L’intelligenza diminuisce? E’ una questione filosofica!

Una recente ricerca è arrivata alla conclusione che a partire dagli anni ’70 i figli sarebbero meno intelligenti dei papà (clicca qui).

Diciamo subito che su questo tipo di ricerche nutriamo tutte le perplessità possibili e immaginabili. Su questo è meglio essere precisi e ci teniamo a dirlo.

Resta però la notizia in sé che può sembrare sorprendente, ma in realtà non lo è.

Vediamo perché ci si dovrebbe sorprendere di una notizia del genere.

I motivi sono prevalentemente due. Il primo è che questo abbassamento del quoziente intellettivo sarebbe avvenuto in un tempo di boom economico, cioè quando l’alimentazione si faceva più completa, proteica e sofisticata. Il secondo è che questo risultato si sarebbe presentato proprio nel periodo in cui si iniziava a proclamare l’importanza dell’impegno culturale, della cultura di massa e dell’alfabetizzazione a 360 gradi. Insomma, della completa scolarizzazione.

Prima però di andare oltre, dobbiamo capire bene cosa è l’intelligenza.

Essa è quella facoltà che permette la conoscenza profonda del reale. “Profonda” nel senso di avere la possibilità di penetrare il reale stesso. Una penetrazione capace di capirne il senso, cioè il significato. D’altronde il termine “intelligenza” viene dal latino “intus legit”, che significa “leggere dentro”, ovviamente “dentro le cose”.

Dunque, l’intelligenza non è la semplice capacità di raccogliere o archiviare nozioni, bensì saperle davvero capire per logicamente collegarle.

Detto questo, diventa più chiaro ciò che vogliamo dire a proposito di questo dato, che -che come abbiamo detto- può sembrare sorprendente per i due motivi individuati all’inizio, ma che in realtà non lo è.

Non si tratta di un risultato sorprendente proprio perché l’intelligenza è conoscenza profonda.

Non vorremmo buttarla in filosofia, ma siamo costretti a farlo.

Il buon Aristotele definiva la metafisica “filosofia prima”. Essa è infatti lo studio dell’essere in quanto essere, ovvero del fondamento. Ed ecco perché lo Stagirita (Aristotele) chiamava la metafisica “filosofia prima”, perché quello della verità è il primo problema. Anzi, è il problema decisivo. Per la serie: è inutile preoccuparsi di altri problemi filosofici, se non ci si assicura se la verità esiste ed è conoscibile. Se la verità non esiste, non ha senso dire nulla su nulla, perché tutto ciò che eventualmente si dicesse, non avrebbe senso in quanto risulterebbe debole e facilmente confutabile.

Ora, se l’intelligenza è la conoscenza profonda del reale, cioè la conoscenza del vero, va da sé che non meraviglia se negli ultimi anni il quoziente intellettivo si sia abbassato.

I nostri tempi sono quelle della postmodernità, dove la fa da padrone il nichilismo, ovvero la completa dissoluzione del vero. Ed è propria questa dissoluzione che spiega il dato di cui sopra.

Proprio a partire dagli anni ’70, cioè immediatamente dopo il cosiddetto ’68, sono venute meno le certezze in ordine culturale e sociale. Nulla sarebbe più definitivo ed immutabile. Nulla. Il reale stesso e il suo ordine intrinseco (l’ordine naturale) è stato completamente misconosciuto e negato.

Ebbene, se non c’è più un libro da leggere, la stessa capacità di lettura, se non esercitata, finisce con l’affievolirsi. Così l’intelligenza… se non c’è più un ordine logico nella natura, nulla spinge più a riconoscere e comprendere… e l’intelligenza si atrofizza

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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