Liturgia della festa – Domenica Quattordicesima dopo la Pentecoste

MESSA

Volgi lo sguardo a noi, o Dio protettore, volgi lo sguardo al volto del tuo Cristo. Oggi la Chiesa si accosta all’altare cominciando con le parole riferite. La Chiesa è la Sposa dell’Uomo-Dio, è la sua gloria (1Cor 11,7), ma lo Sposo, dice san Paolo, è a sua volta immagine e gloria di Dio (ibidem) e capo della Sposa (ivi 3; Ef. 5,23). Realmente dunque e con la certezza di essere ascoltata, la Chiesa, volgendosi a Dio tre volte santo, lo prega di volgere i suoi occhi, guardando Lei, sul volto del suo Cristo.

La gloria futura, pensando alla quale la Chiesa esulta, e la dignità dell’unione divina che, già in questo mondo, la rende veramente Sposa, non le impediscono di sentire sempre il bisogno di un soccorso dall’alto, perché, se per un solo istante il cielo l’abbandonasse, vedrebbe i suoi figli portati dalla umana fragilità all’abisso dei vizi, che l’Apostolo descrive, e lontano dalle virtù, che egli esalta.

EPISTOLA (Gal 5,16-24)

Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete i desideri della carne. Infatti la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito desideri contrari alla carne, essendo queste cose opposte fra loro in modo che non potete fare tutto quel che vorreste. Ma se siete guidati dallo spirito, non siete sotto la legge. Si conoscono facilmente le opere della carne che sono la fornicazione, la impurità, l’impudicizia, la lussuria, l’idolatria, i venefici, le inimicizie, le contese, le gelosie, l’ira, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi, le ubbriachezze, le gozzoviglie, ed altre simili cose, riguardo alle quali vi avverto, come vi ho già avvertiti, che chi fa tali cose non conseguirà il regno di Dio. Invece è frutto dello Spirito la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro siffatte cose non v’è legge. Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne coi suoi vizi e le sue concupiscenze.

Spirito e carne

Nell’Epistola che abbiamo letto l’Apostolo ci presenta gli intimi rapporti che nella nostra vita uniscono questi tre elementi: spirito, libertà, carità. San Paolo dice a noi, come diceva ai Giudei, che vi è una legge sola: la carità. Chi ama osserva tutta la legge e la legge non è che spezzettamento della carità. La carità elimina tutti gli egoismi e perciò le contestazioni, le rivalità, le divisioni, tutto quanto minaccia e rovina la gioia della vita cristiana.

Obbediamo allo spirito, egli insiste, al principio interiore della nostra vita soprannaturale e respingiamo le tendenze della carne. Sono carne per lui l’egoismo e l’insieme delle disposizioni e tendenze che si ribellano all’azione di Dio. Portiamo infatti in noi stessi, anche dopo il Battesimo, che è spirituale rinascita, un focolaio di desideri e tendenze, che contrastano lo Spirito di Dio e ne risulta un conflitto tra la carne, che vuole riprendere il suo predominio, e lo spirito che vuole conservare il suo.

Il conflitto cessa soltanto quando, riedificati in Cristo Gesù, nostro Signore, ci lasciamo guidare dallo Spirito, quando le opere dell’egoismo hanno perduto tutto il loro fascino.

Opere della carne, egli dice, sono quelle che procedono dall’amore di se stessi …: coloro che ad esse si abbandonano non hanno posto nel regno di Dio. Conoscere le opere dello Spirito, che sono le opere sane, sante, vive, alle quali l’Apostolo da il nome di frutti, non solo perché sono il prodotto finale della nostra attività spirituale, ma perché si compiono nella gioia, e perché ne raccogliamo, Dio e noi, il sapore e il beneficio. Tali frutti ci legano a Dio, ci danno riposo in Lui e, in mezzo agli avvenimenti più diversi, ci dispongono opportunamente verso il prossimo e ci rendono padroni di noi stessi.

“Coloro che sono con Cristo, che fanno parte di Cristo, per il Battesimo, hanno soffocato la carne e la precedente vita avuta in Adamo coi suoi desideri, con le sue tendenze e le sue brame. Essi sono portati in un ordine nuovo nel quale lo Spirito di Dio è per loro principio di vita e devono conservare morto ciò che nel giorno del Battesimo è veramente morto, vivendo nello Spirito e lasciandosi guidare dallo Spirito in tutta la loro attività” (Dom Delatte, Lettere di San Paolo, I, 536-538).

VANGELO (Mt 6,24-33)

In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire a due padroni, sicuramente o odierà l’uno e amerà l’altro, o sarà affezionato al primo e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e a mammona. Perciò vi dico: Non siate troppo solleciti per la vita vostra di quel che mangerete, né per il vostro corpo di che vi vestirete. La vita non vale più del cibo, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli dell’aria: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il vostro Padre celeste li nutre. Or non valete voi più di loro? E chi di voi, con tutto il suo ingegno può aggiungere alla sua statura un sol cubito? E perché vi prendete cura per il vestito? Guardate come crescono i gigli del campo: non faticano, né filano; eppure vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu mai vestito come uno di loro. Or se Dio riveste in questa maniera l’erba del campo, che oggi è e domani viene gettata nel forno, quanto più vestirà voi, gente di poca fede? E non vogliate angustiarvi dicendo: Che mangeremo, che berremo, di che ci rivestiremo? Tutte queste cose preoccupano i Gentili; or il Padre vostro sa che avete bisogno di tutto questo. Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta.

Le tre concupiscenze

Per fiorire veramente nelle anime, la vita soprannaturale deve vincere tre nemici, che san Giovanni chiama concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita(1Gv 2,16). Nell’Epistola del giorno abbiamo veduto l’ostacolo frapposto allo Spirito dal primo di questi nemici e come lo si possa superare. L’umiltà, sopra la quale nelle domeniche precedenti ci ha spesso richiamati la Chiesa, è il rovesciamento della superbia della vita. Oggetto del Vangelo che abbiamo letto è la concupiscenza degli occhi o attacco ai beni del mondo, che di bene hanno soltanto la speciosa, ingannevole apparenza.

Il buon uso delle ricchezze

Nessuno, dice l’Uomo-Dio, può servire due padroni. – I due padroni dei quali parla sono Dio e Mammona, cioè la ricchezza. La ricchezza non è cattiva per se stessa e, se acquistata con mezzi legittimi e usata secondo i disegni di Dio, supremo padrone, serve ad assicurarci i beni veri, ad accumulare nella patria eterna tesori che non temono ne ruggine, né ladri (Mt 5,19-20). Sebbene la povertà, dopo che il Verbo la fece sua sposa, sia la nobiltà dei cieli, resta grande la missione del ricco chiamato a sfruttare, in nome dell’Altissimo, le varie parti della creazione materiale. Dio si degna affidare a lui il nutrimento e il sollievo dei suoi figli prediletti, le membra nude e sofferenti del Cristo, lo chiama a sostenere gli interessi della Chiesa, a promuovere le opere della salvezza, gli confida lo splendore dei suoi templi.

È felice e degno di lode colui, che in tale modo riconduce i frutti della terra e i metalli che essa chiude nel seno a glorificare il loro autore! Non abbia paura: gli anatemi, usciti così spesso dalla bocca dell’Uomo-Dio contro i ricchi e i felici del mondo, non lo riguardano. Egli infatti ha un solo padrone: il Padre che è nei cieli, del quale si considera umilmente il tesoriere. Mammona non lo domina, anzi egli lo riduce suo schiavo e lo pone al servizio del suo zelo. La diligenza, che usa nell’amministrare i suoi beni con giustizia e carità, non è l’attaccamento condannato dal Vangelo: anche per mezzo di essa egli segue la parola del Signore e cerca prima il regno di Dio, e la ricchezza che dalle sue mani è destinata ad opere buone, non distoglie i suoi pensieri dal cielo dove sono i suoi tesori e il suo cuore (Mt 6,21).

Cattivo uso della ricchezza

È cosa molto diversa quando la ricchezza non è più considerata mezzo, ma fine dell’esistenza e fa trascurare o magari dimenticare il fine ultimo di essa. Le parole dell’avaro rapiscono l’anima, dice lo Spirito Santo (Pr 1,19) e veramente, spiega l’Apostolo al discepolo Timoteo, l’amore del denaro spinge l’uomo alla tentazione, lo avvolge nelle reti del demonio con la moltitudine di pensieri cattivi e vani che suscita, lo sprofonda sempre più nell’abisso inducendolo a vendere, se occorre, anche la fede (1Tm 6,9-10). L’avaro più possiede meno sa donare e la sua vita si riduce a custodire il suo tesoro, a contemplarlo (Eccli 5,9-10), a pensarlo quando per necessità ne è lontano: la sua passione diventa idolatria (Ef 5,5; Col 3,5). Presto Mammona per lui non è soltanto un padrone, ma un dio davanti al quale, prostrato giorno e notte, immola amici, parenti, patria e se stesso, sacrificandogli l’anima sua e buttandogli davanti, come osserva l’Ecclesiastico, il cuore (Eccli 10, 10).

Non ci deve stupire che il Vangelo presenti Dio e Mammona come rivali inconciliabili: solo Mammona sacrificò sul suo altare Dio stesso per trenta monete d’argento! È Mammona un angelo decaduto la cui gloria infame balena del più sinistro splendore sotto le volte infernali, perché il demone del guadagno consegnò ai carnefici il Verbo eterno! Pesa sugli avari il deicidio: la miserabile loro passione, qualificata dall’Apostolo radice di ogni male (1Tm 6,10), fa legittimamente suo il maggior delitto che il mondo abbia commesso.

Lezione di confidenza

Senza giungere agli eccessi, che fecero dire agli autori dei libri ispirati dell’antico testamento: – Nulla più delittuoso dell’avaro, nulla più iniquo dell’amore del denaro (Eccli 10,9-10) – riguardo ai beni del mondo è facile lasciarsi portare ad una esagerata sollecitudine, che la prudenza non ammette. Il Creatore, che non trascura gli uccelli dell’aria e i gigli del campo, potrebbe dimenticare di nutrire e vestire l’uomo per il quale furono creati gli uccelli e i gigli? Da quando l’uomo può dire a Dio: Padre, l’inquietudine, che la stessa ragione condanna, è per i cristiani un’ingiuria a Colui del quale sono figli e la loro viltà d’animo meriterebbe l’abbandono da parte del Signore di tutte le cose.

La parola precisa del Signore assicura ad essi i beni di questa valle d’esilio, nella misura utile al viaggio che li deve portare al cielo, se, tenendo presente la nobiltà della loro origine, essi cercano prima di tutto il regno di Dio, che serba per essi la corona nella vera patria.

PREGHIAMO

O Signore, nella tua bontà, custodisci sempre la tua Chiesa formata da uomini che senza il tuo aiuto soccombono al peccato, liberala dal male e indirizzala verso il bene.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 484-488

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

Share on:

Be the first to comment on "Liturgia della festa – Domenica Quattordicesima dopo la Pentecoste"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*