L’ENCICLOPEDIA APOLOGETICA – La Sofistica (Filosofia)

 

LA SOFISTICA

Il termine “sofistica” viene da “sophia”, cioè sapienza. Venne il periodo in cui la “filosofia della natura” (cioè la ricerca nella natura del fondamento di tutto) andò in crisi. Chi la voleva cotta, chi la voleva cruda, chi diceva una cosa, chi diceva un’altra… e tutti perdevano la fiducia nei filosofi. Un po’ come succede oggi con i sociologi, fanno un libro e dicono una cosa, ne fanno un altro, e dicono una cosa diversa…

Concentriamoci sull’uomo

Che restava allora da fare? Qualcuno pensò: ma perché invece di interessarci della realtà fuori dell’uomo, non ci interessiamo dell’uomo e basta? E così fu. Invece dello studio del cosmo, lo studio dell’uomo come essere individuale e come membro della società. In questo influì anche il fatto che nelle città greche, specialmente ad Atene, la classe popolare divenne più importante. Si fa per dire: nell’Atene di Pericle il rapporto tra liberi e schiavi era di uno a tre: per un libero vi erano almeno tre (dico: almeno tre!) schiavi. Immaginate cosa doveva essere prima. Siamo tra il V e il IV secolo a.C.

Torniamo ai sofisti. E’ ovvio che spostando lo studio sull’uomo il discorso andasse poi a parare su come l’uomo conosce e soprattutto su ciò che l’uomo può conoscere. L’uomo ha o no la capacità di conoscere la natura della realtà e una legge morale assoluta?

Trionfo del soggettivismo

La risposta dei sofisti fu categorica e molto “rassicurante” (si fa per dire!): l’uomo non può conoscere né la realtà né la legge naturale. Tutto quello che l’uomo conosce in filosofia e in morale è solo una sua creazione. Da qui il famoso detto: “L’uomo è misura di tutte le cose.”

Ma proprio nulla si può conoscere? Qualcosa sì. Una conoscenza probabile; non una legge morale assoluta ma solo leggi convenzionali. Il che è ugualmente una catastrofe, perché ciò vuole dire “relativismo etico”, cioè bene e male non sono più da intendersi come assoluti, oggettivi, immutabili, ma come concetti convenzionali, interscambiabili. Quel che è bene oggi potrebbe essere male domani e quel che è male oggi potrebbe essere bene domani.

Se tutto muta, nulla è oggettivo e i valori se ne vanno a carte quarantotto. L’unico obiettivo rimane il piacere, l’utile. I sofisti dicevano che solo la ricerca dell’utile, per sé e per la polis (cioè per la comunità), dovrebbe guidare le azioni degli uomini.

I maggiori rappresentanti furono Protagora e Gorgia.

Protagora

 

Protagora (V secolo a.C.) scrisse molte opere, di cui rimangono pochi frammenti. Il suo pensiero ci è stato conservato da Platone, il quale gli intitolò uno dei suoi maggiori dialoghi. Protagora è uno dei personaggi principali anche di un altro dialogo platonico, il Teeteto. Veniamo al pensiero di questo sofista.

Protagora affermava che nessuna verità è di per sé assoluta. Contraddizione grande come una casa: la verità di per sé è assoluta, altrimenti non è più verità… e questa stessa affermazione di Protagora pretendeva di essere assoluta.

L’uomo è misura di tutte le cose…

Ma Protagora non riusciva a capire le sue contraddizioni e giunse ad un utilitarismo da fare invidia al più accanito giocatore di Las Vegas. Disse una frase che è rimasta famosa: “L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono”.[1]

E (come se fosse la cosa più giusta e nobile) disse che il sofista, con l’arte della persuasione, doveva far sì che apparissero migliori e giuste non le opinioni vere ma quelle più vantaggiose.

Protagora applicò il relativismo anche in campo teologico e offrì un agnosticismo che non aveva precedenti nella storia della filosofia greca: riguardo agli dei, l’uomo non avrebbe la possibilità di accertare “né che sono né che non sono”.

Gorgia

A Gorgia (483-375 a.C.) non bastava il relativismo (tutto è verità), voleva anche lo scetticismo (la verità non si può conoscere) e perfino il nichilismo (non esiste la verità). La sua frase famosa è: “Nulla esiste. E anche se esistesse, non sarebbe conoscibile. E se anche fosse conoscibile, non sarebbe esprimibile.”[2]

Questa convinzione produce almeno tre conseguenze.

Prima. L’etica della situazione. Non c’è la possibilità di fondare un’etica assoluta. Le norme e i doveri varierebbero a seconda delle situazioni sociali e cronologiche, cioè del tempo.

Seconda. La parola non serve per comunicare la verità ma solo per persuadere. La parola non deve essere veicolo di verità (perché la verità secondo i sofisti non esisterebbe). Dunque, la filosofia è ridotta a retorica e basta, il che vuol dire che la retorica deve sostituire la filosofia.

Terza. L’autonomia dell’arte. Proprio perché nulla è conoscibile, l’arte acquista piena autonomia rispetto alla filosofia e cerca di raggiungere finalità proprie. L’arte non dovrebbe preoccuparsi di trasmettere la verità ma solo emozioni.

[1] Platone, Protagora, fr. 80 A 21a.

[2] Platone, Gorgia, fr. 82B3 e 82B3a.

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