Liturgia della Festa – 28 ottobre: Santi Simone e Giuda (Apostoli)

Il travaglio della Chiesa

Al posto dei vostri padri vi sono nati dei figli (Graduale della festa, sal. 44, 17). La Chiesa, rinnegata da Israele, esalta così, nei suoi canti, l’apostolica fecondità, che essa possiede e conserverà fino alla fine del mondo. La sua esistenza sulla terra è così fatta che essa non può restarvi, se non donando continuamente dei figli al Signore e per questo nell’antica messa della vigilia si leggeva il testo evangelico, che dice: Io sono la vigna, mio Padre è il vignaiolo. Egli poterà tutti i tralci, che non danno frutto in me e i tralci, che danno frutto li poterà, perché ne diano di più.

La Messa della vigilia diceva ancora nell’epistola che il taglio è doloroso e l’Apostolo, in nome degli altri tralci, che come lui fanno onore alla scelta divina, parlava delle fatiche, delle sofferenze di ogni sorta, delle persecuzioni, delle maledizioni, dei rinnegamenti a prezzo dei quali si acquista il diritto di chiamare figli (I Cor 4, 9-14) gli uomini generati secondo il Vangelo in Cristo Gesù (ibid. 15). San Paolo ritorna spesso su questo pensiero e, nell’Epistola della festa, l’oggetto di questa soprannaturale generazione è la mistica riproduzione del Figlio di Dio che, nei predestinati, ripassa dall’infanzia alla pienezza dell’uomo perfetto (Gal. 4, 19; Epist. della festa; Efes. 4, 7-14).

Gloria dei santi Simone e Giuda

La storia che si riferisce ai santi che oggi onoriamo è troppo sobria di particolari. Non sappiamo in quale misura essi abbiano contribuito alla grande opera della generazione dei figli di Dio, che la Leggenda richiama. Senza riposo e fino al sangue, essi “edificarono il corpo di Cristo” (ibid.) e  la Chiesa, riconoscente, dice oggi al Signore: “O Dio, che per mezzo dei tuoi beati Apostoli Simone e Giuda ci hai dato di conoscere il tuo nome, concedici di celebrare la loro gloria immortale progredendo nella grazia e di progredire nella grazia celebrandola” (Colletta della festa). San Simone ha per attributo la sega, che ricorda il martirio. San Giuda invece ha la squadra, che rivela in lui l’architetto della casa di Dio, come san Paolo chiamava se stesso (I Cor. 3, 10) e la settima delle Epistole Cattoliche della quale è autore gli conferisce un titolo speciale per essere enumerato fra i primi nella grande famiglia dei maestri alla sequela del Signore. Ma nel nostro Apostolo vi è un’altra nobiltà che sorpassa tutte le nobiltà terrene: Giuda, nipote di san Giuseppe per parte di Cleofa o Alfeo, suo padre (Eusebio, Storia Ecclesistica, iv, xxii) legalmente cugino dell’Uomo-Dio, era fra quelli che i compatriotti chiamavano fratelli del figlio del fabbro [1].

Nel Cenacolo

Raccogliamo in san Giovanni un particolare preciso. Nella conversazione che seguì la Cena, Gesù aveva detto: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e io pure lo amerò e mi manifesterò a lui”. Giuda, prendendo la parola, chiese: “Perché, Signore, ti manifesterai a noi e non al mondo?” Gesù rispose: “Chi mi ama osserverà la mia parola e il mio Padre lo amerà, e verremo a lui e abiteremo in lui. Chi non mi ama non osserverà la mia parola e la parola che voi avete udita non è mia, ma di colui che mi ha mandato, del Padre mio” (Gv. 14, 21-24).

Domiziano e i discendenti di David

Sappiamo dalla storia ecclesiastica che Domiziano, verso la fine del suo regno, mentre infieriva la persecuzione da lui scatenata, fece condurre dall’Oriente alla sua presenza due nipoti dell’Apostolo san Giuda. La politica del Cesare si era alquanto adombrata per questi discendenti della stirpe regale di Davide che rappresentavano, per il vincolo del sangue, Cristo, che i discepoli esaltavano come supremo re del mondo. Domiziano costatò personalmente che i due umili Giudei non potevano essere un pericolo per l’Impero e che, se consideravano Cristo depositario di un potere sovrano, si trattava di un potere, che sarebbe stato esercitato visibilmente solo alla fine del mondo. Il linguaggio semplice e coraggioso dei due uomini fece impressione su Domiziano e, secondo quanto riferisce lo storico Egesippo dal quale Eusebio prende i fatti che abbiamo riferiti, diede ordine di sospendere la persecuzione.

VITA

Un’antica tradizione informa che i due Apostoli evangelizzarono l’Armenia e la Persia e che subirono il martirio nella città di Suanir, nel 47.

Simone era soprannominato Zelota, forse per aver un tempo appartenuto al partito nazionalista degli Zeloti, che non voleva ammettere il giogo straniero in Palestina.

Giuda, parente del Signore per parte della madre, scrisse una breve Epistola, per combattere l’eresia degli gnostici, allora all’inizio.

Le reliquie dei due Apostoli furono trasportate nel 1605 nella basilica vaticana e poste sotto un altare, che la tradizione vuole situato presso a poco nel luogo dove sarebbe stata piantata la croce di san Pietro, ma in parte sarebbero in San Saturnino a Tolosa.

Io vi ho scelti per portare un frutto che resterà (Gv. 15, 16). La divina parola che l’Uomo-Dio rivolse a voi e ai dodici ve l’ha rivolta la Chiesa. Che cosa resta del frutto delle vostre fatiche in Egitto, in Mesopotamia, in Persia? Possono il Signore e  la Chiesa ingannarsi nelle parole e negli apprezzamenti? Certamente no. Oltre quello che possono costatare i sensi, oltre il dominio della storia, la virtù diffusa sui dodici continua ad operare attraverso i tempi ed ha parte in ogni nascita soprannaturale che sviluppa il corpo mistico del Signore, accrescendo la Chiesa. Noi siamo figli dei santi meglio ancora di Tobia (Tob. 2, 18), non siamo più senza famiglia, ma apparteniamo alla casa di Dio, portati ad essa dagli Apostoli e dai Profeti, uniti da Gesù Cristo, la pietra angolare (Ef. 2, 19-20). Voi che ci avete assicurato nelle pene e nel pianto così grande vantaggio, siate benedetti e conservate in noi i titoli e i diritti che una filiazione tanto preziosa ci ha dati.

Il male attorno a noi è immenso: resta alla terra qualche speranza? La fiducia di quelli che ti pregano ci dice, o Giuda, che per te non vi sono cause disperate e mai come oggi tu potrai giustificare il tuo nome di Zelante. Degnati dunque ascoltare e aiutare la Chiesa con tutta la tua apostolica potenza a rianimare la fede, a riaccendere la carità, a salvare il mondo.

Con Giacomo il Minore, anche lui Apostolo e primo vescovo di Gerusalemme, un Giuseppe poco noto, e Simeone. secondo vescovo di Gerusalemme, tutti figli di Cleofa e della cognata di Maria Santissima ricordata in san Giovanni (19, 25) col nome di Maria di Cleofa (Mt. 13, 55).

da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1219-1222.

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