L’intelligenza del cattolico dinanzi allo “straordinario”… facciamo un po’ di chiarezza

I discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». E quelli dicevano fra loro: «Non abbiamo pane». Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non capite ancora?». (Marco 8, 14-21)

Partiamo da quest’ultima espressione. Gesù chiede agli apostoli con aria di rimprovero: “Non capite ancora?”. Sono parole che il Signore dice anche a noi, anche a noi che ci definiamo credenti, anche a noi se eventualmente fossimo esperti in teologia… e anche a tanti teologi contemporanei: “Non capite ancora?”

Un’espressione di questo tipo, detta dopo aver constatato l’incredulità di chi aveva già sperimentato qualcosa di enorme (la moltiplicazione di pochi pani per ben cinquemila uomini) ha un triplice significato. Prima di tutto: Gesù invita a capire e a verificare. Secondo: Gesù invita a non dimenticare. Terzo: Gesù invita a non inorgoglirsi dinanzi allo straordinario.

Gesù invita a capire e a verificare 

L’abbiamo già detto più volte, ma è bene ripeterlo. La fede cattolica (cioè quella vera) non è puro sforzo di volontà. Essa è (secondo la definizione corretta) assenso dell’intelletto alle verità rivelate. Pertanto l’intelligenza è chiamata sempre in causa; se non per dimostrare laddove non è possibile dimostrare, almeno per verificare la credibilità di ciò che si è tenuti a credere.

Questa necessaria partecipazione della dimensione intellettiva deve esserci anche per la constatazione dei miracoli. Negli ultimi decenni nella teologia cattolica, a causa di un’evidente influenza di tematiche protestanti, non solo si è introdotta una certa diffidenza nei confronti della presenza dei miracoli come presenza capace di confermare la veridicità della verità cattolica, ma anche un’impropria interpretazione dei miracoli stessi, visti non come segni evidenti ed oggettivi quanto come realtà capaci di essere rilevate solo partendo da una fede già presente e matura. Insomma, quasi a dire: solo chi ha una fede autentica può “vedere” i miracoli.

E invece le cose non stanno in questo modo. Il Concilio Vaticano I dice chiaramente nella sessione III (e bisogna ritornare ad insistere su questo punto) che i miracoli sono segni certissimi della fede, adatti all’intelligenza di tutti (…). Dunque, i miracoli sono segni inequivocabili, ma soprattutto segni dinanzi ai quali nessuno può avere attenuanti a rifiutarli: adatti all’intelligenza di tutti.

Ed è per questo che i miracoli, che si differenziano dai prodigi perché possono essere compiuti solo da Dio, li troviamo solo nella Chiesa Cattolica Apostolica e Romana. In realtà possono accadere anche in altri contesti, ma solo per beneficiare uno stato di ignoranza invincibile in cui potrebbe trovarsi qualche singolo uomo, Dio però in questo caso non permetterebbe mai che diventino pubblici per evitare di generare confusione.

Gesù invita a non dimenticare

L’espressione “Non capite ancora” ha però anche un altro significato. Con queste parole Gesù vuol far capire quanto l’uomo nella sua condizione post peccatum (dopo il peccato originale) tenda facilmente a dimenticare non solo la verità delle cose, ma anche la verità sulla sua vita.

Cosa vogliamo dire con “verità sulla sua vita”? La capacità cioè di capire chi davvero guida il proprio esistere. Noi molte volte crediamo che ciò che facciamo lo facciamo solo grazie alle nostre forze, alle nostre capacità, alla nostra volontà. Certamente l’uomo ha una sua libertà… e proprio per questo è responsabile delle sue azioni, per cui se compie il male è condannabile per questo. Ma è pur vero che noi esistiamo non solo perché Dio ci ha posto nell’essere, ma anche perché Dio ci mantiene nell’essere. Dio per la nostra vita non è solo causa efficiente, ma anche causa sussistente.   

Gesù invita a non inorgoglirsi dinanzi allo straordinario 

Ma c’è un terzo punto che -a nostro parere- la domanda di Gesù (“Non capite ancora?”) vuole mettere in rilievo, e cioè il fatto che l’uomo dinanzi allo straordinario non può inorgoglirsi bensì deve umilmente riconoscere.

Certamente il vero cristiano deve rifuggire due possibili errori estremi: l’incredulità e la credulità. L’incredulità, ovvero la chiusura preconcetta allo straordinario come impossibile perché appunto straordinario. La credulità, ovvero l’ingenua accettazione dello straordinario proprio perché straordinario. Sono due errori entrambi da evitare e che denotano quella mancanza di intelligenza, che –come si diceva all’inizio- va a pregiudicare un autentico atto di fede.

Soffermiamoci però sull’incredulità, non perché sia l’atteggiamento più diffuso tra i cattolici, anzi (spesso si nota soprattutto una certa ingenua accoglienza di ogni manifestazione carismatica che pretenda porsi nella dimensione della straordinarietà), ma perché l’incredulità è certamente l’atteggiamento più diffuso nell’ambito di una certa teologia contemporanea. Negli ultimi decenni si è cercato di “demitizzare” tutto. Nella catechesi non si è più parlato del valore apologetico dei miracoli, né tantomeno ci si è soffermato sui tanti fatti miracolosi che caratterizzano la vita dei santi. Ma non solo. Si è cercato anche di “demitizzare” la Scrittura. Qualche biblista è arrivato perfino a mettere in dubbio i miracoli operati da Gesù. Per esempio, qualcuno ha detto che l’episodio di Gesù che cammina sulle acque vada interpretato come una sorta di “illusione ottica”.

Ora, questo tipo di atteggiamento è ridicolo e molto più fideistico ed irrazionale (pur nascendo dall’intento di razionalizzare il dato rivelato), perché si dovrebbe spiegare con tante coincidenze, impossibili per l’enorme presenza di straordinario che è nella vita del Redentore. Ma non solo, è anche illogico sul piano del ragionamento teologico. Infatti, si potrebbe formulare questa domanda per capire come stanno davvero le cose, una domanda relativa all’esempio indicato precedentemente: è più straordinario che un uomo cammini sulle acque oppure che Dio si faccia uomo? Se si accetta il fatto che Dio si è fatto uomo, tutto diviene possibile. D’altronde ciò è detto sin dall’inizio. Quando la Vergine ricevette l’annuncio dell’Angelo, ella realisticamente chiese come fosse possibile dal momento che non conosceva uomo, ma l’Angelo Le rispose: “Nulla è impossibile a Dio.” (Luca 1, 38)

Ecco, tornando alla domanda di Gesù “Non capite ancora?”, queste parole suonano come un rimprovero anche per noi: abbiamo intelligentemente l’obbligo di capire e di ricordare sempre la luce della Grazia che finora è stata presente nella storia degli uomini.

 

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