L’ARCHIVIO DEL PELLEGRINO – La filosofia di Leibniz

Il filosofo tedesco Gottfried Wilheim Leibniz è un “nipotino” di Cartesio. “Nipotino” ovviamente tra virgolette, cioè nel senso che fa tesoro della sua filosofia, ma se ne distacca. Con lui il razionalismo, iniziato appunto con Cartesio, prosegue affermando la perfetta corrispondenza della realtà oggettiva con le idee dell’uomo.

Figlio d’arte (il papà era anch’egli filosofo), Leibniz nacque a Lipsia nel 1646 e morì ad Hannover nel 1716.

Le sue opere più importanti sono: Discorso di metafisica (1686), Nuovo sistema della natura (1695), Nuovi saggi sull’intelletto umano (1705), Teodicea (1710), Monadologia (1714).

Né Cartesio né Spinoza

Leibniz decide di prendere le distanze tanto da Cartesio quanto da Spinoza.

Da Cartesio, perché alla materia inerte del pensatore francese sostituisce una realtà penetrata di “centri di forza”, pieni di energia e vita. Inoltre, mentre per Cartesio la materia è sostanza nella sua estensione (res extensa), per Leibniz sostanza è ciò che è inesteso, indivisibile, uno e semplice.

Prende le distanze anche da Spinoza, perché non ne accetta il monismo che distrugge ogni individualità; e non ne accetta nemmeno il determinismo, che distrugge la libertà.

Le monadi: per salvare l’universalità e l’individualità

Leibniz è convinto che ogni essere debba avere delle proprietà in comune, ma è convinto anche che ogni essere debba avere caratteristiche talmente individuali da potersi distinguere dagli altri. E allora che fa? Pensa alle monadi[1] (parola che in greco significa “unità”), quei “centri di forza” a cui abbiamo accennato prima i quali assicurerebbero l’unità sostanziale al di sotto dell’apparenza della molteplicità. Le monadi sono infatti sostanze individuali. Scrive in Monadologia: “La monade non è altro che una sostanza semplice che entra nei composti: semplice, ossia priva di parti. Ora, dove non ci sono parti, non vi è né estensione, né figura, né divisibilità: queste monadi sono i veri atomi della natura e, in una parola, gli elementi delle cose”.

Si potrebbe obiettare: niente di nuovo sotto al sole! Leibniz riscopre l’atomismo… no: le monadi somigliano agli atomi, ma in realtà sono diverse. Come gli atomi le monadi hanno un’unità reale e non possono essere annullati o limitati da forze esterne; ma molto di più sono le differenze. Vediamole.

Gli atomi sono uguali qualitativamente, le monadi sono invece diverse e ognuna ha proprietà particolari che le differenziano dalle altre. Leibniz ci tiene a precisare che non esistono due monadi che siano perfettamente uguali.

Gli atomi sono materiali e quindi divisibili, le monadi sono invece immateriali e quindi indivisibili.

Gli atomi sono privi di qualsiasi vita spirituale, sottoposti al movimento meccanico che proviene dall’esterno, le monadi invece sono realtà viventi (centri di forza), veri e propri “piccoli mondi” dotati di una propria spiritualità e attività.

La realtà è un’aggregazione di monadi

Leibniz dice che l’universo sarebbe formato da un numero infinito di monadi diverse fra loro, ma non nella sostanza. Ciascuna di esse è unità sostanziale ed è di per un “piccolo mondo”. Pur essendo però un “microcosmo”, la monade può trovarsi aggregata ad altre monadi per formare le singole realtà individuali. Ogni organismo, pertanto, è un composto di tante monadi, cioè è un aggregato di sostanze.

Secondo il grado di perfezione, Leibniz classifica le monadi in una gerarchia ascendente che dalla natura inorganica sale a Dio, passando attraverso il mondo vegetale, il mondo animale e lo spirito umano.

In tal modo Leibniz pretende superare il dissidio presente nella dottrina cartesiana fra res cogitans e res extensa: l’estensione, la sostanza corporea, non è più materia ma diventa forza, ossia spirito.

Necessità e contingenza a braccetto

Leibniz rifiuta qualsiasi concezione deterministica della realtà. Anzi, ne afferma una finalistica. In Dio e nell’uomo –egli crede- esiste una libertà di scelta che li rende autonomi. Inoltre, se è vero che nella natura è presente la connessione causa ed effetto, è pur vero che i fatti stessi sono contingenti. Insomma, nell’universo oltre al principio di causalità è presente quello di possibilità. E questi due princìpi sono entrambi compatibili. Più chiaramente: ciò che accade in natura è effetto di una causa e quindi obbedisce al meccanicismo e alla necessità, ma nello stesso tempo esiste anche un margine di contingenza, se infatti le cause fossero diverse anche gli effetti lo sarebbero.

A riguardo c’è un esempio classico per capire. Se il cielo è coperto di nuvole (causa), pioverà (effetto), ma se il cielo è sereno (causa), non pioverà (effetto). Un esempio per capire come il principio di possibilità non nega quella di causalità e viceversa.

Verità di ragione e verità di fatto

Per capire meglio come Leibniz possa far andare d’accordo necessità e libertà, diciamo qualcosa in merito alla sua teoria sulla differenza tra verità di ragione e verità di fatto.

Le verità di ragione riguardano la logica e la matematica ed esprimono proposizioni assolute e necessarie che non ammettono alternativa. Esse si basano sul principio di identità e non-contraddizione. Per esempio, il quadrato ha quattro lati. Su questo non si può discutere.

Le verità di fatto riguardano la realtà naturale e si basano sul principio di ragion sufficiente. Ebbene, in queste verità c’è il principio di causalità, ma, mutando le cause, mutano anche gli effetti. E’ l’esempio famoso che abbiamo evocato prima: se ci sono le nuvole, pioverà; ma se c’è il sole, non pioverà. Insomma, il principio di ragion sufficiente non esclude la possibilità e i fatti possono essere infinitamente vari.

La verità è nella monade

Leibniz afferma che le monadi sono chiuse in se stesse e non comunicano fra loro. Dunque, non sono nemmeno influenzabili dall’esterno. Egli dice chiaramente che “non hanno finestre”.

Ora, questa energia interna si manifesta come forza rappresentativa per cui ogni monade, attraverso la percezione, si rappresenta e anche rispecchia dentro di sé l’universo intero.  Quindi tutte le altre monadi è come fossero già contenute in sé.

Da qui vien fuori un’evidente “idealismo”. Il mondo è interiorizzato, ridotto a pensiero. La conoscenza non è più una rappresentazione corporea, bensì un atto interiore, di semplice pensiero. Leibniz ne è convinto: ogni monade rappresenta a se stessa lo stesso universo sotto però un proprio aspetto e con una prospettiva particolare; per cui la percezione è differente in ciascuna.

Ma perché le rappresentazioni di ciascuna monade è diversa? I motivi sono due.

Il primo è che le monadi, a seconda del loro grado di perfezione, hanno percezioni diverse, che possono essere: oscure, confuse o chiare. Inoltre anche le monadi superiori, pur potendo raggiungere un alto livello di chiarezza, possono rimanere nell’oscurità e nell’incoscienza.

Il secondo motivo è che ogni monade, anche se ha la possibilità di conoscere tutto l’universo, è rivolta solo ad una parte di esso e quindi le sue rappresentazioni sono parziali. Scrive Leibniz in Monadologia: “Come una stessa città vista da punti differenti appare tutta diversa e come moltiplicata di prospettiva, così avviene che per il numero infinito delle sostanze semplici vi sono come molteplici universi differenti che non sono tuttavia che le prospettive di un universo solo, secondo i differenti punti di vista di ciascuna monade”.

Percezioni e appercezione

Le percezioni oscure, proprie dell’incoscienza, sono quelle che la monade non avverte affatto e alle quali reagisce istintivamente senza accorgersene. Questo stato di assoluta incoscienza è illustrato da Leibniz con la dottrina delle piccole percezioni: le impressioni troppo piccole o troppe numerose o troppo unite, da non potersi distinguere l’una dall’altra. A riguardo vi è un esempio molto noto, quello del fragore delle onde del mare. Un rumore del genere è composto dalla somma dei singoli rumori che ogni piccola onda produce, ma questi singoli rumori sono impercettibili perché ciascuno è troppo piccolo per essere avvertito. Tale grado di conoscenza oscura è propria delle monadi della natura inorganica e del mondo vegetale anche se, in particolari momenti, è presente negli animali e nell’uomo, come si può constatare dagli esempi riportati.

Le percezioni confuse, proprie della subcoscienza, sono avvertite ma non spiegate nelle loro cause. Tale grado di conoscenza confusa è caratteristico degli animali, anche se talora è presente nello spirito umano.

Le percezioni chiare, proprie della coscienza, sono quelle che spiegano le cose, i fatti, la loro natura e la loro ragione di essere. Tale grado di coscienza chiara e distinta è chiamato appercezione, cioè autocoscienza.

Oltre la percezione, la monade possiede l’appetizione, cioè una naturale tendenza a chiarire le conoscenze oscure passando da conoscenze meno chiare e a conoscenze più chiare. La monade muta ma non perché è mossa da altri: i movimenti naturali delle monadi derivano da un principio interno. In Principi della natura e delle grazia così si esprime Leibniz: “Una monade non può essere distinta da un’altra che per mezzo delle qualità e delle azioni interne, le quali sono le sue ‘percezioni’, cioè le rappresentazioni e le sue appetizioni, cioè il tendere da una percezione all’altra.”

Conoscenza potenziale e conoscenza attuale

Ogni monade è rivolta di momento in momento solo ad una parte del suo contenuto interiore, che comprende l’universo intero, anche se ciò che rimane provvisoriamente in ombra, e quindi allo stato oscuro e confuso, può essere evocato dalla chiarezza in qualsiasi momento. Pertanto, una monade può avere davanti alla coscienza una persona, un’altra invece un avvenimento storico, un’altra infine un paesaggio. Ma ciascuna ha la possibilità di passare rapidamente ad un’altra percezione e quella precedente discende nel subconscio, a costituire il suo patrimonio di sapere, da dove può essere richiamata alla coscienza mediante la memoria.

Perciò è identica in tutte le monadi è la conoscenza potenziale, diversa dalla rappresentazione attuale.

L’innatismo: né Cartesio né Locke

La posizione di Leibniz riguardo al problema dell’origine delle idee è diversa da quella di Cartesio e di Locke.

Cartesio dichiara che l’anima umana possiede fin dalla nascita alcune idee innate (idea dell’io e di Dio, princìpi matematici, logici, morali…). Locke, invece, rifiuta l’innatismo, afferma che l’intelletto dell’uomo è come una tavoletta di cera levigata (tabula rasa) su cui si imprimono le idee di mano in mano che esse siano ricevute dall’esperienza e sostiene questa tesi dicendo che, se le idee fossero innate e non derivassero dall’esperienza, anche i bambini, gli idioti ed i selvaggi le possederebbero e le userebbero.

Leibniz è decisamente orientato verso l’innatismo, perché ritiene che le monadi non hanno finestre e tutte le loro rappresentazioni sono ricavate dalla propria interiorità, ma il suo innatismo non è quello cartesiano ed è detto virtuale o potenziale. Egli, infatti, permettendo la distinzione tra percezioni e appercezioni, cioè fra rappresentazioni oscure e confuse e conoscenze chiare e distinte, afferma che tutte le idee sono inizialmente contenute nelle monadi in modo incosciente: esse sono quindi presenti, non allo stato attuale, ma semplicemente allo stato virtuale o potenziale in forma di piccole percezioni, di inclinazioni o disposizioni, e tali rimangono nelle monadi inferiori (natura inorganica, vegetali, animali); le monadi superiori, invece, cioè le anime degli uomini, possono via via acquistarne coscienza mediante la riflessione e renderli attuali, raggiungendo l’appercezione.

Per spiegare il carattere particolare del suo innatismo ed il modo con cui le idee passano dalla virtualità all’attualità, Leibniz si serve dell’esempio del blocco di marmo. L’anima –egli dice- è come un blocco di marmo nel quale sono impresse molte venature che delineano la figura di Ercole; la statua, che lo scultore trarrà, è già, in un certo qual modo, preformata e basteranno pochi colpi di martello perché sia estratta.

L’antropologia

L’uomo, come tutti gli organismi, è costituito da un insieme di monadi, da un aggregato di sostanze individuali: da una centrale, superiore per grado, che è l’anima, e da molteplici periferiche, di grado inferiore, che formano il corpo.

Le monadi, lo abbiamo detto, non comunicano con l’esterno, e non hanno perciò rapporti fra loro, ma ricavano dalla propria interiorità la rappresentazione di tutto l’universo, cioè di tutte le altre monadi e di se stesse tra le altre. Sorge allora il problema di armonizzare la monade-anima con la monade-corpo e anche le monadi di un organismo con le monadi di altri organismi. Leibniz trova la soluzione nella teoria dell’armonia prestabilita.

L’armonia prestabilita

Tale armonia sarebbe stata disposta da Dio fin dall’eternità, in modo che le modificazioni interne di ciascuna monade corrispondessero esattamente e perfettamente alle modificazioni in tutte le altre monadi.

Per spiegare questo concetto, Leibniz utilizza l’esempio dei due orologi sincronizzati; sincronia che può dipendere da tre possibilità diverse:

  • Perché i due orologi sono collegati in maniera che ogni movimento dell’uno si trasmette all’altro. E’ la concezione di Cartesio: le cose producono nell’anima le idee avventizie e la res cogitans e la res extensa influiscono reciprocamente l’una sull’altra attraverso la ghiandola pineale.
  • Perché i due orologi non hanno alcuna relazione, ma l’orologiaio regola di continuo il movimento dei due oggetti e li fa corrispondere. Si tratta della teoria degli occasionalisti: Dio continuamente interviene per armonizzare mondo spirituale e mondo fisico.
  • Perché i due orologi sono costruiti dall’orologiaio in maniera tale che possano andare sempre d’accordo. E’, appunto, la teoria dell’armonia prestabilita.

La materia è solo un modo di apparire dello spirito

Le monadi sono sostanze spirituali, centri di forza e pertanto non sono costituiti da materia. Dunque, il mondo appare materiale, ma non lo è. Il mondo è diverso da come sembra e ciò che noi consideriamo materia è solo un certo modi di apparire dell’energia spirituale.

Dio è la monade suprema

Per Leibniz Dio è la monade suprema e la sua esistenza si dimostra con tre prove: cosmologica, ontologica e dell’armonia prestabilita.

Prova cosmologica: le cose sono contingenti, per cui con il principio di ragion sufficiente si capisce che ciò che è contingente ha bisogno di ciò che contingente non è, per l’appunto Dio, che non ha bisogno di nulla per esistere.

Prova ontologica: qui fondamentalmente Leibniz riprende gli argomenti di sant’Anselmo e di Cartesio.

Prova dell’armonia prestabilita: l’armonia prestabilita, che è necessaria per capire l’accordo tra materia e spirito, non sarebbe possibile senza un progettista, che non può che essere Dio.

Ma come è fatto Dio e come agisce?

Dio crea le monadi per emanazione o irradiazione immediata e le accorda con l’armonia prestabilita. Dio è somma perfezione e anche bontà assoluta. Nella sua mente sono presenti i vari mondi possibili e anche tutti gli avvenimenti che potrebbero accadere. Egli sceglie il miglior mondo possibile e fa accadere gli eventi più adatti e migliori secondo il bene. E’ questo l’ottimismo leibniziano.

Ma Leibniz come spiega in tal modo l’esistenza del male? Egli dice che, malgrado questi presupposti, non è concepibile un modo esente dal male. Per quanto possa essere ridotto dalle scelte di Dio, esso ci sarà sempre perché la realtà implica sempre l’imperfezione. Se Dio potesse creare un mondo totalmente perfetto, creerebbe un altro se stesso.

Per il male, Leibniz di fatto riprende sant’Agostino: distingue tra male metafisico, male morale e male fisico.

Il male metafisico è legato all’imperfezione della materia, è dunque deficienza, non-essere.

Il male morale è il peccato: l’uomo può utilizzare male la propria libertà.

Il male fisico è il dolore, la sofferenza, anche queste conseguenze dell’imperfezione delle creature.

Pertanto il male non si potrà mai debellare completamente dal mondo.

La libertà

Per quanto riguarda Dio, va detto che per Leibniz Dio non è necessitato da alcuna costrizione esterna, ma non può agire diversamente da come agisce, cioè non può non seguire il principio del meglio, essendo Bene.

Sul peccato però c’è qualcosa di ambiguo nella concezione leibniziana. Per esempio, egli dice che Dio ovviamente già sapeva che Adamo avrebbe peccato, pertanto l’avrebbe potuto non creare, ma l’ha creato ugualmente perché quel peccato sarebbe stato la migliore soluzione possibile. Dunque, non creazione di Adamo comunque, perché Dio non si lascia condizionare dalla conoscenza del futuro, come afferma il Cristianesimo; bensì creazione di Adamo perché il peccato è pur sempre la migliore soluzione possibile. In tal modo il peccato si trasforma in “valore”.

L’uomo ha una libertà relativa, ma ce l’ha. E la vera libertà è seguire la ragione e non farsi dominare dalle passioni che scaturiscono da pensieri confusi e oscuri che derivano dalle piccole percezioni.

La politica: perseguimento della “città di Dio” …l’utopia cacciata dalla porta, rientra dalla finestra

Dal momento che tutto è dominato dall’armonia prestabilita, allora questo principio deve muovere anche la società. Gli uomini si devono unire nell’amore reciproco e formare una società tendente a Dio per trovare in Dio un principio supremo. Insomma, ogni uomo deve attuare pienamente se stesso in armonia con gli altri.

Insomma, l’utopia che Leibniz aveva cacciato dalla porta (il male non potrà mai essere eliminato) sembra in questo caso… rientrare dalla finestra.

Per capire meglio

Anche Leibniz dà un contributo significativo per il consolidamento della modernità.

Nel suo pensiero c’è lo svilimento del reale, come abbiamo visto la verità delle cose è intrinseco allo spirito della monade.

C’è anche l’individualismo: il tutto è semplicemente la somma delle parti e le monadi sono autosufficienti.

E anche il solipsismo: le monadi sono non solo autosufficienti ma anche non comunicanti fra loro.

Interessante: la svolta razionalista conduce a due posizioni estreme. La prima è il panteismo (Spinoza); la seconda è la frammentazione della realtà (Leibniz).

[1] Leibniz chiama la monade anche entelechia (termine aristotelico) perché che significa realtà che “ha perfezione”.

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