Le grandi manovre dell’Arabia Saudita in Medioriente… e l’Occidente continua a non voler capire

Emir of Kuwait Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah shakes hands with U.S. President Donald Trump during their meeting in Riyadh, Saudi Arabia, May 21, 2017. REUTERS/Jonathan Ernst

da linkiesta.it – Autore: Tommaso Canetta

Il Libano si sta avvicinando rapidamente al punto di ebollizione. L’Arabia Saudita, capofila del fronte sunnita, ha costretto l’ex premier Hariri, suo uomo, alle dimissioni “in contumacia”, cioè mentre si trovava a Riad. Da allora Hariri non è più tornato in Libano e sia Nasrallah, il leader del partito-milizia sciita filo-iraniano Hezbollah, sia il presidente libanese cristiano-maronita (ma vicino a Hezbollah) Aoun hanno chiesto che i Saud lascino rientrare in patria l’ex premier. Riad non sembra intenzionata a cedere e, anzi, rilancia le proprie accuse all’Iran di fomentare il terrorismo in Medio Oriente. Accuse ribaltate specularmente da Teheran, che ha accusato i Saud di essere i veri sponsor del terrorismo internazionale (Isis in primo luogo).

Al di là della cronaca, il Grande Gioco che si è messo in moto in Medio Oriente negli ultimi anni sembra destinato a replicarsi in Libano secondo uno schema che parrebbe sufficientemente delineato. Riad, che è uscita sconfitta dalla battaglia per il controllo della Siria, sta manovrando l’ex premier sunnita Hariri per causare instabilità nel Libano, con la segreta speranza di propiziare uno scontro – dall’esito scontato – tra Israele e Hezbollah. Israele, infatti, a quanto riportano indiscrezioni di stampa sia locale che internazionale, starebbe preparando una guerra contro la milizia sciita libanese fin dal 2006. E con la fine del governo di transizione di Hariri e la prospettiva che il controllo sul Libano venga più o meno ufficialmente lasciato a Hezbollah (i cui miliziani a mesi cominceranno a rifluire dalla Siria, dove hanno combattuto negli ultimi quattro anni), l’occasione per Tel Aviv sarebbe teoricamente ghiotta.

Nei sogni proibiti dei Saud a quel punto l’Iran si farebbe coinvolgere direttamente in un confronto con Israele, inviando le proprie milizie sciite che al momento sono di stanza in Siria, e si alienerebbe così le simpatie conquistate in Occidente nel recente passato (tra accordo sul nucleare e guerra contro lo Stato Islamico), dando agli Usa di Trump la spinta necessaria per convincere l’Europa, finora recalcitrante, a ghettizzare nuovamente Teheran. Forse gli Ayatollah non sarebbero tanto auto-lesionisti, ma certo con uno scontro aperto tra Israele e Hezbollah (e con il controllo del Libano sul piatto) si troverebbero in una posizione scomoda e su un piano inclinato molto pericoloso.

Dietro questo schema pare ci siano sicuramente i Saud, in particolare il principe ereditario Mohammed Bin Salman (già ministro della Difesa) che, con la “svolta moderata” annunciata a Riad pochi mesi fa, punta a riguadagnare alla monarchia del Golfo le simpatie in Occidente che dall’11 settembre 2001 in poi sono andate sempre più riducendosi (in particolare dopo il fenomeno dello Stato Islamico). Ma non solo. L’altro regista occulto sono gli Stati Uniti di Donald Trump, in particolare i “falchi” dell’amministrazione che vogliono appunto spingere Teheran nell’angolo, ignorando gli inviti alla prudenza del segretario di Stato Rex Tillerson e le resistenze dell’Unione europea e delle capitali europee.

Il timore di molti analisti è che gli Stati Uniti, seguendo e anzi forse anche spronando i Saud su questo sentiero, stiano per commettere l’ennesimo errore nella loro politica estera in Medio Oriente. Fu un errore appoggiare la jihad e i mujaheddin in ottica anti-sovietica negli anni ’80, fu un errore la guerra in Iraq del 2003 e la gestione del dopo dell’amministrazione Bush, fu un errore il ritiro voluto da Obama a fine 2011 e la gestione delle primavere arabe di quegli anni, e fu un errore l’atteggiamento ambiguo nei confronti dell’Isis da un lato e di Assad dall’altro durante la guerra civile siriana. Un errore in Libano adesso rischierebbe di aggravare la marginalità statunitense nell’area, quantomeno diplomatica, a tutto vantaggio della Russia.

Perché dunque c’è scetticismo su questo ennesimo “piano” degli Usa, in combinata con Riad? Innanzitutto pare che Israele sia molto meno disposto ad assecondare le richieste saudite e americane di quanto Washington non paia dare per scontato. È vero che negli ultimi giorni nel servizio diplomatico israeliano è girato un cablo che invitava a sostenere la posizione saudita, ma la prospettiva di un conflitto in Libano con Hezbollah, col rischio che diventi l’ennesima guerra per procura tra Saud e Ayatollah iraniani, non alletta particolarmente i generali dell’esercito israeliano. Sono pronti, ma non sono ansiosi di dar fuoco alle polveri. Poi bisogna sottolineare come finora i tentativi americani di far serrare i ranghi al fronte sunnita in ottica anti-iraniana si siano risolti in clamorosi boomerang. Vale in particolare il precedente del Qatar, piccolo ma ricco e influente membro del fronte sunnita, che lo scorso giugno si è rifiutato di seguire la linea di Riad (e Washington) e ne è scaturita una aspra crisi diplomatica nel Golfo. Risultato? Il Qatar, ostracizzato da Riad (che ha sempre mal sopportato i legami tra l’emirato e la Fratellanza Musulmana, vista dai Saud come un’organizzazione terroristica), si è avvicinato all’Iran. Iran che oltretutto già poteva contare sui buoni rapporti con un altro Stato sunnita “rivale” dei Saud, cioè la Turchia, avvicinatosi a Teheran e Mosca nel corso della guerra civile siriana (avendo realizzato di non poter abbattere Assad, Erdogan ha abbandonato il fronte comune con i Saud e ha dato il proprio appoggio ai piani di Putin in Siria in cambio di qualche contentino territoriale in ottica anti-curda).

Dunque, se non fallirà per le fratture interne al fronte nemico dell’Iran, il piano sponsorizzato dagli Usa potrebbe fare ancora più danni qualora andasse in porto. Si rischierebbe infatti uno scontro tra blocchi islamici su scala ancora maggiore che in Siria

Il piano potrebbe dunque fallire già allo stadio embrionale, e se anche funzionasse vedrebbe il fronte sunnita combattere “in salita”. Concentrando i propri sforzi su questo esito, gli Usa non stanno facendo probabilmente un buon servizio ai propri interessi. Troppe oscillazioni in politica estera non pagano, e passare dalla strategia di Obama – progressivo distacco dal Medio Oriente, accordo sul nucleare con Teheran per lasciare nell’area un balance of power tra sunniti e sciiti – a quella di Trump – asse con Saud e Israele per tornare a ghettizzare l’Iran – più che un’oscillazione sembra una rivoluzione. Che oltretutto, secondo gli esperti, avrà l’effetto di compattare il fronte avversario, che compatto di suo non sarebbe affatto. L’Iran e la Russia stanno insieme per questioni di interessi di breve periodo, ma sono rivali. Aprire le ostilità in Libano rischia di unirli ancor di più, mentre meglio sarebbe stato giocare a dividerli. Turchia e Qatar, allo stesso modo, stanno ora con gli sciiti nell’ottica di uno scontro con l’Arabia Saudita, ma potrebbero essere riguadagnati al fronte sunnita con una politica meno muscolare e più accorta.

Dunque, se non fallirà per le fratture interne al fronte nemico dell’Iran, il piano sponsorizzato dagli Usa potrebbe fare ancora più danni qualora andasse in porto. Si rischierebbe infatti uno scontro tra blocchi islamici su scala ancora maggiore che in Siria, con il probabile coinvolgimento di Israele e il pericolo di un altro confronto indiretto tra Russia e Stati Uniti (ma con Washington più agguerrita di quanto non fosse stata in passato in Siria). Un freno a questa follia potrebbe giungere dall’Europa, che paga però la debolezza di non avere una politica estera comune. Il presidente francese Macron ha fatto visita ai Saud subito dopo le dimissioni di Hariri, facendo pressioni perché il Libano (storicamente zona di influenza francese) non diventi campo di battaglia con l’Iran. Ma se la Francia sa di avere un interlocutore in Riad, i rapporti con Teheran e l’asse sciita sono decisamente meno buoni. Qui potrebbero supplire Berlino e soprattutto Roma. Nell’attesa di dare alla Ue i poteri economici, diplomatici, e auspicabilmente un domani anche militari, per poter ingerire nelle questioni di politica estera a un livello sufficiente per competere con gli Stati Uniti e la Russia, c’è almeno da sperare che oggi le capitali europee sappiano fare un intelligente gioco di squadra.

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