L’ARCHIVIO DEL PELLEGRINO – La filosofia di Nietzsche

Friedrich Wilheim Nietzsche (1844-1900) nacque nella piccola cittadina prussiana di Rocken bei Lutzen. Suo padre era un pastore protestante e morì quando il piccolo Nietzsche aveva appena quattro anni. Entrò all’Università di Bonn per studiare teologia e filologia. In seguito si trasferì all’Università di Lipsia, dove lesse per la prima volta Schopenhauer, e venne a contatto con le critiche di derivazione kantiana alla metafisica materialista. In questa università strinse amicizia con Richard Wagner (1813-1883), un’amicizia che avrebbe avuto un profondo effetto su di lui. Morì pazzo, ospite della sorella, nel 1900. E proprio riguardo la follia c’è un episodio molto significativo. Nietzsche si trovava a Torino quando ebbe la prima crisi in pubblico. Era il 3 gennaio 1889. Si trovava in piazza Carignano. Al vedere un cavallo, adibito a traino di una carrozza, che veniva fustigato a sangue dal cocchiere, s’intenerì, abbracciò l’animale, pianse e poi cadde a terra urlando. Interessante: lui che aveva tanto scritto contro la compassione nei confronti dei più deboli, volle avere compassione di un misero cavallo e, nel momento in cui esternò questa compassione, divenne pazzo. Come abbiamo già detto, fu poi la sorella ad accudirlo negli ultimi anni della sua vita.  E solo lei, in qualità di suo esecutore testamentario, aveva accesso alle sue opere, che però distorse e adattò alle sue vedute antisemite, ingraziandosi così Hitler e il partito nazista.

La realtà come esplosione di forze disordinate

La base del pensiero  di Nietzsche è la convinzione secondo cui la realtà altro non è che un’esplosione di forze disordinate, e che la realtà stessa non è conoscibile con uno procedimento di ordine logico-razionale.

Secondo Nietzsche, la filosofia avrebbe finora commesso l’errore di distinguere un mondo reale, da accettare, da un mondo apparente, da rifiutare. La vera realtà sarebbe proprio il cosiddetto mondo apparente, che è stato definito così proprio perché realtà inaccettabile, in quanto disordinata e contraddittoria. In questo senso -sempre secondo Nietzsche- tutta la filosofia occidentale sarebbe stata nichilista in quanto negatrice della vera realtà a favore di una realtà ideale, illusoria ed inesistente.

I tre atteggiamenti possibili

Dinanzi a questa irrazionalità del reale -egli diceva- si possono assumere tre atteggiamenti: di debolezza, di forza e di innocenza.

L’atteggiamento di debolezza è quello dell’uomo mediocre (del gregge). Nietzsche a riguardo utilizza l’immagine del “cammello”. La condotta dell’uomo mediocre è dettata dalla paura, che, motivata dalla potenza sregolata ed opprimente della natura, induce l’uomo debole e mediocre ad escogitare delle armi di difesa. Queste armi sono la morale e la religione, che egli inventerebbe con lo scopo di esercitare un controllo sulla potenza sfrenata della natura.

Passiamo all’atteggiamento della forza. Contro il gregge, la massa dei mediocri, Nietzsche, per bocca di Zarathustra, proclama che l’esistenza dell’uomo è un’esistenza completamente terrena e che Dio non esiste: “Dio è morto!”. L’uomo è nato per esistere sulla terra e non c’è nessun altro mondo per lui al di fuori di questo. L’anima che dovrebbe essere il soggetto dell’esistenza ultramondana è insussistente: l’uomo è soltanto corpo. L’atteggiamento della forza è naturalmente l’atteggiamento dell’uomo forte. A riguardo Nietzsche utilizza l’immagine del “leone”. L’uomo forte deve liberarsi dall’invenzione di valori religiosi e morali che costituirebbero (povero Nietzsche!) la negazione stessa della vita nella sua bellezza ed esuberanza. L’uomo forte deve essere autonomo, legislatore di se stesso, padrone assoluto dei propri atti. Un uomo che non è tenuto a rendere conto di ciò che fa né a Dio, né alla società, ma solo a se stesso. Il suo precetto non è il “tu devi” ma l’“io voglio” per superare ogni limite. L’uomo deve essere un “super-uomo”, le cui principali virtù sarebbero: l’audacia, che gli consente di affermare la sua volontà senza nessuno scrupolo; e l’insensibilità, che gli permette di affermarsi a qualsiasi mezzo senza lasciarsi commuovere dalla compassione. Nietzsche ha scritto: “(…) i deboli e i malriusciti devono perire, questo è il principio del nostro amore per gli uomini (…). Che cos’è più dannoso di qualsiasi vizio? Agire pietosamente verso tutti i malriusciti e i deboli (…).” (L’anticristo). E ce l’aveva ovviamente con il Cristianesimo: “(…) l’individuo fu considerato dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare, ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani.” (Frammenti postumi) E ancora: “Davanti a Dio tutte le ‘anime’ diventano uguali; ma questa è proprio la più pericolosa di tutte le valutazioni possibili! Se si pongono gli individui come uguali, si mette in questione la specie, si favorisce una prassi che mette capo alla rovina della specie; il cristianesimo è il principio opposto a quello della selezione. Se il degenerato e il malato devono avere altrettanto valore del sano (…) allora il corso naturale dell’evoluzione è impedito. (…) questo amore universale per gli uomini è in pratica un trattamento preferenziale per tutti i sofferenti, falliti degenerati: esso ha in realtà abbassato la forza, la responsabilità, l’alto dovere di sacrificare gli uomini.” (Frammenti postumi)

Il terzo atteggiamento è quello dell’innocenza, che è l’atteggiamento dello spirito libero. Nietzsche qui utilizza l’immagine del “bambino”. Come il bambino, l’uomo innocente sa “dire sì alla vita” in tutte le sue forme, prendendole nella loro immediatezza, senza subordinarle a norme, a categorie o ad idee proiettate in un mondo soprannaturale o escatologico. L’uomo innocente ama la realtà in tutte le manifestazioni. Qualcuno potrebbe obiettare: ma anche il Cristianesimo loda il bambini; anzi nel Vangelo è scritto che se non si diventa come bambini non si può entrare nel Regno dei Cieli (Matteo 18, 3). Attenzione però. Il “bambino del Vangelo”, modello dello stupore e della meraviglia, si appassiona umilmente al reale cogliendone l’evidente logica, che è la “mano del Creatore”. Il “bambino nietzschiano”, invece, è pura passività, è modello d’’incapacità a voler comprendere, perché la realtà, nella sua evidente incapacità, sarebbe del tutto incomprensibile.

Il modello dionisiaco

Dunque -secondo Nietzsche- la condotta dell’uomo forte non realizza ancora pienamente l’ideale umano. Ci vuole il bambino che sa accettare e vedere positivamente anche ciò che è distruttivo, disgregante, malvagio, ma che comunque è parte integrante della realtà. Da qui il “modello dionisiaco”. Dionisio è la sacralizzazione di tutto il reale, nel suo bene e nel suo male. E’ accettazione e sublimazione di tutto, senza la pretesa –anzi!- di voler razionalizzare.

Nietzsche rivendica a se stesso il compito di portare a compimento il nichilismo, cioè di mostrare che non c’è verità, che il mondo è senza scopo e “sempre ritornante”. Il vero volto del mondo sarebbe stato capito e accettato soltanto dalla tragedia antica, perché essa sarebbe riuscita a sopportare il pensiero terribile che il mondo senza senso ritorna per sempre, eternamente in modo uguale. Insomma, soltanto la tragedia greca avrebbe compreso che il “carattere complessivo del mondo è caos per tutta l’eternità.”[1]

Un’evidente contraddizione

Ma nel pensiero di Nietzsche vi è un’evidente contraddizione. Da una parte egli afferma che l’uomo deve porsi con “forza” dinanzi al reale; dall’altra indica nell’“innocenza” del bambino l’atteggiamento più corretto. Nella logica di Nietzsche questi due atteggiamenti (la “forza” e l’“innocenza”) sono accomunati dall’accettazione della realtà così come è. Ma è qui che Nietzsche si contraddice. Egli vuole presentare il suo pensiero come un pensiero vincente atto a rendere l’uomo protagonista, ma accade tutt’altro: l’uomo subisce il reale, non lo governa; l’uomo torna ad essere vittima di ciò che accade e della storia. Da qui anche il perché dell’adesione alla concezione dell’“eterno ritorno”.

[1] F.Nietzsche, Frammenti postumi, in Opere (a cura di) G.Colli e M.Montanari, Milano 1964, V, II, pp.136-137.

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