La Tappa: La Bellezza di abbandonarsi alla tenerezza dell’Immacolata (video e testo)

Ti offriamo il video e il testo della Tappa

Testo della Tappa

Primo passaggio

L’ineluttabilità del bisogno

Per quanto riguarda questo passaggio riprendiamo alcuni passaggi del primo capitolo del libro di Corrado Gnerre: Il Natale e il presepe nel cuore dell’uomo.

 Il periodo in cui il bambino si trova nel grembo della madre è molto importante. Il temperamento si forma anche (se non soprattutto) lì. Il bimbo nel grembo risente inevitabilmente degli stati d’animo della madre. Cosa può accadere quando la mamma dovesse vivere una gravidanza sofferta da essere in dubbio se abortire o no, da sentirsi affastellare la mente da brutti pensieri per i quali scacciare una vita può essere la soluzione migliore?

Ma se questo è vero per quanto riguarda la formazione del carattere è ancor più vero per quanto riguarda un’altra cosa, la nostalgia. Il bambino che cresce e quindi il futuro uomo portano sempre con sé la nostalgia di quel periodo … anche se, ovviamente, non ne hanno un ricordo consapevole.

 Si tratta di una nostalgia che origina l’idea di essere accolti. Si esprime nella dimensione del bisogno di affettività che prende ogni essere umano.

E’ un desiderio di essere accolti che possiamo anche definire ed indicare come desiderio di essere ri-accolti. “Ri-accolti”, perché quella sensazione già è stata vissuta e causa l’esperienza personale della nostalgia.

Tutta la vita umana si esprime -poco consapevolmente e molto inconsapevolmente- nell’incisività di questa sensazione. Il tempo che passa, la convinzione che tutto si sta perdendo sono sempre espressioni di un desiderio, quello, appunto, di essere ri-accolti.

Se questo è vero per l’uomo, lo è maggiormente per l’Uomo-Dio. Vi chiederete del perché abbiamo detto “lo è” e non invece “lo è stato”. Perché l’Incarnazione non si è esaurita nella storia, ma continua per l’eternità: per sempre il Verbo sarà nella natura umana. Dunque, Dio, per l’esperienza vissuta nella sua umanità e considerando che tale umanità l’avrà per l’eternità, ancora adesso sperimenta questa “nostalgia”.

Molti autori hanno scritto sull’amore infinito che il Verbo ha per la Sua Santissima Madre, ma andrebbe anche sottolineato quanto questo stesso Dio desideri ancora adesso l’amore di Sua Madre: di essere cioè perpetuamente ri-accolto nel Grembo di Lei.

Certamente, qui bisogna stare molto attenti, perché in teologia i termini devono essere precisi e non si può – né si deve – sbagliare, ma possiamo dire che l’Incarnazione ha posto il Dio incarnato nel bisogno e nella nostalgia dell’amore che la Madre ha avuto e ha per Lui.

D’altronde non ci sembra di forzare i concetti più del dovuto. Sappiamo che la scuola francescana da un certo punto di vista “risolve” la questione della sofferenza di Dio affermando: Dio non può soffrire, ma per farlo si è incarnato. San Pio da Pietrelcina (1887-1968) amava dire così. Ma anche la scuola carmelitana può dirci molto. San Giovanni della Croce (1542-1591) a proposito dell’Incarnazione scrive in una sua poesia: (…) il pianto dell’uomo in Dio, / e nell’uomo l’allegria, / sono due cose che all’uno e all’altro / erano estranee fino ad allora.”

Potremmo dire: Dio non ha ontologicamente bisogno di essere amato, ma per vivere questa esperienza si è incarnato. Ora, la bellezza e l’unicità stanno proprio nel fatto che questo bisogno non è stato solo vissuto ma è ancora vissuto adesso dal Verbo incarnato che è in Paradiso.

L’immagine qui sopra mostra chiaramente un’originalità del Cristianesimo, ovvero una bellezza che nessuna religione sa esprimere. C’è un Dio che tende le braccia (le tenere braccia di un bambino) verso la Mamma. Ma attenzione: si tratta di un Dio che ancora adesso tende le sue braccia verso la Madre insegnandoci la verità del bisogno.

Nel Riccardo II (Atto I, Scena III) Shakespeare fa dire ad un personaggio: “Il bisogno ti insegni a ragionare in guisa da renderti persuaso che nessuna virtù può eguagliare il bisogno.” Sono parole vere, che però vanno correttamente interpretate. Come il timore di Dio è il presupposto dell’ascesi ma non è ancora la perfezione, così il bisogno è il presupposto dell’amore ma non è ancora il vero amore per l’amato. Solo in questo senso la frase “nessuna virtù può eguagliare il bisogno” può essere condivisa.

Ma è innegabile quanto questa affermazione di Shakespeare confermi ciò che stiamo dicendo: il bisogno è ciò che umanamente è più vero, ed è il bisogno che può davvero far ragionare (“Il bisogno ti insegni a ragionare”), cioè può spingere l’uomo ad assumere nei confronti della realtà di se stesso una posizione correttamente realista e non invece quella dell’idealistica illusione di un’immaginaria autosufficienza.

Su questo potremmo dire tante cose. Viene da pensare al mondo contemporaneo che si è costruito proprio sulla menzogna della negazione della tensione umana del bisogno. Tutto il pensiero moderno si è sviluppato sulla negazione di questa constatazione realista; constatazione secondo cui l’uomo ha bisogno, convive con il bisogno e viene definito dal bisogno.

Il pragmatismo di John Dewey (1859-1952) arriva a negare la necessità delle domande di senso e la loro importanza nell’indagine filosofica: “L’eliminazione dei problemi tradizionali non dovrebbe permettere alla filosofia di dedicarsi ad uno scopo più fruttuoso e più necessario? Non dovrebbe incoraggiare la filosofia ad affrontare i grandi difetti e le grandi difficoltà sociali e morali di cui l’umanità soffre, e rivolgere la propria attenzione sul modo di scoprire le cause e l’esatta natura di tali mali e sviluppare un’idea chiara di migliori possibilità sociali; in breve sul modo di proiettare un’idea o un ideale, i quali anziché esprimere il concetto di un altro mondo o di méte lontane e inattuabili, fossero impiegati come metodo per comprendere e correggere specifici mali sociali?”

Nulla di più astratto e anche di più “basso”. Sì, di più “basso”, perché l’altezza di un’affermazione e quindi di un’idea è data dalla capacità di coinvolgere quanto più possibile la totalità del reale. Di abbracciarlo quanto più completamente.

Secondo Passaggio

Dall’ineluttabilità del bisogno, la bellezza di un dono di una Mamma Celeste

Tornando all’immagine. Il Divino Bambino tende le sue piccole braccia verso la Madre e il suo sguardo incrocia quella della Mamma quasi a supplicarle amore e protezione. Lì è Dio, nella piena consapevolezza della Sua divinità, che mendica l’amore materno.

In nessun’altra religione si arriva ad esprimere una simile affascinante grandezza: la grandezza di un Dio che si abbandona alla Madre e che si fa generare dalla Madre.

Maria, così piccola, contiene l’universo intero.

Sant’Efrem il Siro (circa 306-373) così scrive nell’Inno 7 alla Vergine: “Venite, sapienti, ammiriamo Maria Vergine, figlia di Davide, quel fiore di bellezza che ha generato la meraviglia. Ammiriamo la fonte da cui è scaturita la fontana, la nave carica di gioia che porta fino a noi il messaggio del Padre. Ella ha accolto e portato nel seno purissimo quel Dio infinito che governa la creazione, Colui attraverso il quale regna la pace sulla terra e nei cieli. Venite, ammiriamo la Vergine purissima, meraviglia delle meraviglie. Unica fra le creature, ella ha generato senza aver conosciuto uomo. La sua anima era colma di stupore e ogni giorno glorificava Dio nella gioia per quei doni che sembrava non potessero coesistere: l’integrità verginale e il figlio prediletto. Sì, benedetto sia colui che da lei è nato!…  Ella lo porta in grembo e canta le lodi con dolci cantici : « Figlio mio, il tuo posto è al di sopra di ogni cosa, ma per tua volontà hai trovato posto in me. I cieli sono troppo limitati per la tua maestà ed io, così piccola, ti porto in grembo!

 Una Madre per Dio, una Madre per gli uomini. D’altronde tutto nella Verità Cattolica è testimonianza coerente di Dio. Dio non decide di essere buono, è il bene; e così Dio stesso non si limita ad indicare l’importanza di riconoscere la Madre, si fa veramente figlio di una madre.

Terzo Passaggio

La bellezza della centralità della Mamma Celeste

 Nel Cristianesimo tutto parla di Cristo, né potrebbe essere diversamente visto che il Cristianesimo si chiama così (“Cristianesimo”, per l’appunto da Cristo), tutto riconduce a Lui, tutto è illuminato da Lui e tutto si comprende grazie alla Sua Parola.

Ma nel Cristianesimo c’è anche una centralità dell’Immacolata, che non contraddice la centralità di Cristo, anzi la conferma. In un certo qual modo possiamo dire che, individuando la centralità dell’Immacolata, si può più facilmente cogliere e capire la centralità di Cristo.

Di esempi se ne potrebbero fare tanti. Ne indichiamo uno che è legato ad un elemento centrale della vita cristiana, la Grazia.

Si sa che tutto il Cristianesimo è di fatto riducibile all’immagine giovannea della “vite e dei tralci” (Giovanni 15), allorquando Gesù indica se stesso come la vite e noi come i tralci: se i tralci non sono innestati nella vite, si seccano e servono solo per essere gettati nel fuoco. In questa immagine non compare mai la parola “linfa”, eppure essa è la vera protagonista. E’ infatti proprio la linfa che permette ai tralci di vivere, linfa che essi ricevono dalla vite; se invece i tralci sono separati dalla vite, non ricevono nulla, si seccano e non servono se non per essere bruciati. In questa immagine la linfa simboleggia la Grazia: come il tralcio non può vivere senza la vita così l’uomo non può avere la vera vita (che è quella soprannaturale ed eterna) se non è innestato in Cristo.

Purtroppo ai nostri giorni, in un evidente clima di deriva “mondana” del Cristianesimo, per cui il Cristianesimo spesso viene ridotto a manuale del politicamente corretto, si dimentica di ricordare la centralità della Vita di Grazia e che, senza questa, a nulla valgono gli sforzi umani.

Torniamo alla centralità dell’Immacolata che conferma la centralità di Cristo. Chi ha permesso che l’uomo potesse riottenere il dono della Grazia dopo che l’ebbe perso con il peccato originale? La risposta è molto semplice: l’Immacolata. E’ stato il suo fiat detto all’Angelo al momento dell’Annunciazione che ha permesso la Grazia di riottenere la Grazia. Ecco che diventa chiaro come la centralità di Cristo si collega alla centralità dell’Immacolata e la centralità dell’Immacolata si collega alla centralità di Cristo.

Ma l’Immacolata non solo ha donato la Grazia con il suo “sì”; Ella ci fa anche capire la serietà della Grazia, o meglio come l’uomo debba rapportarsi a questo immenso e insostituibile Dono.

Per capire questo ci serviamo di un bel dipinto che è al Museo Correr di Venezia, la Madonna Frizioni dell’artista Giovanni Bellini (1427-1506).

 

Ciò che colpisce in questo quadro è lo sguardo della Vergine. Sembra all’inizio uno sguardo perso ma non è così, è uno sguardo di offerta. E’ serio, velato da una certa ma controllata tristezza che è esito della consapevolezza di quanto le sarebbe costata quell’offerta: la passione e la morte di Suo Figlio per la nostra salvezza.

E’ uno sguardo che non è rivolto al Divino Bambino, ma è l’esito di un amore smisurato per Colui che, pur non guardandolo in quel momento, protegge con amorevole cura badando bene che nessuno gli faccia del male o che possa cadere da quello che sembra una specie di muretto.

E’ uno sguardo di dono, ma che fa anche capire quanto le sia costato e le costerà quel Dono.

E’ uno sguardo che c’invita a riflettere a quali responsabilità andremmo incontro qualora decidessimo di non corrispondere e di rifiutare quel Dono.

Se fissiamo attentamente gli occhi della Vergine e soprattutto se li fissiamo per un po’ di tempo, ci accorgiamo che essi parlano dicendoci: Prendete, io vi offro Colui che è la Ragione di tutto, ma mi raccomando: state attenti, non lo offendete mai, non lo abbandonate mai, trattatelo con cura come io adesso lo sto trattando.

Anche lo sguardo del Bambino sembra sottolineare questo. E’ uno sguardo serio, motivato dalla conoscenza del dolore che sta patendo e che patirà la Mamma.

In questi due sguardi, che pur non incrociandosi comunicano vicendevolmente uno stesso stato d’animo, c’è la serietà della Grazia che ci obbliga ad usufruirne ma ci obbliga a conservarla come il dono più prezioso. 

Quarto Passaggio

La logica e la storia della devozione mariana

 In questo quarto passaggio percorriamo un itinerario più specificamente apologetico rispondendo a due domande fondamentali:

Qual è la logica della devozione mariana?

Quando è nata la devozione mariana?

Qual è la logica della devozione mariana?

Sono tre i motivi per cui la devozione mariana è indispensabile nella vita del cristiano.

Il primo riguarda la natura stessa della Vergine. Ella, pur non essendo divina (la Chiesa da sempre ha parlato di ipervenerazione e non di adorazione), ha una natura che, come dice san Tommaso, “sfiora” la divinità, perché è veramente “Madre di Dio”. Il Cristianesimo non dice che Dio è apparso uomo ma che è diventato veramente uomo, da qui il paradosso di una creatura che è veramente madre del Creatore, di una donna che è – come dice Dante – “figlia di suo Figlio”. Già questo basterebbe per capire quanto sia necessaria la devozione mariana.

Precisamente Dante dice così nel Canto XXXIII del Paradiso: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile ed alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio, / tu sei colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che il suo Fattore / non disdegnò di farsi sua fattura.”(vv.1-6)

 Il secondo motivo riguarda la salvezza. L’Incarnazione, necessaria per la Redenzione, si è attuata grazie al “sì” di Maria all’Angelo. Ma cosa sarebbe accaduto se lei avesse detto “no”? Ci sarebbe stata un’altra strada? Non lo possiamo sapere. Dunque, la possibilità della salvezza di tutti passa attraverso quel “sì” della Vergine pronunciato in completa libertà.

 Il terzo motivo riguarda la vita spirituale. Secondo il Cristianesimo, Dio non decide d’essere buono ma è costitutivamente buono. I comandamenti altro non sono che la natura di Dio codificata per la vita dell’uomo. Dunque, il quarto comandamento (onora il padre e la madre) è prima di tutto nella natura di Dio. Può Dio dire di “no” a Sua madre?

Quando è nata la devozione mariana?

Dal momento che fu il Concilio di Efeso nel 431 a decretare la “maternità divina”, i protestanti hanno preteso affermare che da lì sarebbe partita la devozione mariana tra i cristiani. Invece non è così: la devozione mariana esiste da quando esiste il Cristianesimo.

A conferma di ciò, basti ricordare che il Concilio di Efeso si celebrò in un edificio dedicato alla Vergine, il che fa capire chiaramente che il culto mariano già esisteva.

La più antica preghiera rivolta a Maria di cui si ha traccia, Sub tuum praesidium (“Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”), è stata trovata ad Alessandria d’Egitto in un papiro egiziano copto, acquistato nel 1917 dalla John Rylands Library di Manchester e pubblicato la prima volta nel 1938. Secondo gli studiosi, risalirebbe agli inizi del III secolo. Di sicuro risale ad un tempo molto anteriore al Concilio di Efeso (431) che –come abbiamo già detto- attribuirà a Maria il titolo di “Madre di Dio”.

In un’antica colonna nella Basilica dell’Annunciazione a Nazareth, colonna probabilmente del II secolo o al massimo del III, è leggibile un’iscrizione in lingua greca, scritta da una pellegrina che in ginocchio scrive: “sotto il luogo sacro di Maria”. Ella lasciò inciso il proprio nome e quello dei suoi cari per affidarli alla Madonna. Ma cosa interessante: nell’iscrizione la pellegrina precisa di aver eseguito i riti e le preghiere prescritte.

Ancora a Nazareth, contemporaneamente alla scoperta di questa iscrizione, ne è stata trovata un’altra (sempre del II secolo, massimo del III), che testimonia con certezza il culto che i primi cristiani prestavano a Maria. In questa iscrizione, scoperta dall’archeologo padre Bellarmino Bagatti (1905-1990), si legge facilmente il saluto angelico: “Ave Maria”.

Nelle catacombe di Priscilla, a Roma, si trova una rappresentazione che risale al III secolo. In essa si vede la figura di un vescovo, che, imponendo ad una vergine un sacro velo, le indica come modello Maria Santissima, la quale è dipinta con il Bambino Gesù in braccio.

Sempre nelle catacombe della via Salaria si può osservare un epitaffio posto davanti al loculo di un defunto di nome Vericundus. Il nome è tracciato su due tegole unite tra loro, che chiudono il loculo. Fra queste due tegole, sulla calce che le unisce, spicca, dipinta molto probabilmente dalla stessa mano che tracciò il nome del defunto, una “M” che, secondo la nota studiosa Margherita Guarducci, significa Maria. Insomma, si voleva porre sotto la protezione della Vergine l’anima del defunto. Ebbene, questo epitaffio risale al II secolo.

A Roma, sotto l’altare della confessione nella Basilica di San Pietro, nel cosiddetto “muro G2”, che conteneva le ossa dell’apostolo Pietro identificate dalla studiosa Margherita Guarducci, sono state trovate incise diverse scritte, databili all’inizio del IV secolo, dunque prima del Concilio di Efeso (431). Tra questi graffiti, molti dei quali furono scritti per impetrare la felicità del Paradiso ai defunti, si trova spesso un’acclamazione di vittoria di Cristo, di Sua Madre e ovviamente dell’apostolo Pietro. Vi è anche un graffito in cui il nome di Maria appare per intero e non abbreviato, come si usava fare nell’antichità.

Sempre per capire quanto la devozione alla Vergine preceda il Concilio di Efeso (431), va ricordato come prima di questo concilio siano state istituite varie feste in onore di Maria Santissima, a Betlemme, a Gerusalemme e anche a Nazareth. E’ certo che una solennità mariana esisteva a Costantinopoli prima del Concilio di Efeso. Ci sono, infatti, tutti gli elementi per considerare autentico un discorso del 429 di san Proclo, patriarca di Costantinopoli, nel quale si fa cenno ad una solennità liturgica in onore della Madonna.

Ci sono, inoltre, bellissime preghiere rivolte alla Vergine e composte da sant’Atanasio, san Giovanni Crisostomo, sant’Ambrogio, sant’Agostino. Santi che sono vissuti prima del Concilio di Efeso.

E poi come dimenticare la raffigurazione della Madre di Gesù nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria Nuova, a Roma? In questa raffigurazione la Vergine stringe al petto Gesù. L’opera si fa risalire al II secolo, dunque ben prima del Concilio di Efeso.

Quinto Passaggio

La devozione mariana per salvare il proprio pensiero e l’integrità della dottrina

San Luigi Grignon de Monfort, ne La vera devozione a Maria, scrive che la mancanza di amore alla Madonna è “il segno più infallibile e più indubitabile per distinguere (…) un uomo di cattiva dottrina.”

 Da sempre, infatti, la Vergine Maria è considerata la debellatrice di tutte le eresie. Padre Tinti nel suo celebre Maria, debellatrice delle eresie così scrive: “La Chiesa ha sempre invocato Maria SS.ma come debellatrice di tutte le eresie, ed ha introdotto nella sacra liturgia quel versetto che racchiude il più magnifico elogio che si possa fare della Beatissima Vergine: ‘Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo’ (dal Breviario Romano). (…). Ora se la Chiesa ha inserito nella sua liturgia (questo elogio) bisogna ammettere che sino dal tempo apostolico questa fosse una convinzione universale, e cioè che la Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio, per i misteri operati in Lei, aveva dato modo di confermare i dogmi della Divina Incarnazione, della reale persona di Cristo e della universale redenzione. Da questi dogmi ne vennero poi gli argomenti che sconfissero le varie eresie. Di qui l’elogio attribuito a Maria SS.ma debellatrice delle eresie.”

Ma adesso vediamo di individuare alcuni punti importanti per i quali la devozione alla Madonna davvero diventa la salvaguardia più importante per l’integrità della dottrina. Individuiamo quattro punti.

Perché Maria ci ha donato la Verità. Infatti, se Maria non avesse detto di “sì” all’Angelo, sarebbe stato pregiudicato il progetto di Dio. Ci sarebbe stata una seconda possibilità? Non lo sappiamo. Ragioniamo su questo. L’assenso di Maria Vergine è l’obbedienza. Ella, Nuova Eva, si contrappone alla Prima Eva per la quale entrò il peccato nel mondo. Ciò che rende diversa Maria da Eva è l’umiltà. Eva peccò perché attratta dalla possibilità di “diventare come Dio”; Maria ci ha ridonato la Grazia convinta che l’unica posizione umanamente ragionevole fosse quella di farsi “ancella di Dio”. Ebbene, dietro ogni eresia c’è sempre l’orgoglio. C’è l’intenzione di non voler ascoltare, bensì rielaborare secondo i propri criteri e le proprie ambizioni. Dunque, da questo punto di vista, si capisce bene quanto la devozione mariana serva per ottenere la virtù dell’umiltà.

Perché Maria ha generato la Verità. Maria non si è limitata a donarci la Verità, l’ha anche generata. Ella ha dato il suo contributo. Il Verbo incarnato è l’unione del divino con l’umano. Ebbene, mentre il divino è stato apportato dallo Spirito Santo, l’umano è stato apportato da Maria Vergine. Maria ha dato il suo sangue e il suo nutrimento alla Verità incarnata. Se a Gesù avessero fatto l’analisi del nucleo mitocondriale, avrebbero trovato lo stesso nucleo mitocondriale di Maria. Ragioniamo su questo. Mettersi alla scuola di Maria, vuol dire mettersi alla scuola di Colei che ha generato la Verità. Quale modo migliore di conservare la Verità se non chiedendo l’aiuto a Colei che l’ha generata?

Perché Maria ha portato la Verità nel suo grembo. Maria è veramente Madre della Chiesa. La Chiesa è l’unione del divino con l’umano e già Cristo (il Capo) è tutta la Chiesa, per cui si può ben dire che la Vergine ha generato e portato la Chiesa dentro di sé. Ha alimentato la Chiesa con il suo sangue. Questo fatto che la Vergine abbia portato dentro di sé la Chiesa fa capire tutta la connotazione antignostica del Cristianesimo. La Verità è portata dal grembo di una donna, per cui si è chiamati, relativamente alla Verità, ad una dimensione di convivenza e non solo di conoscenza. Le eresie nascono sempre da un approccio alla Verità in senso primariamente intellettualistico. Paradossalmente (ma non troppo) anche in quelle eresie che negano il valore e la propedeuticità della ragione per l’atto di Fede. Il “Caso Lutero” lo dimostra ampiamente: per lui la ragione non aveva valore, eppure cercò nello studio della Scrittura il fondamento delle sue teorie, riducendo il Cristianesimo ad una “religione del Libro”. Così possiamo dire che tutta la deriva in senso intellettualistico della teologia contemporanea ha come causa proprio la voluta dimenticanza della devozione mariana; e nello stesso tempo la voluta dimenticanza di questa devozione è a sua volta causa della deriva intellettualistica della teologia contemporanea.

 Perché Maria è l’immacolatezza della Verità. Maria è la purezza in quanto tale. Ella, a Lourdes venne a confermare il dogma promulgato dal beato Pio IX e disse di sé: Io sono l’Immacolata Concenzione. Non disse: Io sono stata concepita immacolatamente, ma Io sono l’Immacolata Concezione. Ovvero: Io sono la Purezza per eccellenza, l’unica purezza esistente nella realtà creaturale. Maria, dunque, ci ricorda come la purezza sia alla base dell’acquisizione della Verità e della sua generazione. Ella fu preservata proprio perché doveva generare il Verbo incarnato. Di per sé la perdita della purezza, pur essendo peccato grave, può non essere il peccato più grave, ma è senz’altro il peccato che più compromette la sfera intellettuale. Il rifiuto della purezza è la bestializzazione; e con la bestializzazione c’è la morte del retto intendere e della logica. Non si vive come si pensa, si finisce sempre col pensare come si vive. A tal riguardo, se si approfondisce lo studio della vita privata di molti eretici, si scopre quanto le formulazioni degli errori siano stati preceduti da cedimenti sul piano tanto della disciplina quanto della vita morale. 

Arrivo

La bellezza di abbandonarsi alla tenerezza dell’Immacolata

 San Pio da Pietrelcina una volta disse: “La devozione alla Madonna vale più di tutta la filosofia e la teologia.

 Un’affermazione di questo tipo potrebbe risultare strana. San Pio non dice che ad essere superiore a tutta la filosofia e la teologia sia l’amore a Gesù, ma che già lo sia la semplice devozione alla Madonna. Una simile affermazione si può capire per Dio Padre, per Gesù (il Dio fattosi uomo) … ma per una creatura umana.

Eppure la frase del Santo Cappuccino è incontestabilmente vera. Vediamo in che senso.

Ci sono almeno due motivi per capirla appieno.

Primo: La Vergine Maria ci ha donato la possibilità della salvezza dicendo di sì all’Angelo. Ragioniamo. Le argomentazioni filosofiche e quelle teologiche sono fini a se stesse? Evidentemente no. Esse servono alla realizzazione dell’uomo, ma quale realizzazione può essere più importante della conquista del Paradiso? Dunque, la Vergine, donandoci il Redentore, ci ha anche donato la possibilità della salvezza (possibilità, non certezza, perché poi, ovviamente, dipende dalla nostra libertà).

Secondo: La Vergine Maria è il “segno” per eccellenza della tenerezza di Dio. La filosofia e la teologia rimangono sul piano dello studio e del metodo logico-discorsivo e, per quanto debbano essere sempre alimentate dalla preghiera e dalla santità (la sapienza scaturisce dalla temperanza e dalla Vita di Grazia), costituiscono solo un ausilio all’esercizio della carità, ovvero all’amore a Dio. La Vergine, invece, pur essendo un mezzo, è il segno per eccellenza dell’amore di Dio, è la creaturale immagine visibile di questo Amore (diciamo “creaturale” per distinguerla dal Verbo incarnato che è segno ontologicamente divino dell’Amore di Dio).

Dunque, mettersi dinanzi alla Madonna, amarla e contemplarla, è la cosa più efficace per amare Dio, più efficace di tutti libri di teologia.

C’è chi ha detto giustamente che la nascita del Protestantesimo abbia segnato una sorta di “scritturazione” della Bibbia, nel senso che la cosiddetta “Riforma protestante”, ponendo le Sacre Scritture come unica fonte della Rivelazione, ha cercato d’imporre un approccio ad esse puramente legato alla lettura e alla comprensione letterale. Il Cattolicesimo, invece, ha sempre proposto un altro approccio per la conoscenza della Storia della Salvezza: quello dell’immagine, ovvero quello dello sguardo. Questo accadeva nel medioevo (per esempio i portali delle cattedrali con i quali tutti apprendevano i grandi avvenimenti della Bibbia); continuò ad accadere con la cosiddetta “Controriforma” e con la straordinaria arte sacra che ne conseguirà. Il motivo di ciò è senz’altro nel fatto che il Cattolicesimo in questo modo voleva conservare una priorità del Magistero sulla Scrittura. Ma noi siamo convinti che questa priorità della contemplazione sulla comprensione e dell’immagine sulla scrittura…è perché il Cattolicesimo è contemplare Maria, è attendere di essere da Lei ammaestrati ad amare l’unico fine della vita, che è Dio.

Abbiamo detto prima che nel Cattolicesimo la priorità della contemplazione sulla comprensione e dell’immagine sulla scrittura è perché il Cattolicesimo è contemplare Maria, è attendere di essere da Lei ammaestrati ad amare l’unico fine della vita, che è Dio.

Una volta come Cammino dei Tre Sentieri scrivemmo su un manifesto che annunciava una nostra iniziativa queste parole: Il Cattolicesimo non è un leggere, ma un guardare; non è un imparare dai libri, ma da una Madre…reclinando il proprio capo sul suo seno, come un bimbo che trova solo in questo modo la sua pace e il suo riposo.

Negare questa posizione (il reclinare il capo) è negare il senso naturale delle cose: è come negare che l’acqua bagni o il calore asciughi. L’uomo può trovare il suo riposo solo reclinando il suo capo invocando protezione.

Non è codardia, ma verità. Il cristiano –ce lo siamo detti più volte- non può rinunciare a rapportarsi eroicamente nei confronti della vita. Il cristianesimo è fatto per i forti, non per i deboli. Attenzione però: abbiamo detto “deboli” non “piccoli”. Non è la stessa cosa.

Un conto è essere “debole”, cioè vile, pusillanime … altro è essere “piccolo”. “Piccolo” vuol dire capire la propria incapacità se non si indirizza la propria vita all’adesione di ciò di cui si ha davvero bisogno. Il bimbo che reclina il capo sul seno della madre per trovare pace e riposo non è debole è

Paradossalmente è proprio chi non vuole farsi “piccolo” che rischia di essere debole e vile. Chi crede di potercela fare da sé, chi crede di trovare giustificazione del suo essere nel suo essere … è costretto poi a fuggire dinanzi all’incomprensibilità del suo esistere e della realtà.

In Luca 10 è scritto: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete.

Dunque, solo chi si fa “piccolo” può accedere alla vera sapienza … e davvero vincere il mondo. Solo chi si abbandona a Dio, può. Ecco perché san Paolo dice: “Io tutto posso in Colui che mi dà la forza” (Filippesi 4) E ancora: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio delle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.” (2 Corinti)

Si sa che i protestanti rifiutano la devozione alla Madonna. D’altronde (non ci va di tacerlo) dietro ogni eresia vi è il diavolo ed è fin troppo logico che il diavolo voglia far fuori la sua Grande Nemica, che è appunto la Vergine Maria. Non a caso, come abbiamo già detto, tra i tanti appellativi del’Immacolata vi è quello di Debellatrice di tutte le eresie.

Eppure è strano: Martin Lutero e i suoi seguaci hanno sempre sostenuto che la Bibbia sia l’unica fonte della Rivelazione (è il famoso Sola Scriptura), ma, riguardo alla Vergine Maria, negano proprio la chiarezza e l’autorità della Bibbia. Nel Vangelo di Luca l’Angelo chiama la Madonna “piena di grazia” ed Ella, poi, dinanzi ad Elisabetta canta di se stessa: “tutte le generazioni mi chiameranno beata”.

Ebbene, basterebbero già queste due espressioni per capire la grandezza della Madonna e l’enorme errore dei protestanti.

Un vecchio libro, La Madonna nella storia delle conversioni di Vittorino Capànaga, racconta un fatto realmente accaduto.

 In un congresso cattolico svoltosi nella città di Lille, un sacerdote inglese narrò questa storia: Lontano da questa città viveva una famiglia protestante composta da molti figli, uno dei quali (aveva sei anni) sentì un giorno recitare da alcuni cattolici la bellissima preghiera dell’Ave Maria, che risuonò alle sue orecchie come una dolce melodia. Tornato a casa, il fanciullo, con il candore e la semplicità propria della sua età, recitò ad alta voce, perché la madre lo sentisse, la bellissima preghiera dei cattolici. Ma la madre lo sgridò: “Non ripetere mai più in vita tua queste parole! Sono parole superstiziose dei cattolici, che fanno di Maria una divinità. Maria è una semplice creatura, una donna come un’altra qualsiasi, e niente di più!”. Il fanciullo tacque. Ma gli restava il piacere di avere sentito per la prima volta l’Ave Maria. Al solo ricordo di questa preghiera, sentiva la sua anima inondata di gioia. Cresciuto negli anni, leggendo da sé i Vangeli, lo colpì il passo di San Luca: “E l’Angelo disse a Maria: Ave, piena di grazia, il Signore è con te.” Saltando di gioia il ragazzo corre dalla mamma col Vangelo aperto tra le mani, e le dice: “Mamma, leggi qui quello che è scritto nella Bibbia: ‘Ave, piena di grazia.’ Perciò, perché dici che è superstizione pronunziare queste parole?” La madre, arrabbiandosi, gli strappa il libro tra le mani e gli proibisce severamente di tornare a ripetere la frase. Il ragazzo però rimase assai contento di aver recitato un’altra volta l’Ave Maria. Obbedì all’ordine severo della madre, ma non dimenticò mai più la bella preghiera. La recitava da solo con immensa gioia. Il fanciullo crebbe ancora negli anni e nell’intelligenza. A tredici anni poté capire da solo il passo evangelico e proporsi questo argomento convincente: “O è falso il Vangelo o lo è il protestantesimo. I protestanti lo tengono comer una regola di fede. E allora come possono negare che la Vergine è la più eccellente delle creature e qualcosa di più di una semplice donna, quando lo Vangelo lo attesta tanto chiaramente?”. Aiutato dalla Grazia, si sentiva irresistibilmente portato a credere quello che insegnava il Vangelo. Continuando a leggere il testo sacro, trovò le altre non meno sublimi parole del Magnificat: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata!”. Questo passo fece brillare nella sua anima la luce definitiva. La grazia e la fede lo guidarono fin d’allora, persuadendolo fermamente della dignità di Maria. Un giorno, in casa, la conversazione ricadde sul tema protestante che Maria sarebbe una donna come le altre. Allora il figlio, non potendo contenere più la sua indignazione nel sentire simili espessioni, si alzò in piedi e con voce e accento vibranti, protestò così: “No, non è vero! La Santissima Vergine è più che una semplice creatura. L’Angelo, mandato da Dio, La saluta ‘piena di grazia’. E’ la Madre di Gesù, è Madre di Dio. Ma notate la vostra contraddizione. Dite che la Bibbia è l’unico fondamento della fede: se è così perché non le date credito quando dice che tutte le generazioni La chiameranno beata?”.  “Che vedo, che sento! –Gridò inferocita la madre- mio figlio finirà per farsi cattolico!”. E lo era già senza dubbio, in cuor suo, ma dovette lottare strenuamente contro tutti i suoi familiari. Studiava e si confermava sempre più nella fede, e in ultimo, quando raggiunse la maggiore età, ricevette il Battesimo. Il ragazzo, ormai in possesso della verità cattolica, sostenne le più dure prove da parte di coloro che, dopo Dio, egli amava con maggiore affetto. Intanto un fratello cadde gravemente ammalato. In breve si ridusse in fin di vita. Tutti i rimedi della scienza e le premure di coloro che l’amavano parevano insufficienti a scongiurare la morte. Ma Dio ispirò al nostro bravo giovane una felice idea. “Mamma” –le disse- “Dio è onnipotente, e può, se vuole, ridarci il caro malato, che noi stiamo per perdere. Recitate assieme a me l’Ave Maria, e promettetemi, se il malato riacquisterà la salute, di studiare attentamente la religione cattolica e, se la troverete l’unica vera, giuratemi d’abbracciarla”. Si può immaginare come fosse accolta tale proposta! La mamma ruggì e fremette come una belva. In preda alla disperazione urlava come una fiera ferita. Intanto il moribondo stava per esalare l’ultimo respiro. Poco dopo la donna si calmò alquanto e cominciò a pensare tra sé: “Può darsi che si salvi!”. Vinta dall’amore materno, piegò il capo dinanzi alla necessità del momento e, inginocchiatasi, recitò, assieme al figlio, l’Ave Maria. Il giorno dopo il malato entrava in convalescenza. L’intercessione di Maria l’aveva salvato! Colei che prima bestemmiava dovette riconoscere la potente intercessione della Vergine SS.ma e, come aveva promesso, dopo uno studio serio, abbracciò con tutti i figli la Religione cattolica. Questo ragazzo –concluse il conferenziere, che era stato ascoltato da tutti con commossa attenzione- questo ragazzo devoto di Maria, è oggi sacerdote, e questo sacerdote, o signori, è colui che ha l’onore di rivolgervi la parola.

In Rapporto sulla Fede l’allora cardinale Ratzinger così disse a Vittorio Messori: “Se in certe teologie ed ecclesiologie di oggi Maria non trova più posto, la ragione è semplice e drammatica: hanno ridotto la fede a un’astrazione. E un’astrazione non sa che farsene di una madre.”

Se ci si riflette, si capisce quanto la devozione mariana imponga il riconoscimento dell’esclusivismo salvifico del cattolicesimo e anche la necessità di far sì che questa bellezza conquisti i cuori di tutti, del mondo intero.

Il perché ce lo dice San Bernardo di Chiaravalle (1091-1153): (Il nome) ‘Maria’ significa, ‘stella del mare’, e conviene mirabilmente alla Vergine Maria. Nulla è più giusto di confrontarla con una stella che diffonde i suoi raggi senza essere trasformata, così come ella partorisce il figlio senza danno al suo corpo vergine. Ella è davvero la “stella spuntata da Giacobbe” (Num 24,17), il cui splendore illumina il mondo intero, che brilla nei cieli e giunge fino agli inferi … E’ veramente quella stella bella e ammirabile che doveva levarsi sopra il mare infinito, sfavillante di meriti, che illumina col suo esempio. Voi tutti, chiunque siate, che vi sentite oggi in mare aperto, scossi dal temporale e dalla tempesta, lontani dalla terraferma, tenete fissi gli occhi sulla luce di questa stella, per evitare il naufragio. Se i venti della tentazione si alzano, se vedi avvicinarsi lo scoglio della prova, guarda la stella, invoca Maria! Se sei sballottato dalle onde dell’orgoglio, dalla maldicenza o dalla gelosia, leva gli occhi alla stella, invoca Maria… Se sei turbato dalla grandezza dei tuoi peccati, umiliato dalla vergogna della coscienza, spaventato dal timore del giudizio, se sei sul punto di soccombere nella voragine della tristezza e della disperazione, pensa a Maria. Nel pericolo, l’angoscia, il dubbio, pensa a Maria, invoca Maria! Il suo nome non si separi mai dalle tue labbra e dal tuo cuore… Seguendola, non ti perderai; pregandola, non dispererai; pensando a lei, eviterai ogni falsa strada. Se ella ti tiene per mano, non soccomberai; se ti protegge, non temerai; condotto da lei, non conoscerai la fatica; protetto da lei, arriverai fino alla meta. E capirai con la tua esperienza quanto sono appropriate quelle parole: “La vergine si chiamava Maria”.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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