L’ARCHIVIO DEL PELLEGRINO – Obbedienza e resistenza al potere legittimo

La concezione cristiana della politica non pretende un’accettazione passiva del potere. Anzi, viene ampiamente riconosciuto il diritto alla resistenza al potere legittimo. Anche questo perfettamente in coerenza con la sua concezione dell’autorità, ovvero che non si giudica da se stessa, bensì attraverso criteri perenni ed immutabili che sono al di fuori di essa. E’ ciò che viene indicato come supremazia della Giustizia e della Legge. Insomma, proprio perché vi è tale supremazia, si può opporre resistenza al potere legittimo qualora questo fosse venuto meno ai suoi compiti. Tale diritto sarà ampiamente riconosciuto anche dai teorici del potere regale nell’Ancien Régime.

Vediamo in che cosa davvero consisteva questo diritto alla resistenza. Nel XIX secolo il pensatore spagnolo Jaime Balmes riassunse la dottrina di San Tommaso in merito al diritto di resistenza. Vediamola. “1)Non si deve in nessun modo obbedire all’autorità civile, quando comanda atti contrari alla legge divina. 2) Quando le leggi sono ingiuste, esse non obbligano nel foro della coscienza. 3)Può essere necessario obbedire a queste leggi, per ragioni di prudenza, ossia per evitare lo scandalo e il disordine. 4)Le leggi possono essere ingiuste per uno dei seguenti motivi: in quanto contrarie al bene comune; in quanto non hanno per scopo questo bene; in quanto il legislatore abusa dei propri poteri; in quanto, sebbene tendenti al bene comune ed emanate dall’autorità competente, le leggi non hanno adeguata equità, per esempio se ripartiscono inegualmente cariche politiche.”[1]

Dunque, riconoscere il diritto di resistenza al potere legittimo non significa non voler riconoscere l’autorità politica. Tutt’altro. Questo diritto diventa piuttosto conferma della grandezza dell’autorità politica, proprio perché ne sottolinea il valore sacrale e metafisico. L’autorità politica è grande in quanto “ministero” a servizio di Dio e della Sua Legge per il conseguimento del bene comune.[2]

Leggiamo adesso queste belle parole di santa Teresa d’Avila (1515-1582) a proposito dell’obbligo per i re di conoscere e “praticare” la Verità. Ella scrive: “Fortunata l’anima a cui il Signore fa conoscere la verità! Oh, come sarebbe adatto questo stato per i re! Come sarebbe di maggior vantaggio per essi cercar di guadagnarselo, anziché mirare alla conquista di un gran dominio! Quanta giustizia vi sarebbe nel loro regno! Quanti mali si eviterebbero, e quanti se ne sarebbero evitati! Qui non si teme di perdere la vita né l’onore per amor di Dio. Che gran bene, questo, per chi, come re, è più obbligato di tutti i sudditi ad aver di mira l’onore del Signore perché deve essere loro d’esempio! Pur di accrescere di un punto la fede e d’illuminare almeno un po’ gli eretici, un tal re sarebbe disposto –e con ragione- a perdere mille regni. E’ una cosa ben diversa, infatti, guadagnare un regno eterno, tale che, con una sola goccia d’acqua che di esso l’anima beva, prova nausea per tutto ciò che è terreno. Che ne sarebbe, poi, se s’immergesse totalmente in essa? Oh, Signore! Se voi mi deste modo di proclamarlo a gran voce, non mi crederebbero, lo so, come non credono a molti che lo sanno dire ben diversamente da me, ma io, almeno, ne rimarrei soddisfatta. Mi sembra che, pur di far conoscere una sola di queste verità, terrei in poco conto la vita. Non so, dopo, che cosa farei, perché non c’è da fidarsi di me, ma sebbene sia quella che sono, mi assalgono tali impeti di dire questo a chi comanda, che ne resto distrutta. Quando non ne posso più, mi rivolgo di nuovo a voi, mio Signore, supplicandovi di porre rimedio a tutto. Voi ben sapete che assai volentieri mi priverei delle grazie che mi avete concesso, purché ciò non mi facesse incorrere nel pericolo d’offendervi, per darle ai re, essendo loro impossibile, con questo, permettere le cose che oggi permettono, e se ne avrebbero grandissimi beni. Oh, mio Dio! Fate che intendano i loro obblighi giacché avete voluto renderli così famosi in terra, che quando muore qualcuno di essi, in cielo ne appaiono i segni, come ho sentito dire. Certo, pensando a questo, mi sento compresa di devozione, per il fatto che voi, mio Re, vogliate far loro intendere anche così l’obbligo che hanno di imitarvi in vita, poiché, in qualche modo, la loro morte è accompagnata da segni celesti, come avvenne per la vostra morte.”[3]

[1] Cit. in R.de Mattei, La sovranità necessaria, Roma 2001, p.61.

[2] “Secondo la dottrina immutabile della Chiesa, qualunque sia la divisione delle funzioni istituzionali dell’autorità politica, l’esercizio di essa, sia nella comunità in quanto tale che nelle istituzioni rappresentative, deve sempre realizzarsi all’interno dei limiti dell’ordine morale per cercare il bene comune…secondo l’ordine giuridico legittimamente stabilito o da stabilire.” (Mons.J.Guerra Campos, Morale cattolica e monarchia costituzionale. La responsabilità morale del re nella ratifica delle leggi, in “Quaderni di Cristianità”, anno I, n.3, p.69). Il Concilio Vaticano II afferma: “La comunità politica esiste (…) in funzione di quel bene comune, nel quale essa trova significato e piena giustificazione e che costituisce la base originaria del suo diritto all’esistenza. Il bene comune si concreta nell’insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione.” (Costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et spes, n.74).

[3] Teresa d’Avila, Libro della mia vita, 21, 1-3.

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