Le precisazioni del cardinale Muller: ma allora perché prefare un testo scritto da chi attacca i “dubia”?

Il cardinale Muller, intervistato da lanuovabq.it (clicca qui), ci offre alcune precisazioni in merito a ciò che ha scritto nella prefazione al libro di Rocco Buttiglione. Il Cardinale ribadisce che nel merito dei divorziati risposati non può esservi alcuna eccezione. Soprattutto ribadisce un principio che poi costituisce la sostanza del discorso (come andiamo dicendo da tempo) che non è possibile coniugare una non piena avvertenza di un peccato con l’accompagnamento e il discernimento di uno stato di peccato.

Il Cardinale fa riferimento invece a casi in cui ci dovesse essere coscienza della non validità della precedente unione e dell’impossibilità di dimostrarla tale. A riguardo nel nostro precedente articolo abbiamo fatto un esempio (clicca qui) per far capire quanto sul piano dell’ordinarietà, e relativamente a contesti in cui la presenza della Chiesa Cattolica è organizzata, tale argomento non regga. Abbiamo sottolineato che l’amministrazione di un sacramento richiede ordinariamente la forma e la materia. E’ chiaro che nel Matrimonio, a differenza dell’Ordine Sacro, i ministri sono gli stessi coniugi per cui straordinariamente, per casi particolarissimi, è ammesso anche il matrimonio in cui un uomo e una donna si uniscano in Dio dinanzi ai soli testimoni. Ma in casi estremi (in caso di morte”, o anche in tempo di guerre o di persecuzioni, dove lo stato di cose che impedisce di avere un rappresentante della Chiesa “si preveda durare per un mese”… dice il Diritto canonico). Dunque quando vi è l’impossibilita della presenza di un sacerdote o di un diacono. Il Cardinale fa esempi estremi come quelli di Paesi del Terzo Mondo in cui la promiscuità e la non organizzazione canonica non permetterebbero di stabilire chiaramente matrimoni validi o invalidi. Non discutiamo che tali casi possano esserci, ma ci troviamo nell’ambito della pura straordinarietà e questa non mette e non può mettere in discussione la via ordinaria. Inoltre, è evidente che in questi casi non si tratterebbe di eccezione nell’ambito delle seconde nozze, bensì di eccezione del procedimento canonico di dichiarazione di nullità, il quale verrebbe totalmente sostituito, ma con pericoli non irrilevanti, perché in tal caso non ci sarebbe la possibilità di difendere d’ufficio il vincolo e uno dei due coniugi potrebbe trovarsi alla mercé dell’altro.

Adesso chiediamoci: la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II tratta anche questi casi? la risposta è positiva. Al n.84 dice: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido. Ma anche per costoro vale ciò che la stessa Familiaris consortio aggiunge quale rigo dopo: “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Questo per chiarezza. Ma -lo ribadiamo per l’ennesima volta- la vera questione dell’Amoris laetitia è un’altra.

L’Amoris laetitia parla di via penitenziale (n.300) per coloro che dovessero trovarsi nella situazione di vivere more uxorio senza essere canonicamente marito e moglie fino ad arrivare ad un’eventuale maturazione di “membra vive” (n.299), che significa poter di fatto accedere ai sacramenti: è la differenza classica tra membri morti e membri vivi nella Chiesa. Ma questa “via penitenziale” nei casi particolarissimi indicati dal cardinale Muller non sarebbe da farsi in quanto non ci sarebbe nulla da cui emendarsi. Se l’Amoris laetitia ne parla è perché si vuole ammettere che ci si possa pentire di un peccato precedentemente attuato senza formulare il proposito di condurre una vita futura senza di esso, così come invece vincola la Familiaris Consortio al n.84.

Insomma, la questione dell’Amoris laetitia è ben altra. E la prefazione del cardinale Muller al testo di Buttiglione non copre gli argomenti che il filosofo ha voluto scrivere nel libro, che ancora non abbiamo letto, ma che non possono che essere in linea con una sua intervista rilasciata a vaticaninsider.it (clicca qui).

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