Liturgia della Festa – Domenica Decima dopo Pentecoste

Fine dell’antico culto

La rovina di Gerusalemme ha chiuso il ciclo profetico nella sua parte consacrata alle istituzioni e alla storia del tempo delle figure. L’altare del vero Dio, fissato da Salomone sul monte Moriah, era per il mondo antico il segno autentico della vera religione. Anche dopo la promulgazione del nuovo Testamento, la persistenza di quell’altare, riconosciuto una volta dall’Altissimo come il solo legittimo (Dt 12,13-14), poteva fino a un certo punto proteggere ancora i sostenitori dell’antico ordine di cose. Dopo la sua definitiva distruzione, non esiste più alcuna scusa; anche i ciechi sono costretti a riconoscere la completa abrogazione d’una religione ridotta dal Signore all’impossibilità di offrire ormai quei sacrifici che costituivano la sua essenza.

Le premure che la delicatezza della Chiesa conservava fin qui per la sinagoga morente non hanno più motivo di essere. E ormai continuerà ad andare alle genti con tutta libertà, per domare con la potenza dello Spirito i loro istinti feroci, unificarle in Gesù Cristo e stabilirle mediante la fede nel possesso sostanziale, benché non ancora visibile (Ebr 11,1), delle eterne realtà che la legge delle figure annunciava.

Il culto nuovo

Il nuovo Sacrificio, che non è altro se non quello della croce e dell’eternità, appariva sempre più come l’unico centro in cui la sua vita è fissata in Dio con Cristo suo Sposo (Col 3,3) e da cui deriva l’attività che essa dispiega per convertire e santificare gli uomini delle successive generazioni. La Chiesa, sempre più feconda, rimane più che mai stabilita nella vita d’unione che le vale quella meravigliosa fecondità.

L’insegnamento della liturgia

Non si deve dunque stupire se la Liturgia, che è l’espressione della vita intima della Chiesa, rifletta ora meglio che mai quella stabilità dell’unione divina. Ogni gradazione scompare, quanto alle formule preparatorie del Sacrificio, nella serie delle settimane che seguiranno. Nelle stesse lezioni dell’Ufficio della notte, a partire dal mese d’agosto, i libri storici hanno fatto o faranno subito posto agli insegnamenti della divina Sapienza, che saranno presto seguiti dai libri di Giobbe, Giuditta, Ester, senza altro legame fra loro che quello della santità in precetto o in atto. Gli accostamenti che si notavano ancora fin qui fra quelle letture e la composizione delle Messe del Tempo dopo la Pentecoste, non si incontrano più.

Dovremo dunque d’ora in poi racchiuderci, per ciascuna Domenica, nel commento dell’Epistola e del Vangelo, lasciando come la Chiesa allo Spirito divino la cura di far sorgere e svilupparsi, secondo che vorrà in ciascuno (1Cor 12,11), la dottrina che essa seminerà in unione con lui in modo così vario. È il consiglio che si ricava anche dall’Epistola del giorno.

Il grande evento che doveva segnare la consumazione delle profezie rovesciando le barriere giudaiche, ha affermato in maniera evidente l’universalità del regno dello Spirito santificatore. Dalla gloriosa Pentecoste in poi, esso ha infatti conquistato la terra (Sap 1,17); e la Chiesa, preoccupandosi poco ormai di seguire un ordine logico negli insegnamenti della sua Liturgia, professa di affidarsi, per la riforma delle anime, meno a un metodo qualunque che alla virtù del Sacrificio e della parola sacra, messa divinamente in opera dalla spontaneità di quello Spirito d’amore (Gv 3,8).

Questa Domenica può essere già la seconda della serie che una volta aveva il punto di partenza dalla festa di san Lorenzo, e traeva il nome (post sancti Laurentii) dalla solennità del grande diacono martire. Viene anche chiamata Domenica dell’umiltà o del Fariseo e del Pubblicano, a motivo del Vangelo del giorno. I Greci la computano come la decima di san Matteo e vi leggono l’episodio del Lunatico, riportato al capitolo XVII di quell’Evangelista.

MESSA

EPISTOLA (1Cor 12,2-11). – Fratelli: Sapete che quando eravate Gentili vi lasciavate trascinare dietro agl’idoli muti a talento di chi vi conduceva. Per questo vi fo’ sapere che nessuno, il quale parli per lo Spirito di Dio, dice anatema a Gesù e che nessuno può dire “Signor Gesù” se non per lo Spirito Santo. Or c’è varietà nei doni, ma è il medesimo Spirito e vi sono diversi ministeri, ma il Signore è lo stesso; e vi è diversità nelle operazioni, ma è lo stesso Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito ad utilità (comune). Infatti ad uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza; all’altro il linguaggio della scienza, secondo il medesimo Spirito; ad un altro la fede, pel medesimo Spirito; ad un altro il dono delle guarigioni, per l’unico e medesimo Spirito; a chi la potenza d’operar miracoli, a chi la profezia, a chi il discernimento degli spiriti, a chi ogni genere di lingue, a chi il dono d’interpretarle. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, che distribuisce a ciascuno come vuole.

Virtù e carismi

“I capitoli XII, XIII e XIV della prima Epistola ai Corinti sono relativi all’uso dei doni dello Spirito Santo. La Chiesa e le anime che la compongono sono animate dallo Spirito di Dio; ma l’influsso dello Spirito si esercita insieme nell’ordine della nostra santificazione e in vista dell’edificazione del prossimo. È così che esistono doni dello Spirito Santo che sono il complemento delle virtù. Essi costituiscono nell’anima un tesoro di disposizioni e di docilità interiori alla mozione dello Spirito di Dio riguardo alla preghiera, al pensiero e all’azione, quando preghiera, pensiero e azione si elevano al disopra delle capacità umane. Ma esistono inoltre doni spirituali, che sono in noi il frutto d’una attività superiore alla nostra, e che sono ordinati direttamente all’edificazione del prossimo. L’effusione di questi ultimi, i doni carismatici, fu abbondante alle origini della Chiesa, poiché la Chiesa non aveva storia; lo è meno oggi, poiché la storia e l’azione della Chiesa vi suppliscono con profitto. Quei doni spirituali formavano così la dote esteriore della Chiesa fino al giorno in cui non ne avrebbe avuto più bisogno; indicavano ai più superficiali che lo Spirito di Dio era in essa, e dirigeva i suoi membri.

“Nella IIa-IIae, q. 171, il Dottore Angelico ha parlato di queste grazie gratis datae e ha distinto quelle che illuminano l’intelletto, e alle quali da il nome generico di profezia; quelle che hanno per oggetto la parola e la comunicazione della verità, come il dono delle lingue; infine quelle che sono relative all’azione, e che designa anche con un termine comune: il dono dei miracoli. Questi carismi sono diversi, ma non vi è tuttavia che una stessa sorgente e uno stesso Spirito; i ministeri sono diversi, ma non esiste tuttavia che un solo Signore; differenti sono le funzioni, ma non vi è che un solo Dio il quale fa tutto in ciascuno di noi; e ognuno riceve da una stessa scaturigine il suo particolare vigore spirituale per la comune edificazione.

Viene quindi l’enumerazione dei doni spirituali: a uno lo Spirito di Dio da, nell’interesse interiore ed esteriore della Chiesa, il potere di manifestare la sapienza e di esporre i misteri più nascosti di Dio e delle sue opere; a un altro il potere o il discorso della scienza e dell’insegnamento della dottrina, ma secondo lo stesso Spirito. Un terzo riceverà, ma sempre dallo stesso Spirito, quel vigore di fede che produce i miracoli e trasporta le montagne; per un altro vi saranno, ma sempre nello stesso Spirito, le guarigioni miracolose, i prodigi, la profezia, il discernimento degli spiriti, il dono delle lingue, la loro interpretazione, in una parola tutta la gamma dei doni carismatici. Qualunque ne sia il numero, essi derivano da un solo e medesimo Spirito che, secondo la sua volontà, definisce il compito di ciascuno” [1].

Quale pratica conclusione trarremo noi, se non quelle stesse parole che riassumono la dottrina dell’Apostolo: In voi stessi stimate tutti questi doni come l’opera dello Spirito Santo che in diverso modo arricchisce mediante essi il corpo sociale (1Cor 12,11-30);non ne disprezzate alcuno (ivi 14,39); ma quando li scoprirete, preferite come migliori (ivi 12,31) quelli che tornano a maggior profitto della Chiesa e delle anime (ivi 14,12).

Infine, e soprattutto, ascoltiamo san Paolo che ci dice ancora: “Vi insegno una via più sublime! (ivi 12,31). Quand’io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, e quando avessi la profezia e conoscessi tutti i misteri ed ogni scienza, e quando avessi la fede che trasporta i monti, se non ho la carità, sono un niente. Le profezie passeranno, cesseranno le lingue, avrà fine la scienza: la carità non finirà, essa vince tutto” (ivi 13,1-13).

VANGELO (Lc 18,9-14). – In quel tempo: Gesù disse pure questa parabola, per certuni i quali confidavano in se stessi, come giusti e disprezzavano gli altri: Due uomini ascesero al tempio a pregare; uno era Fariseo, l’altro pubblicano. Il Fariseo, stando in piedi, così dentro di sé pregava: O Dio, ti ringrazio di non essere io come gli altri: rapaci, ingiusti, adulteri, come anche questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana, pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, stando da lungi, non ardiva nemmeno alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Vi assicuro che questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro; perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

Giudei e Gentili

Il Venerabile Beda, commentando questo passo di san Luca, ne spiega così il significato recondito: “il fariseo, è il popolo giudaico il quale, valendosi delle giustizie della legge, vanta i propri meriti; il pubblicano è il gentile il quale, rimasto lontano da Dio, confessa i suoi peccati. L’orgoglio dell’uno fa sì ch’egli si allontani umiliato; l’altro, sollevato dai suoi gemiti, merita di avvicinarsi nella lode. È dei due popoli, come di ogni umile e di ogni superbo, che è scritto anche altrove: L’innalzamento del cuore precede la rovina, e l’umiliazione dell’uomo la sua elevazione in gloria” (Pr 18,12).

Non si poteva dunque scegliere, nel santo Vangelo, un insegnamento che convenisse meglio dopo il racconto della caduta di Gerusalemme. I fedeli che videro la Chiesa, nei suoi primi giorni, umiliata in Sion sotto l’arroganza della sinagoga, comprendono ora quelle parole del Savio: È meglio essere umiliati con i pii che dividere le spoglie con i superbi! (Pr 16,19). Secondo un’altra massima dei Proverbi, la lingua del Giudeo, quella lingua che rimproverava il pubblicano e accusava il gentile, è diventata nella sua bocca come una verga d’orgoglio (ivi 14,3) che l’ha colpito a sua volta attirando su di lui la rovina. Tuttavia la gentilità, mentre adora le giuste vendette del Signore che celebra i benefici, deve evitare di prendere essa stessa la via nella quale si è perduto il popolo disgraziato di cui occupa il posto. La colpa d’Israele ha posto il principio della salvezza delle genti, dice san Paolo (Rm 11,11), ma l’orgoglio di lui sarà anche la loro rovina; e mentre Israele è assicurato dalle profezie circa un ritorno alla grazia alla fine dei tempi (ivi 25-27), nulla garantisce una seconda chiamata della misericordia alle genti ridiventate colpevoli dopo il battesimo. Se oggi la bontà dell’eterna Sapienza fa portare ai gentili frutti di gloria e d’onore (Eccli 24,23), non dimentichino mai la loro primitiva sterilità; allora l’umiltà che sola può custodirli – come è stata la sola ad attirare poco fa su di essi gli sguardi dell’Altissimo – resterà facile, e nello stesso tempo comprenderanno la considerazione di cui deve sempre, malgrado le sue colpe, essere circondato l’antico popolo.

L’umiltà

L’umiltà, che produce in noi il timore salutare, è la virtù che pone l’uomo al suo vero posto, nella propria stima, riguardo a Dio come riguardo ai suoi simili. Essa risiede nella coscienza intima, che la grazia ci mette in cuore, del tutto di Dio nell’uomo e del vuoto della nostra natura, umiliata per di più dal peccato, al disotto del nulla. La sola ragione basta per dare a chi riflette un poco la convinzione del nulla di ogni creatura; ma allo stato di conclusione puramente teorica, questa convinzione non è ancora l’umiltà: essa s’impone al demonio nell’inferno, e il dispetto che gli ispira è il più attivo alimento della rabbia del principe degli orgogliosi. Al pari dunque della fede, la quale ci rivela ciò che è Dio nell’ordine del fine soprannaturale, l’umiltà, la quale ci insegna ciò che siamo noi di fronte a Dio, non procede dalla pura ragione e non risiede nel solo intelletto; per essere vera virtù, deve ricavare dall’alto la sua luce, e muovere nello Spirito le nostre volontà. Nello stesso tempo in cui lo Spirito divino fa penetrare nelle anime nostre la nozione della loro piccolezza, le inclina dolcemente all’accettazione e all’amore di quella virtù che la ragione da sola sarebbe tentata di trovare importuna.

Meditiamo questi pensieri; comprenderemo meglio come i più grandi santi sono stati i più umili degli uomini quaggiù, poiché è ancora così perfino nel cielo, dove la luce aumenta per gli eletti in proporzione della loro gloria. Presso il trono del suo divin Figliolo come a Nazareth, la Madonna è sempre la più umile delle creature, poiché è la più illuminata, poiché comprende meglio dei cherubini e dei serafini la grandezza di Dio e il nulla della creatura.

PREGHIAMO

O Dio, che mostri la tua onnipotenza soprattutto nel perdonarci e nel compatirci, moltiplica su di noi la tua grazia, affinché ci faccia raggiungere la patria celeste alla quale aneliamo dietro le tue promesse.


[1]  Dom Delatte, Epitres de saint Paul, I, p. 352-354.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 463-469

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