L’ARCHIVIO DEL PELLEGRINO – Il bene comune

Si parla spesso di bene comune. E’ una definizione molto utilizzata, ma non si hanno idee precise su come il concetto di bene comune vada correttamente inteso.

Partiamo da alcuni elementi accettati da tutti. Si dice che la politica deve essere a servizio del raggiungimento e della realizzazione del bene. Che il bene comune è il fine dell’azione politica e delle istituzioni politiche. Che il fine dello Stato è il bene comune. Che la questione del fine e la questione del Bene sono costitutivi della politica. Tutte cose vere, ma non basta fermarsi a queste convinzioni. Bisogna essere più precisi.

Vari modi di intendere non correttamente il bene comune

Ci sono almeno tre concezioni non corrette di bene comune.

La prima è quella che possiamo definire liberale: il bene comune della società è la somma dei beni individuali.

La seconda è quella che possiamo definire utilitarista: il bene comune è una sorta di “massimizzazione globale” dei beni individuali, che permette anche il sacrificio di alcuni soggetti. Un esempio a riguardo potrebbe essere la sperimentazione degli embrioni umani al fine di poter raggiungere un beneficio per l’intera collettività.

La terza è la concezione collettivista: ogni bene comune è comune. Pertanto non esisterebbero beni individuali.

Il modo corretto d’intendere il bene comune

Se la concezione liberale, utilitarista e collettivista ci forniscono dei modi scorretti di intendere il bene comune, qual è allora la concezione corretta? E’ quella tradizionale, legata alla metafisica classica e alla filosofia naturale e cristiana.

Tale concezione afferma che il bene comune è l’insieme delle condizioni attraverso le quali gli uomini possono raggiungere la propria perfezione. Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, al n.407, chiede: Che cosa è il bene comune? Risposta: Per bene comune si intende l’insieme di quelle condizioni di vita sociale che permettono ai gruppi e ai singoli di realizzare la propria perfezione.” Molto precisa è la definizione che del bene comune dà Pio XII nel Messaggio per il Natale del 1942: “Tutta l’attività dello Stato, politica ed economica, serve per l’attuazione duratura del bene comune; cioè di quelle estreme condizioni, le quali sono necessarie all’insieme dei cittadini per lo sviluppo delle loro qualità, dei loro uffici, della loro vita materiale, intellettuale e religiosa.”

Dal momento che il fine della politica è un fine comune a tutti e che riguarda tutti, possiamo dire che il bene comune della società è un bene in comune. Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa al n.164 dice: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale.”

Fondamento in Dio e corrispondenza nella natura dell’uomo

Il bene comune, metafisicamente inteso, trova fondamento in Dio e corrispondenza nella natura umana, pensata e creata da Dio.

Quando si afferma che un corretto concetto di bene comune si fonda sulla dignità della persona umana, non si dice qualcosa di sbagliato, bisogna però fare una precisazione. Infatti, il concetto di bene comune si deve basare su un corretto (sottolineiamo “corretto”) concetto di centralità della persona umana. Concetto “corretto” significa in questo caso che eviti qualsiasi deriva immanentistica e di antropocentrismo radicale. La società è a servizio dell’uomo, ma l’uomo non è autosufficiente, è creatura di Dio, non fondamento immanente di tutto.

L’uomo non è solo corpo, ma unione di corpo e anima, laddove l’anima è chiamata a governare il corpo. Ecco dunque perché il bene comune non può essere inteso come la pura somma di beni materiali.

Dalla natura dell’uomo si coglie l’esistenza di due tipi di beni:

I beni-strumentali, cioè quei beni che sono a servizio di altri beni. Sono beni intermedi (la salute, il benessere economico, l’istruzione, il buon funzionamento tecnico della società).

I beni-fini, cioè quei beni che costituiscono il fine dell’uomo (l’agire morale e la vita eterna in Dio).

Ecco che il bene comune deve riguardare non solo i beni-strumentali ma anche i beni-fini. Non può riguardare solo il benessere materiale, ma il bene di tutto l’uomo integralmente inteso. Il bene comune è il pieno godimento dell’essere, cioè attiene alla piena realizzazione dell’essere.

Il bene comune rettamente inteso scaturisce dalla politica come “intelligenza della realtà”

Perché il bene comune (correttamente inteso) possa essere la ragion d’essere della politica, questa (la politica) deve fondarsi sull’ “intelligenza della realtà”.

La politica, fondata sul realismo filosofico e sulla metafisica, è una politica fondata sull’essere. Solo l’essere può dare senso al tempo. Pertanto, la politica (che è nel tempo), solo fondandosi sull’essere, può indirizzarsi al Bene. Altrimenti sarebbe solo ricerca dell’utile contestuale.

Il valore della politica si fonda sul bene comune. Il bene comune esprime essenzialmente la verità e la bellezza della politica. Per questo la politica non è un male necessario, ma un bene per se stessa.

Praticare bene la politica significa praticarla “per il Bene”. Già Cicerone affermava che l’ordine legale è legittimo quando si fonda su un ordine superiore. E sempre Cicerone diceva: dal momento che il mondo obbedisce a Dio, l’uomo deve essere sottomesso ad una legge suprema.

La vera politica come esito dell’antropologia e della gnoseologia della filosofia naturale e cristiana

Concludendo possiamo affermare che la vera politica scaturisce da una corretta filosofia; e la corretta filosofia è il realismo filosofico, è la metafisica classica, è la filosofia naturale e cristiana. Dunque, la vera politica non può che essere esito dell’antropologia e della gnoseologia di questa filosofia.

…perché dell’antropologia?

Ci sono almeno quattro motivi.

1) Come l’uomo è limitato così anche lo Stato deve riconoscere nella sua stessa ragion d’essere il proprio limite e quindi la necessità di conformarsi ad un criterio di Giustizia e di Legge al di fuori di sé.

2) Come l’uomo non è solo spirito ma anche corpo, così il vivere dell’uomo deve inserirsi all’interno di un’organizzazione sociale e materiale. E la stessa attività politica non figura come qualcosa di negativo, bensì come una necessità nobile e naturale.

3) Come l’uomo non è solo corpo ma anche spirito, così l’attività politica non può essere il perseguimento della semplice felicità terrena ma della felicità tutt’intera, che è quella eterna e il raggiungimento del Bene supremo, che è Dio.

4) Perché l’uomo è unione di spirito e corpo, anche l’organizzazione sociale e statuale devono formalmente e sostanzialmente rispecchiare questa unione. Formalmente, con il dover rendere a Dio anche il culto pubblico. Sostanzialmente, con il rispetto e la promozione della Legge di Dio.

…perché della gnoseologia?

Adesso vediamo perché la concezione medioevale della politica è esito della gnoseologia della filosofia naturale e cristiana.

1.La conoscenza, secondo la filosofia naturale e cristiana, deve partire dall’osservazione dell’oggetto (realismo filosofico), dunque la politica deve rifuggire qualsiasi pretesa utopica di creazione di nuove società e limitarsi ad organizzarne un unico modello, che è dato dalla Legge Naturale.

2.La conoscenza della filosofia naturale e cristiana riconosce come fondamentale il dato del “senso comune”, che –come abbiamo già avuto modo di dire- è la constatazione di verità evidenti che, proprio perché talmente evidenti, non hanno bisogno di essere dimostrate. Ebbene, la concezione tradizionale della politica esprime tale convinzione soprattutto nell’aspetto pedagogico, allorquando sostiene che l’autorità è tale nel momento in cui sa obbedire.

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