Liturgia della Festa – Domenica Undicesima dopo Pentecoste

Questa Domenica, l’undicesima di san Matteo, prende il suo nome presso i Greci dalla parabola del re che impone la resa dei conti ai suoi servi (Mt 18,23-35). Viene chiamata in Occidente la Domenica del Sordomuto, da quando il Vangelo del Fariseo è stato spostato a otto giorni prima. La messa attuale conserva ancora tuttavia – sarà facile costatarlo – parecchi ricordi dell’antica disposizione.

Negli anni in cui la Pasqua si avvicina maggiormente al 21 marzo, la lettura dei libri dei Re continua fino a questa settimana, che non sorpassa mai. È la malattia di Ezechia e la guarigione miracolosa ottenuta dalle preghiere del santo re che formano allora l’argomento delle prime lezioni dell’Ufficio della notte (4Re, 20).

MESSA

EPISTOLA (1Cor 15,1-10). – Fratelli: Vi dichiaro il Vangelo che v’ho annunziato, che voi avete ricevuto, nel quale state saldi, e pel quale siete anche salvati, se lo ritenete tale e quale ve l’ho predicato, a meno che non abbiate creduto invano. Vi ho infatti insegnato prima di tutto quello che io stesso ho appreso, cioè che Cristo è morto pei nostri peccati, come dicono le Scritture, che fu sepolto, che risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture, che apparve a Cefa, e poi agli Undici. Dipoi apparve a più di cinquecento fratelli riuniti, dei quali molti vivono ancora, e alcuni sono morti. Poi apparve a Giacomo, quindi a tutti gli Apostoli. E finalmente, dopo essere apparso a tutti, apparve anche a me, come all’aborto, perché io sono il minimo degli Apostoli e non sono degno d’esser chiamato apostolo, avendo perseguitato la Chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio son quello che sono, e la grazia che mi ha data non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me.

Contrizione e carità

Domenica scorsa, il Pubblicano ci ricordava l’umiltà che conviene al peccatore. Oggi il Dottore delle genti ci mostra nella sua persona che questa virtù non risiede di meno nell’uomo giustificato, il quale ricorda di aver offeso un tempo l’Altissimo. Il peccato del giusto, fosse anche da lungo tempo perdonato, rimane costantemente dinanzi ai suoi occhi (Sal 50,5); sempre pronto ad accusare se stesso (Pr 18,17), egli non vede nel perdono e nell’oblio divino (Ez 18,22) che un nuovo motivo di non perdere mai il ricordo delle sue colpe. I celesti favori che vengono a compensare la sincerità del suo pentimento, guidandolo più innanzi nella comprensione dei diritti della giustizia infinita (Sal 70,16), gli rivelano meglio anche l’enormità dei suoi delitti volontari che sono venuti ad aggiungersi all’immondezza della sua origine (Sal 1,6-7). Presto, in questa via, l’umiltà non è più soltanto per lui una soddisfazione data alla giustizia e alla verità dal suo intelletto illuminato dall’alto; man mano che egli vive con Dio in una unione più stretta e che si eleva mediante la contemplazione nella luce e nell’amore, la divina carità, che lo urge sempre più in tutti i modi (2Cor 5,14), si nutre del ricordo stesso delle sue colpe. Essa scruta l’abisso da cui la grazia l’ha tratta, per risorgere da quelle profondità, più impetuosa, più vittoriosa e più attiva. Allora la riconoscenza per le inestimabili ricchezze che oggi possiede dalla somma munificenza divina non basta più al peccatore d’un tempo, e la confessione delle miserie trascorse sgorga dalla sua anima rapita come un inno al Signore.

La nostra collaborazione alla grazia

Per la grazia di Dio sono ciò che sono, deve dire infatti il giusto insieme con l’Apostolo; e quando è stabilita nella sua anima questa verità fondamentale, può senza timore aggiungere con lui: La sua grazia non è stata sterile in me. Poiché l’umiltà si fonda sulla verità: si verrebbe meno alla verità riferendo all’uomo ciò che, nell’uomo, viene dall’Essere supremo; ma sarebbe anche andare contro di essa non riconoscere insieme con i santi le opere della grazia dove Dio le ha volute porre. Nel primo caso resterebbe offesa la giustizia non meno della verità; nel secondo, la gratitudine. L’umiltà, il cui diretto fine è di evitare tali ingiuste lesioni della gloria dovuta a Dio ponendo un freno agli appetiti della superbia, diventa così d’altra parte il più potente ausiliare della riconoscenza, nobile virtù che, sulle vie della terra, non ha maggior nemico dell’orgoglio.

Gloriarsi in Dio.

Quando la Vergine proclamava che tutte le generazioni l’avrebbero chiamata beata, l’entusiasmo divino che la animava era tanto l’estasi della sua umiltà che del suo amore. La vita delle anime elette presenta ad ogni passo tali sublimi trasporti in cui, facendo proprio il cantico della loro Regina, esse magnificano il Signore cantando le grandi cose che ha fatte mediante loro nella sua potenza. Quando san Paolo, dopo l’apprezzamento così basso che fa di se stesso a paragone degli altri Apostoli, aggiunge che la grazia è stata fertile in lui e che ha lavorato più di tutti, non crediamo che cambi tema, o che lo Spirito il quale lo guida voglia correggere in tal modo le sue prime espressioni: un solo bisogno, uno stesso ed unico desiderio gli ispira quelle parole in apparenza diverse e contrarie: il desiderio e il bisogno di non frustrare Dio nei suoi doni, sia mediante l’appropriazione dell’orgoglio, sia mediante il silenzio dell’ingratitudine.

VANGELO (Mc 7,31-37). – In quel tempo: Partitesi di nuovo dai confini di Tiro, Gesù, per la via di Sidone, tornò verso il mare della Galilea, attraversando il territorio della Decapoli. E gli condussero un sordomuto, e lo supplicavano che gli imponesse la mano. Ed egli, trattolo in disparte dalla folla, gli mise le mani nelle orecchie e con la saliva gli toccò la lingua, e poi, guardando il cielo, sospirò e disse: Effeta, cioè apriti. Subito gli si aprirono gli orecchi e gli si sciolse il nodo della lingua e parlava speditamente. E Gesù ordinò loro di non parlarne ad alcuno; ma quanto più loro lo vietava, tanto più lo spargevano, e ne stupivano oltremodo, esclamando: Egli ha fatto bene ogni cosa; fa che sentano i sordi e parlino i muti.

Il genere umano malato

I santi Dottori ci insegnano che quell’uomo rappresenta tutto il genere umano al di fuori del popolo ebreo. Abbandonato da lungo tempo nelle regioni dell’aquilone dove regnava solo il principe di questo mondo, ha risentito i disastrosi effetti dell’oblio nel quale l’aveva messo, all’apparenza, il suo Creatore e Padre, in seguito al peccato di origine. Satana, la cui perfida astuzia l’ha fatto scacciare dal paradiso, essendosene impadronito, ha superato se stesso nella scelta del mezzo che ha usato per conservare la sua conquista. La tirannia sagace dell’oppressore ha ridotto il suo schiavo ad uno stato di mutismo e di sordità che lo fissa meglio di quanto potrebbero delle Catene di diamante sotto il suo impero; muto per implorare Dio, sordo per sentirne la voce, le due strade che potevano condurlo alla liberazione sono chiuse per lui. L’avversario di Dio e dell’uomo, Satana, può applaudire a se stesso. Così è, lo si può credere, dell’ultima fra le creazioni dell’Onnipotente; così è del genere umano senza distinzione di famiglie o di popoli; poiché la stessa gente custodita dall’Altissimo come sua porzione eletta in mezzo alla decadenza dei popoli (Dt 32,9) ha approfittato dei suoi privilegi per rinnegare ancor più crudelmente di tutti gli altri il suo Signore e il suo Re!

Il miracolo

L’Uomo-Dio geme davanti a una miseria estrema. E come avrebbe potuto farne a meno, alla vista delle devastazioni compiute dal nemico su quell’essere di elezione? Levando dunque al cielo gli occhi sempre esauditi della sua santa umanità (Gv 11,42), vede la condiscendenza del Padre alle intenzioni della sua misericordiosa compassione; e riprendendo l’uso di quel potere creatore che fece tutte le cose perfetteal principio, pronuncia come Dio e come Verbo (ivi 1,3) la parola onnipotente di restaurazione: Effeta! Il nulla, o piuttosto in questo caso la rovina peggiore del nulla, obbedisce a quella voce ben nota; l’udito dell’infelice si risveglia, si apre gioiosamente agli insegnamenti che gli prodiga la trionfante tenerezza della Chiesa, le cui materne preghiere hanno ottenuto tale liberazione; e per la fede che penetra contemporaneamente in esso producendo i propri effetti, la sua lingua incatenata riprende il cantico di lode al Signore interrotto da secoli per il peccato (Sal 50.17).

L’insegnamento

Tuttavia l’Uomo-Dio, in questa guarigione, ha meno di mira la manifestazione della potenza della sua divina parola che l’ammaestramento dei suoi. Intende così rivelare ad essi simbolicamente le realtà invisibili prodotte dalla sua grazia nel segreto dei sacramenti. Per questo conduce l’uomo che gli viene presentato a parte, a parte da quella folla tumultuosa delle passioni e dei pensieri vani che l’avevano reso sordo per il cielo. A che cosa servirebbe infatti guarirlo se, non essendo allontanate le cause della malattia, egli è destinato a ricadere? Gesù, avendo dunque garantito l’avvenire, pone negli orecchi di carne dell’infermo le sue sante dita che portano lo Spirito Santo e fanno penetrare fino alle orecchie del suo cuore la virtù riparatrice di quello Spirito d’amore. Infine, ancor più misteriosamente, perché la verità che si tratta di esprimere è ancor più profonda, egli tocca con la saliva uscita dalla sua bocca divina quella lingua divenuta impotente per la confessione e per la lode; la Sapienza – poiché appunto essa è qui misticamente significata – la Sapienza che esce dalla bocca dell’Altissimo, e scorre per noi come un’onda inebriante dalla carne del Salvatore, apre la bocca del muto, così come rende eloquente la lingua dei bambini che non parlano ancora (Sap 10,21).

Riti del Battesimo

Cosicché la Chiesa, per mostrarci che si tratta figurativamente, nel fatto del nostro Vangelo, non di un uomo isolato, ma di noi tutti, ha voluto che i riti del battesimo di ognuno dei suoi figli riproducessero le circostanze della guarigione che ci viene narrata. Il suo ministro deve, prima di immergere nel bagno sacro l’eletto che essa gli presenta, deporre sulla sua lingua il sale della Sapienza, e toccare gli orecchi del neofito ripetendo la parola pronunciata da Cristo sul sordomuto: Effeta, cioè apriti.

PREGHIAMO

O Dio onnipotente ed eterno, la tua bontà infinita sorpassa ciò che noi possiamo meritare o desiderare: effondi su di noi la tua misericordia, condona ciò che turba la coscienza e accordaci le grazie che non osiamo domandare.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 469-473

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