenti non siano affatto in contrasto con l’atto di fede islamico.

5.Molti terroristi vengono da classi medio-alte, laddove il tenore di vita è tutt’altro che sobrio. Mohammed Atta, il capo del commando degli attentati alle Torri Gemelle, era non solo figlio di uno degli avvocati più famosi dell’Egitto, ma egli stesso ingegnere. Ha vissuto perfettamente integrato prima in Germania e poi negli Stati Uniti. Usava carte di credito e tutte le comodità della civiltà occidentale.

6.Da tempo sondaggi affermano che la metà o poco più di giovani musulmani di Londra, di seconda generazione (il che vuol dire perfettamente integrati, che non sono cresciuti o forse non sono stati mai nelle terre di origine dei loro padri), desiderano che al più presto nel Regno Unito entri in vigore la sharJa.

7.Per concludere. Sappiamo che le banche islamiche hanno un sofisticato sistema per evitare il cosiddetto “peccato di usura”, ma sappiamo anche che i ricchi musulmani non disdegnano di lucrare con il denaro. Prima dell’attentato dell’11 settembre, Bin Laden  vendette tutte le azioni che aveva nelle compagnie aeree ben sapendo che ci sarebbe stato un tracollo in questo settore commerciale.

Cari pellegrini, diciamoci piuttosto un’altra cosa, e cioè che la forza dell’Islam radicale ormai sta nel fatto che l’Occidente non è più “radicale”. Meglio: è radicale nella sua depravazione, non nella sua dimensione spirituale.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

Share on:

Be the first to comment on "LA SOSTA – Per l’ “Islam radicale” occorrerebbe un “Occidente radicale”, ma “radicale” nello spirito, non nella depravazione"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*