Liturgia della Festa – Domenica dodicesima dopo Pentecoste

MESSA

L’Introito inizia con il magnifico versetto del Salmo 69: O Dio vieni in mio aiuto; Signore, affrettati a soccorrermi! Nella sua decima Conferenza, Cassiano mostra come questo grido dell’anima si addica a tutti gli stati e risponda a tutti i sentimenti (Collat.10,10). Durando di Mende lo applica nella presente circostanza a Giobbe, poiché le lezioni dell’Ufficio della notte tratte dal Libro in cui sono narrate le sue prove combinano talvolta, benché di rado, con questa Domenica (Razionale 6,126). Ruperto vi vede di preferenza gli accenti del sordomuto la cui misteriosa guarigione formava otto giorni fa l’oggetto delle nostre meditazioni. “Il genere umano nella persona dei nostri progenitori – egli dice – era divenuto sordo per ascoltare i comandamenti del Creatore, e muto per cantare le sue lodi; il primo moto della sua lingua sciolta dal Signore è per invocare Dio” (Dei Divini Uffici 12,12). È pure ogni mattina il primo slancio della Chiesa, come la sua prima parola ad ognuna delle Ore del giorno e della notte.

EPISTOLA (2Cor 3,4-8). – Fratelli: Tale fiducia noi abbiamo per Cristo davanti a Dio. Non perché siam capaci di pensare qualche cosa da noi, come venisse proprio da noi, ma la nostra capacità vien da Dio, il quale ci ha anche resi capaci di essere ministri del nuovo testamento, non della lettera, ma dello spirito, che la lettera uccide mentre lo Spirito da vita. Or se il ministero della morte, scolpito per mezzo di lettere nelle pietre, fu circondato di tal gloria che i figlioli d’Israele non potevano fissare lo sguardo nel volto di Mosè, a motivo del momentaneo splendore della faccia di lui, di quanta maggior gloria non sarà circondato il ministero dello Spirito? Se infatti il ministero della condanna è glorioso, lo sorpassa di molto nella gloria rii ministero della giustizia.

Il ministero nuovo è superiore all’antico

Avendo san Paolo fatto l’apologia del ministero cristiano, i suoi nemici l’avevano subito accusato di aver orgogliosamente fatto la propria apologia. Egli si difende da tale accusa. Non rivendica per se stesso altro merito che quello di essere stato il docile strumento di Dio. Ed è quanto vorranno essere sempre i predicatori e i missio-nari del Vangelo, i quali sanno bene che il successo del loro apostolato dipende dall’umile obbedienza con cui lasceranno agire Dio in essi e mediante essi. Non pensano alla propria gloria, ma alla sua.

Tuttavia, proclamata così la loro umiltà, non rimane men vero che il ministero di cui Dio ha investito gli Apostoli è per essi un grandissimo onore. Questo ministero infatti, checché ne dicano certi fedeli di Corinto troppo impressionati dai cavilli dei Giudei, è più grande e più glorioso di quello dello stesso Mosè. Esso reca infatti la legge nuova, tutta ripiena dello Spirito di Cristo, vivificante e santificante, che ottiene a ciascun fedele l’ingresso nella famiglia delle tre divine Persone. Il messaggio di Mosè invece, per quanto apportasse al mondo un’immensa speranza, non era tuttavia che una lettera senza vita. Mosè ha promulgato solo riti materiali, interdetti e condanne, che non potevano aprire il cielo a nessuno.

Senza dubbio, Mosè è stato un fedele strumento di Dio, e per accreditare l’autorità divina del suo ministero, Dio non l’aveva lasciato senza un segno visibile: ogni volta che Mosè entrava nel tabernacolo per conversarvi faccia a faccia con Dio e riceverne le ordinanze dell’antica legge, ne usciva con il volto risplendente di luce, tanto che dopo aver trasmesso il messaggio divino doveva coprirsi con un velo per non abbagliare il popolo (cfr. Es 34,29-35). Ma non si potrebbe trarre argomento da questo miracolo per esaltare il ministero di Mosè al disopra di quello degli Apostoli. Non vi è infatti una comune misura fra le due Alleanze: la nuova supera infinitamente l’antica, e se la gloria del ministero apostolico è diversa da quella del ministero mosaico, sarà necessariamente molto maggiore.

La gloria dei due ministeri

Del resto, la gloria che risplendeva sul volto di Mosè era di natura tale che, lungi dal provocare la superiorità del suo ministero su quello degli Apostoli, mostra al contrario la sua assoluta inferiorità. San Paolo ci tiene a dirlo, per non lasciar adito alla minima obiezione. E lo fa nei versetti che seguono immediatamente quelli dell’Epistola di questa dodicesima Domenica dopo la Pentecoste.

È vero, il ministero di Mosè era onorato di una luce divina così potente che Mosè doveva coprirla d’un velo per non ferire gli occhi del popolo. Ma quel velo – ricorda san Paolo – ha anche un altro significato. Mosè lo lasciava sul suo volto “perché i figli d’Israele non vedessero la fine di quello splendore effimero”! Come la stessa legge che egli promulgava, la gloria che serviva ad accreditarlo era effimera: era un’irradiazione instabile e momentanea. Era soltanto una figura della gloria vera, duratura, sostanziale ed eterna di coloro i quali avranno annunciato un’alleanza che non deve mai finire, una legge di carità che non passerà mai. Il ministero cristiano non fruisce in questo mondo d’uno splendore visibile, ma imita e continua il ministero di Cristo, nelle prove, nelle persecuzioni, nelle umiliazioni, per ottenere alfine la conversione del mondo. Non basta forse questo per assicurare, a dispetto delle apparenze, che è sovrabbondantemente ed eternamente glorioso?

Grave lezione per i fedeli, i quali non devono mai dimenticare di circondare di rispetto e di onore coloro che Dio ha scelti perché portassero ad essi in suo nome le parole della salvezza. Molto spesso essi fanno poca figura in questo mondo, ma agli occhi della fede sono più splendenti di luce dello stesso volto di Mosè.

La contemplazione

Vi è forse un’altra lezione da ricavare da questa bella epistola. Mosè è qui l’immagine della preghiera contemplativa e dei suoi mirabili effetti. Il semplice fedele della nuova alleanza può godere tutti i giorni del privilegio di cui egli fu l’unico a beneficiare nell’antica alleanza, di poter conversare con Dio faccia a faccia e di imbeversi della sua luce. Noi siamo infatti, se lo vogliamo, “come Mosè che si intratteneva con il Signore e viveva vicino a lui. Noi tutti leggiamo liberamente nello specchio del Vangelo la gloria e le perfezioni del Signore, e manteniamo assiduamente nella contemplazione di quella magnificenza tutta l’anima nostra! O dolce meraviglia! A misura che si acconsente alle rinunce preliminari, questa soprannaturale beltà del Signore, che è attraente, è anche attiva e, attraverso l’assiduità del nostro sguardo interiore, ci penetra e ci trasfigura. Si dice che alcune specie di marmi arrivino, a lungo andare, a fissare in sé la luce e diventino fosforescenti sotto l’azione del sole. L’anima nostra è meno dura del marmo; e infatti, mentre la legge è impotente, ecco che guardando il Signore la nostra vita si unisce maggiormente a lui; si immerge nella sua luce, subisce la sua azione segreta; di giorno in giorno, di gradino in gradino, sale più vicino, sempre più vicino alla sua beltà, come portata verso Cristo dal soffio dello Spirito di Cristo” [1].

VANGELO (Lc 10,23-37). – In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Beati gli occhi che vedono quanto vedete voi; perché vi assicuro che molti profeti e re bramarono vedere quello che vedete voi e non lo videro; ed ascoltare quello che voi udite e non lo poterono ascoltare. Allora, alzatesi un certo dottore in legge, gli disse per tentarlo: Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna? E Gesù a lui. Nella legge che c’è scritto? Come leggi? L’altro rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze e con tutta la tua intelligenza ed il prossimo tuo come te stesso. E Gesù gli disse: Hai risposto bene: fa’ questo e vivrai. Ma quello, volendo giustificarsi, disse: E chi è il mio prossimo? E Gesù prese a dire: Un uomo, scendendo da Gerusalemme a Gerico, incappò nei ladroni, che, spogliatoio, lo caricarono di ferite, e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Or per caso scendeva per la medesima strada un sacerdote, il quale, guardatelo, passò oltre. Così pure un levita, arrivato lì vicino, guardò e tirò di lungo. Ma un Samaritano che era in viaggio e passò di li, vedutolo n’ebbe pietà; e, accostatesi, gli fasciò le ferite versandovi su dell’olio e del vino, e, adagiatelo sul giumento, lo condusse all’albergo e ne ebbe cura. Ed il giorno dopo, tratti fuori due danari, li diede all’oste, dicendogli: Abbine cura, e quanto spenderai di più te lo renderò al mio ritorno. Or quale di questi tre ti sembra che sia stato il prossimo per colui il quale incappò nei ladroni? E quello rispose: Chi gli usò misericordia. E Gesù gli disse: Va’ e fa’ anche tu lo stesso.

Il comandamento dell’amore

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forse e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso. La Chiesa, nell’Omelia che propone oggi, come di consueto ai suoi figli sul testo sacro (Ufficio della notte), non e-stende la sua interpretazione al di là della interrogazione del dottore della legge: e questo dimostra chiaramente che, nel suo pensiero, l’ultima parte del Vangelo, per quanto più lunga, non è altro che la conclusione pratica della prima, secondo le parole dell’Apostolo: La fede opera mediante la carità (Gal 5,6). E infatti la parabola del buon Samaritano la quale, d’altronde, si presta a tante applicazioni del più alto simbolismo, è portata, nel senso letterale, sulle labbra del Salvatore solo per distruggere perentoriamente le restrizioni poste dai Giudei al grande precetto dell’amore.

Se ogni perfezione è racchiusa nell’amore, se senza l’amore nessuna virtù produce frutti per il ciclo, l’amore stesso non è perfetto se non si estende al prossimo; ed è soprattutto in quest’ultimo senso – nota san Paolo – che l’amore soddisfa tutta la legge (Rm 13,8) e ne è la pienezza (ivi, 10). È il prossimo, infatti, che hanno di mira direttamente la maggior parte dei precetti del Decalogo (ibid. 9), e la carità verso Dio non è completa se non quando si ama insieme con Dio ciò che egli ama, ciò che egli ha fatto a sua immagine (1Gv 4,20). Cosicché l’Apostolo, non facendo nemmeno la distinzione – come fa il Vangelo – fra i due precetti dell’amore, giunge a dire: “Tutta la legge è contenuta in queste sole parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14).

Il prossimo

Ma più è grande l’importanza di un tale amore, più si impone la necessità di non ingannarsi sul significato e sull’estensione del termine prossimo. I Giudei non vi comprendevano se non quelli della loro razza, seguendo in ciò i costumi delle genti pagane per le quali lo straniero era soltanto un nemico. Ma ecco che, interrogato da un rappresentante di quella legge imperfetta, il Verbo divino, autore della legge, la ristabilisce nella sua pienezza. Egli ci presenta un uomo uscito dalla città santa e un Samaritano, di tutti gli stranieri nemici il più disprezzato e il più odioso per un abitante di Gerusalemme (Gv 4,9). E tuttavia, dall’ammissione del dottore che lo interroga, come senza dubbio di tutti quelli che lo ascoltano, il prossimo, per l’infelice caduto nelle mani dei ladri, è qui molto meno il sacerdote o il levita della sua razza che lo straniero Samaritano. Questi, dimenticando i rancori nazionalistici davanti alla miseria, non vede in lui se non un uomo suo simile. Era quanto dire che nessuna eccezione poteva prevalere contro la legge suprema dell’amore, sulla terra come in cielo; che ci è prossimo ogni uomo al quale possiamo fare o augurare del bene, e che ci è prossimo ogni uomo che esercita la misericordia, fosse anche un Samaritano.

PREGHIAMO

O Dio onnipotente e misericordioso, il cui aiuto ci è necessario anche per servirti e onorarti degnamente, concedici di correre senza indugio verso i beni che tu hai promesso.


[1] Dom Delatte, Epitres de saint Paul, I, p. 422-424.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 473-478

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