LA TAPPA – La bellezza dell’esempio dei Magi.

 Le Tappe sono scritti più lunghi che vengono offerti periodicamente a seconda di un tema che si lega al tempo liturgico o ad altre occasioni. Ogni tappa è formata da passaggi numerati.  

La bellezza dell’esempio dei Magi

(56 passaggi)

  1. La definizione cattolica di fede è: “assenso dell’intelletto alle verità rivelate”. Nel concetto cattolico di fede si riconosce il ruolo protagonistico della volontà (assenso), ma nello stesso tempo si riconosce che la volontà ha bisogno del coinvolgimento dell’intelligenza. Infatti questa (l’intelligenza), laddove non può dimostrare, è sempre  e comunque chiamata ad indagare i fattori di credibilità che sono alla base delle verità rivelate.
  2. Sant’Agostino (354-430) amava citare due frasi, che poi diventeranno fondamentali per lo sviluppo del pensiero filosofico e teologico medioevali. Le due frasi sono: intelligo ut credam e credo ut intelligam. Ovvero: ragiono per credere e credo per ragionare. Con queste parole il Santo d’Ippona voleva far capire l’indissolubilità del rapporto tra ragione e fede. Non solo la ragione svolge un ruolo propedeutico – cioè introduttivo – nei confronti della fede (intelligo ut credam), ma essa (la ragione) viene anche alimentata e vivificata dalla fede (credo ut intelligam).
  3. Dunque, nell’ambito della fede cattolica il ruolo dell’intelligenza è insostituibile. Il Concilio Vaticano I, nella sezione III, a proposito dei miracoli dice che essi sono “segni certissimi della Divina Rivelazione adatti all’intelligenza di tutti”. Il che vuol dire che la Divina Rivelazione, anche con i suoi segni miracolosi, è verificabile intellettivamente da parte di qualsiasi intelligenza.
  4. Tornando al concetto di intelligenza della fede, va detto che essa non significa una deriva intellettualistica della fede. L’intelligenza della fede non è la fede intellettuale, piuttosto è il suo contrario; anzi, possiamo dire che la prima costituisce l’antidoto più sicuro per evitare la seconda. E adesso lo dimostriamo.
  5. Abbiamo detto che cattolicamente intelligenza della fede vuol dire coinvolgere l’intelletto nell’accettazione della Divina Rivelazione. Questo tipo di operazione la possono fare non solo le persone colte, ma anche quelle (e più facilmente) semplici. Andando a riprendere ciò che il Concilio Vaticano I dice sui miracoli, va ricordato che questi si “adattano all’intelligenza di tutti”. L’intelligenza della fede impone il rendere ragione alle verità in cui si crede, chiedersi cioè se è credibile o no una determinata affermazione. Ciò implica la verifica, e questa, nella Divina Rivelazione, è a disposizione di tutti. A noi può non esser dato “toccare” e “vedere”, ma dobbiamo comunque affidarci a coloro che hanno “toccato” e “veduto”.
  6. Si potrebbe però utilizzare come obiezione ciò che narra l’evangelista Giovanni: Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse:‘Pace a voi!’. Poi disse a Tommaso: ‘Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, emettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!’ Rispose Tommaso: ‘Mio Signore e mio Dio! Gesù gli disse: ‘Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!’[1]
  7. Questo episodio è solitamente utilizzato per affermare che la vera fede sia quella che prescinda totalmente dai segni, cioè dal vedere e constatare. In realtà questa traduzione non è corretta. L’illustre biblista Ignace de la Potterie afferma che nell’originale greco il verbo è all’aoristo (pisteusantes) e che anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt). Perciò la frase deve essere così tradotta: “Beati coloro che senza aver visto (senza aver visto me direttamente), hanno creduto.”[2] Dunque, Gesù rimprovera Tommaso non perché vuol vedere, ma perché non si è fidato di chi già aveva visto. Altro che fede che debba fare a meno del vedere e del toccare!
  8. La fede intellettuale, invece, ha un altro tipo di prospettiva. Prescinde volutamente dalla “verifica” per fondarsi unicamente sulla spiegazione intellettuale, la quale, molto spesso, può altrettanto volutamente fare a meno della constatazione. Insomma, la fede intellettuale è definibile anche come “fede ideologica”, intendendo per ideologia la pretesa del pensiero non solo di prescindere dall’osservazione, ma addirittura di assorbire e trasformare il reale nel puro esercizio intellettuale. La fede intellettuale è inevitabilmente una fede di tipo spiritualista, dove il “fatto”, i “segni”, la “carnalità” del Divino sono disprezzati nella presunzione che tutto questo non occorra per fondare la propria convinzione. E’ una fede che possiamo definire anche “autoreferenziale”.
  9. Quando Gesù nel Vangelo loda i piccoli, lo fa proprio per evidenziare l’importanza dello stupore e della meraviglia, elementi questi fondamentali per riconoscere la signoria della Sua Persona. L’intelligenza della fede è nel Vangelo ben espressa dagli umili pastori cui per primo si manifestò il Divino Bambino. E’ espressa dai tanti semplici che seppero riconoscere il Signore Gesù. Ma è anche espressa dai sapienti Magi.
  10. Proprio sui Magi facciamo qualche riflessione. Essi, pur essendo degli “intellettuali”, decisero di lasciare le proprie dimore per mettersi in cammino, nella consapevolezza che non potevano trovare in se stessi la risposta alla propria vita. Certamente, il rimanere nelle proprie dimore sarebbe stato per loro molto più comodo, ma a cosa sarebbe valso se a questa comodità si fosse inevitabilmente accompagnato il non-senso?
  11. Essi si misero in cammino proprio perché costatarono la propria povertà, malgrado fossero ricchi di cultura. Se fossero stati convinti che i loro pensieri e le loro conoscenze fossero state adeguate risposte al senso del vivere, sarebbero rimasti dov’erano. Invece, preferirono correre il rischio di mettersi in cammino. Sicuri che li avrebbe attesi la più grande ricchezza che nessuna conoscenza intellettuale avrebbe potuto sostituire.
  12. Leggiamo questa bella poesia di Thomas Stearns Eliot (1888-1965) sul viaggio dei Magi: Fu un freddo avvento per noi, / proprio il tempo peggiore dell’anno / per un viaggio, per un lungo viaggio come questo: / le vie fangose e la stagione rigida, / nel cuore dell’inverno. / E i cammelli piagati, coi piedi sanguinanti, indocili, / sdraiati nella neve che si scioglie. / Vi furono momenti in cui noi rimpiangemmo / i palazzi d’estate sui pendii, le terrazze, / e le fanciulle seriche che portano il sorbetto. / Poi cammellieri che imprecavano e maledicevano / e disertavano, e volevano donne e liquori, / e i fuochi notturni s’estinguevano, mancavano ricoveri, / e le città ostili e i paesi nemici / ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo: / ore difficili avemmo. / Preferimmo alla fine viaggiare di notte, / dormendo solo a tratti, / con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo / che questo era tutta follia. / Poi all’alba giungemmo a una valle più tiepida, / umida, sotto la linea della neve, tutta odorante di vegetazione; / con un ruscello in corsa ed un molino ad acqua che batteva il buio, / e tre alberi contro il cielo basso, / e un vecchio cavallo bianco al galoppo sul prato. / Poi arrivammo a una taverna con l’architrave coperta di pampini, / sei mani ad una porta aperta giocavano a dadi monete d’argento, / e piedi davano calci agli otri vuoti. / Ma non avemmo alcuna informazione, e così proseguimmo / ed arrivati a sera non un solo momento troppo presto / trovammo il posto; cosa soddisfacente voi direte. / Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo, / e lo farei di nuovo, ma considerate questo: ci trascinammo per tutta quella strada / per una Nascita o per una Morte?  / Vi fu una Nascita, certo, / ne avemmo prova e non avemmo dubbio. / Avevo visto nascita e morte. / Ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu / come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte. / Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni, / ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi, / fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli./ Io sarei lieto di un’altra morte. 
  13. I Magi vissero brutti momenti durante il loro viaggio. Rileggiamo alcuni passaggi della poesia di Eliot: Vi furono momenti in cui noi rimpiangemmo i palazzi d’estate sui pendii, le terrazze, e le fanciulle seriche che portano il sorbetto. Poi cammellieri che imprecavano e maledicevano e disertavano, e volevano donne e liquori, e i fuochi notturni s’estinguevano, mancavano ricoveri, e le città ostili e i paesi nemici ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo: ore difficili avemmo.
  14. Chi li seguì arrivò ad accusarli di follia: Preferimmo alla fine viaggiare di notte, dormendo solo a tratti, con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo che questo era tutta follia.
  15. Dove però i versi colgono stupendamente nel segno è quando il poeta fa chiedere ai Magi: Ci trascinammo per tutta quella strada per una Nascita o per una Morte?
  16. Certamente i Magi partirono perché avevano saputo che stava nascendo il Re di tutti i re, ma adesso si chiedono se è proprio per una nascita o per una morte che sono partiti. Di quale morte eventualmente si parla? La morte dell’uomo che ancora non sa, che è avvolto dall’ignoranza di un Dio che ancora non si è manifestato completamente: che è ancora imprigionato dall’ignoranza del peccato.
  17. Insomma, i Magi partirono per incontrare, ma per incontrare Colui che avrebbe finalmente permesso la perdita di ciò che andava assolutamente perso al più presto. Una morte che è legata alla nascita, una nascita che genera la vera vita, ma anche la morte di ciò che deve morire. Ed ecco perché nella poesia di Eliot uno dei Magi conclude: Io sarei lieto di un’altra morte.
  18. Tornaniamo al punto dove siamo partiti. Quella dei Magi è una posizione intelligente ma non intellettuale. E’ la posizione che ci fa capire quanto l’intelligenza della fede non sia la fede intellettuale ma il suo contrario. E’ la posizione che si esprime nell’attesa, nella speranza, nella guida e nell’incontro.
  19. Iniziamo dall’attesa. L’arrivo dei Magi è il riconoscimento visibile di un’attesa che non era solo degli Ebrei ma del mondo intero.
  20. Non amiamo molto lo studio comparato dei miti precristiani, perché spesso se ne fa un uso sbagliato, relativista e sincretista (basti ricordare, per esempio, l’errata ma diffusa affermazione secondo cui il culto della Vergine deriverebbe da quello di Iside). E’ pur vero però che da questo studio si può evincere che in ogni cultura si è manifestato un senso dell’attesa; la consapevolezza cioè che la storia avesse bisogno di una svolta e di una “soluzione”. Ed è proprio per questo che a parlare dell’arrivo dei Magi è Matteo, colui cioè che indirizza il suo vangelo agli Ebrei, popolo che attendeva sì ma nella convinzione che questa attesa fosse solo per loro. Matteo, invece, tiene a precisare che il Redentore viene non solo per tutti ma anche per operare il passaggio dal “vecchio” al “nuovo” Israele.
  21. L’arrivo dei Magi ci riconduce anche alla speranza. La vita dell’uomo è indissolubilmente legata alla dimensione della speranza, altrimenti diventa non solo senza significato ma perfino insopportabile.
  22. Jean-Paul Sartre (1905-1980), convinto che l’essere costituisca un’illusione e che l’esistenza si sviluppi unicamente dalla casualità dell’insignificato, giunge logicamente (ovvero coerentemente con i suoi errati presupposti) ad affermare l’insopportabilità di un essere ‘dato’, tanto insopportabile da procurare nausea. E’ così.
  23. Quando la vita non risponde ad un progetto e ad una bellezza che precedono la vita stessa, diventa ciò che Fedor Dostoevskij (1821-1881) definiva come una sorta di rappresentazione teatrale scritta da un pazzo e recitata da un pazzo, ovvero il delirio del caos e del non-senso.
  24. Dunque, l’essere che s’impone e con cui dover fare i conti, proprio perché senza significato, diventa un macigno opprimente.
  25. Torniamo ai Magi. Il loro viaggio si spiega solo con la costitutiva bramosia della speranza che è nel cuore di ogni uomo, indipendentemente se si è colti o ignoranti, ricchi o poveri, potenti o semplici.
  26. Veniamo al terzo punto, ovvero alla guida.  C’è un desiderio che è altrettanto costitutivo, ovvero quello di cercare un punto di appoggio, un appiglio sicuro, una guida su cui e con cui orientare la propria vita. Camminare senza sapere dove andare è un ciondolare senza un perché.
  27. Edgar Lee Master (1868-1950) scrive: Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito: una barca con vele ammainate, in un porto. / In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. / Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. / Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. / E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca. / Dare un senso alla vita può condurre a follia  ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio è una barca che anela al mare eppure lo teme.
  28. I Magi hanno intrapreso un cammino per proseguire il Cammino. Sono partiti, cioè, per trovare chi potesse davvero costituire la guida per proseguire il cammino della vita. La sequela della Stella esprime quella che era la reale posizione che animava quei Sapienti: partire nella sequela per organizzare tutta la propria vita sulla Sequela, con la “S” maiuscola.
  29. Veniamo all’elemento dell’incontro. C’è una bella espressione che dice: il volto dell’uomo prende la forma di ciò che contempla. L’uomo  – a meno che non voglia prendersi in giro – sa bene che la felicità non può scaturire da un proprio sforzo di volontà, ma sempre e comunque dal riconoscimento che qualcosa di nuovo sta accadendo nella propria vita, cioè sempre e comunque da un incontro.
  30. I Magi erano nella propria dimora, forse detenevano anche un grande potere, se è vero che una certa tradizione ne fa addirittura dei Re, eppure decidono ugualmente di partire. Lasciano il potere e rischiano. Ragioniamo.
  31. Non si parte se non per vedere o fare qualcosa che non si ha dinanzi nel luogo dove attualmente si è. Il viaggio dei Magi è il viaggio della ricerca e dell’incontro. E’ il viaggio per adeguatamente riempire la propria vita.
  32. Un povero che decide di allontanarsi dalla sua terra, lo fa per risolvere i suoi problemi di povertà. Non fu così per i Magi: essi lasciarono le ricchezze per incontrare la Ricchezza.
  33. San Matteo ad un certo punto così racconta: Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono.[3] San Matteo dice che i Magi già seguivano la stella ma poi precisa: “Al vedere la stella …” il che vuol dire che intende il momento in cui la stella si fermò indicando il luogo, ovvero la casa dove stava il Bambino.
  34. Ebbene, proprio quando la stella si fermò, “essi provarono una grandissima gioia …” E’ la gioia che può dare solo la consapevolezza di avere finalmente incontrato il Tutto per la propria vita.
  35. Adesso diciamo qualcosa sulla Stella
  36. Spesso si afferma da parte di molti credenti che la stella cometa di cui parla il Vangelo di san Matteo sia da ritenere un fenomeno naturale. E per questo si vanno a scomodare possibili congiunzioni astrali. Si cerca una spiegazione necessariamente naturale come se Dio non avesse potuto per quell’occasione così straordinaria produrre un fenomeno che fosse altrettanto straordinario. D’altronde se Dio si è fatto uomo, tutto diviene possibile. E infatti i Padri della Chiesa e anche i Dottori non hanno dubitato in tal senso.
  37. San Tommaso d’Aquino approfondisce in maniera esaustiva ed altamente spirituale in alcuni passi della Summa Theologiae tanto l’argomento della potenza di Dio quanto la natura prodigiosa e unica della Stella, segno della nascita del Figlio di Dio. In: I, q.XXV 8 egli riporta, a fondamento dell’infinita potenza di Dio, che può anche fermare il sole. In. III, q.XXXVI prende in esame la convenienza che Gesù fosse annunciato e manifestato al mondo attraverso segni prodigiosi, quali l’apparizione degli angeli ai pastori e la comparsa della Stella, che, tra l’altro, stando allo stupore di Erode e di tutta Gerusalemme doveva essere apparsa soltanto ai Magi e soltanto in Oriente. In: III, q.XXXVI a.7, dopo aver esposto le opinioni positive e le obiezioni, san Tommaso conclude affermando l’eccezionalità della natura dell’Astro e la sua non classificabilità tra le stelle create. Egli scrive: “Rispondo: che quella stella, secondo l’autorità del Crisostomo, non fosse un astro del firmamento, è chiaro per diversi motivi. Primo, perché nessun’altra stella segue quella stessa direzione. Quella infatti andava da nord a sud: è questa la posizione della Giudea nei confronti della Persia, da cui provenivano i Magi. Secondo, ciò è evidente dal tempo dell’apparizione. Poiché non appariva soltanto di notte, ma in pieno giorno. Il che non succede alle stelle, e neppure alla luna. Terzo, perché a momenti spariva. Quando infatti i Magi entrarono a Gerusalemme la stella sparì; e riapparve quando essi si allontanarono da Erode. Quarto, perché non aveva un movimento continuo, ma si muoveva quando i Magi dovevano camminare e quando invece dovevano fermarsi, si fermava; proprio come avveniva della colonna di nubi nel deserto. Quinto, perché indicò il parto della Vergine, non stando in alto, ma scendendo in basso. Infatti nel Vangelo si legge che “la stella vista da essi in oriente, li precedeva, finché giunta sul luogo dove era il fanciullo, si fermò.” Da ciò risulta che le parole dei Magi ‘Vedemmo la sua stella in  oriente’ non vanno intese nel senso che dall’oriente avessero visto la stella che si trovava in Giudea; ma che la videro in oriente e che li accompagnò fino alla Giudea.”
  38. Sant’Agostino d’Ippona scrive nel suo Contra Faustum (lib.II, cap.5) a proposito della Stella della nascita di Gesù: “Non era una di quelle stelle che dall’inizio della creazione seguono il loro corso secondo la legge del Creatore, ma con il nuovo parto della Vergine apparve una nuova stella.”
  39. L’Epifania, ovvero la manifestazione di Dio che si offre all’adorazione dell’uomo, ci dà la possibilità di fare alcune riflessioni e soprattutto di capire qual è l’essenza della vita cristiana.
  40. Il Cristianesimo non parla di un Dio che si fa idea, ma uomo, pertanto il criterio dell’essere cristiano non è la conoscenza intellettuale di Cristo. Si narra che san Giustino, meditando in solitudine sulla riva del mare, incontrò un vecchio che gli dimostrò come i filosofi non potessero conoscere la verità su Dio. L’uomo gli parlò dei Profeti e gli annunciò Gesù Cristo e improvvisamente un fuoco si accese nell’anima del Santo.
  41. Come lo Spirito Santo procede dal Figlio, così la conoscenza precede logicamente l’amore: non si può infatti amare ciò che non si conosce. Ciò però non vuol dire che il rapporto con Dio si misuri con la conoscenza di Dio, bensì si misura con l’amore, anche se è un amore da non intendere come semplice emozione, ma come esito della conoscenza. Ecco perché non è più cristiano il teologo e dell’analfabeta che prega il Signore. Anzi! Dice sant’Agostino al capitolo V delle Confessioni: “Forse, o Signore Dio di verità, ognuno che conosce quelle dottrine già piace a te? Infelice è l’uomo che pur conoscendole tutte, non conosce te! Beato invece chi conosce te, anche se è ignorante in quelle dottrine”.
  42. In teologia questo è definito il primato della volontà libera. Il criterio della salvezza è nella conformazione della propria volontà alla volontà di Cristo, è la capacità di sostituire al proprio criterio di giudizio il criterio di giudizio di Cristo e rendere tale criterio fondamento di tutti i propri gesti. Dice san Paolo ai Galati (2,20): “Non sono più io che vivo, ma é Cristo che vive in me.”
  43. Il Cristianesimo parla di qualcosa che è oggettivamente unico nel panorama delle religioni di tutto il mondo. Lucifero, la creatura che il Signore ha fatto più intelligente e potente, è nel profondo dell’inferno; al contrario, la Vergine Maria,  umile e semplice, creatura non certo dotata, per natura, della stessa intelligenza di Lucifero, ha invece realizzato massimamente la propria vita, addirittura è stata innalzata ad essere la Madre di Dio. Lucifero è il massimo del fallimento della creatura; Maria, il massimo della realizzazione. Ed è proprio nella conformazione alla volontà di Dio e non nella possibilità di esercitare un maggiore o minore esercizio intellettuale, la differenza tra Lei e Lucifero. Quest’ultimo fallisce per il suo non voler servire il Signore, la Vergine sublima la propria vita nella volontà di essere “la serva del Signore” (Luca 1,38).
  44. Dunque, il Cristianesimo dimostra con i fatti che il criterio di giudizio della salvezza non è l’intelligenza, ma l’apertura del cuore; tutto ciò nella convinzione di un Dio che non ha voluto farsi incontrare solo con il pensiero, invitando l’uomo ad un processo puramente astrattivo e filosofico, ma soprattutto ha voluto farsi incontrare personalmente e storicamente, entrando con sorpresa nella vita dell’uomo stesso.
  45. Si capisce, pertanto, perché il Cristianesimo sia agli antipodi di qualsiasi impostazione gnostica, intendendo per gnosi la convinzione secondo cui la salvezza si raggiunge nella conoscenza e non nell’esercizio della virtù. Convinzione che sottende che la creatura non sia veramente tale, ma, nella sostanza, sia uguale al divino stesso.
  46. La possibilità di conoscere, addirittura la possibilità di conoscere tutto il Mistero, vuol dire che l’individualità umana è solo un’illusione; perché, potendo l’uomo esaurire nella conoscenza l’Infinito, avrebbe una mente che coincide con l’infinito stesso di Dio.
  47. Quando, invece, l’accento cade sul dover amare Dio e sull’impegno di conformare la propria volontà a quella di Dio, allora non solo viene salvaguardata l’individualità (la volontà dell’uomo deve incontrare la volontà di Dio), ma anche sottolineata la dipendenza e quindi il limite della propria creaturalità (la volontà della creatura deve incontrare quella del Creatore).
  48. Questa specificità cristiana (cioé che si verrà giudicati sull’amore e non sulla conoscenza) è ben testimoniata dal fatto che ad essere chiamati all’adorazione del Verbo incarnato furono dapprima i più “semplici”, gli umili pastori.
  49. La mistica Maria di Agreda così racconta:  “Beati fra tutti furono i pastori di quella zona (Lc. 2,8) che svegli facevano la guardia alle loro greggi nella notte della Natività: non solo perché vegliavano con quell’onesta solerzia e fatica che sopportavano per Dio, ma anche perché erano poveri, umili e disprezzati dal mondo, giusti e semplici di cuore, erano fra quelli che, nel popolo d’Israele, attendevano con fervore e desideravano la venuta del Messia, sulla quale parlavano e colloquiavano spesso. Dimostravano una maggiore somiglianza con l’Autore della vita, quanto più erano dissimili dal fasto, dalla vanità e dall’ostentazione mondana e lontani dalla sua diabolica astuzia. Nelle loro nobili condizioni rappresentavano la missione che il buon Pastore veniva a compiere, nel riconoscere le sue pecore e nel venir da esse riconosciuto (Gv. 10,14). Trovandosi nelle disposizioni così consone, essi meritarono di venir chiamati e invitati come primizie dei santi da parte dello stesso Signore, perché fossero fra i mortali i primi ai quali il Verbo incarnato si manifestasse e comunicasse, e dai quali venisse lodato, servito e adorato. 
  50. Ma, dinanzi al Verbo incarnato, tutti sono chiamati alla dimensione della “semplicità”, anche i potenti, anche i più colti. L’episodio dell’arrivo dei Magi (Matteo 2) deve essere letto in tal senso.
  51. Nell’Adorazione dei Magi di Stefano da Verona (dipinto del 1435 che si trova a Milano, alla Pinacoteca di Brera, l’immagine è in evidenza) c’è una caratteristica -verissima- che non è sempre presente nelle tante raffigurazioni dell’arrivo dei Magi alla mangiatoria di Betlemme. Qui, tutti i personaggi sono orientati verso il Divino Bambino; tutti, non solo la Vergine, San Giuseppe e i Re, ma anche il loro seguito. Tutti, anche quelli che sono più lontani sono come attratti, catalizzati da quel Bimbo.
  52. Ma la caratteristica più originale del dipinto è che finanche lo sguardo degli animali è orientato verso Il Bambino: c’è un cane che sembra spingere il suo muso per guadagnare posto e voler guardare ed adorare anch’esso Colui che tutti guardano ed adorano.
  53. Qui c’è il vero senso della vita cristiana. Dinanzi al Dio che salva, che si fa bambino per venire incontro all’uomo, tutto è chiamato ad inchinarsi e ad adorare: il mondo minerale e quello vegetale con l’incenso e la mirra dei Magi; il mondo animale con il bue e l’asinello (che la tradizione vuole vicini al Bambino Gesù per procurargli calore); il mondo dei sapienti e dei potenti ancora con i Magi venuti da lontano.
  54. In nessun’altra religione, come nel Cristianesimo, c’è una tale valorizzazione dell’umiltà e della semplicità, ciò perché tutto è fondato sulla dipendenza creatura-Creatore.
  55. Nel Cristianesimo la sapienza teologica non é un patrimonio esclusivo della ricerca intellettuale, ma consegue alla santità, cioè alla vita di Grazia e quindi di comunione con Cristo. Ci possono essere santi che non sono proclamati dottori della Chiesa, ma non ci possono essere dottori della Chiesa che prima non siano proclamati santi. Disse il Signore a Santa Caterina da Siena: “Ti dico dunque che é meglio andare a chiedere consiglio intorno alla salute dell’anima da una persona umile, la quale abbia santa e diritta coscienza, che da un letterato superbo, il quale studi nella molta scienza, perché questi non porge se non di quello che ha in sé: onde, trovandosi nella via tenebrosa, porgerà spesso avvolto di tenebre il lume della santa Scrittura. Nei miei servi troverà il contrario: poiché il lume che hanno in sé, lo porgeranno agli altri con fame e desiderio della loro salvezza.” (Dialogo della Divina Provvidenza, II, 85).
  56. D’altronde fu Gesù a dire: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.” (Matteo, 11,25).

 

[1] Giovanni 20, 26-29.

[2] Cfr. A. Tornielli, Inchiesta sulla Resurrezione, Milano, 2005, pp.154-155.

[3] Matteo 2, 10-11.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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2 Comments on "LA TAPPA – La bellezza dell’esempio dei Magi."

  1. antonio leopizzi | 7 gennaio 2017 at 12:08 | Rispondi

    Quante domande sulla bella lezione:Il , è poi il cammino dei tre Magi? Il fatto che i tre Magi abbiano dovuto compiere un lungo viaggio, seguendo
    itinerari differenti, significa che indipendentemente dal seguito, è unico
    l’arrivo alla Verità? Ancora: per loro è stato necessario un lungo viaggio, per i pastorelli invece no! (Intelligenza della fede, contro la fede intellettuale…).
    Un sentito ringraziamento al Prof. Gnerre per così tanta luce!
    Antonio

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