Liturgia della Festa – Domenica Ventesima dopo la Pentecoste

Giudei e Gentili

Il Vangelo di otto giorni or sono annunciava le nozze del Figlio di Dio e della stirpe umana. Dio, nella creazione del mondo visibile, aveva per fine la realizzazione di tali nozze e tale fine persegue ancora nel governo della società. Nessuna meraviglia dunque che, rivelandoci su questo argomento il pensiero di Dio, la parabola abbia messo in luce il fatto importante della riparazione dei Giudei e della chiamata dei Gentili, che è ad un tempo il più importante nella storia del mondo e il più intimamente legato al compimento del mistero dell’unione divina.

L’esclusione dei Giudei dovrà un giorno cessare, sebbene la loro ostinazione abbia permesso ai Gentili di vedere rivolto a loro il messaggio dell’amore. Oggi tutte le nazioni (Rm 11, 25-26) hanno udito l’invito del cielo ed è vicino il tempo in cui il ritorno di Israele completerà la Chiesa nei suoi mmbri e darà alla Sposa il segno dell’ultima chiamata, che porrà fine al lungo travaglio dei secoli (ivi 8, 22), facendo apparire lo Sposo (Ap 22,17).

Si farà finalmente sentire nel cuore dei discendenti di Giacobbe la felice gelosia che l’Apostolo voleva destare negli uomini della sua razza rivolgendosi ai Gentili (Rm 11, 13-14). Quale gioia in cielo quando la loro voce, che ripete e supplica, si unirà davanti a Dio con i canti di allegrezza del Gentilesimo che celebra l’entrata dei suoi popoli innumerevoli nella sala del banchetto divino! Tale concerto sarà davvero il preludio del gran giorno salutato in anticipo da san Paolo quando, nel suo patriottico entusiasmo, disse dei Giudei: Se la loro caduta fu ricchezza per il mondo e la loro diminuzione la ricchezza per i Gentili, che cosa sarà la loro pienezza (ivi 12)?

La Messa della ventesima domenica ci fa pregustare il momento fortunato in cui la riconoscenza del nuovo popolo non sarà più sola a cantare i benefici di Dio. Tutti i liturgisti antichi ce la presentano composta per metà con parole dei profeti, che offrono a Giacobbe le espressioni di pentimento che gli procurano nuovamente l’amicizia di Dio e per metà con formule ispirate nelle quali i popoli, già sistemati nella sala del festino nuziale, manifestano il loro amore. Sentiamo il cuore dei Gentili nel Graduale e nel Communio e nell’Introito e nell’Offertorio sentiamo quello dei Giudei.

EPISTOLA (Ef 5,15-21)

Fratelli: Guardate adunque di condurvi cautamente: non da stolti, ma da prudenti, riscattando il tempo, perché i giorni sono cattivi: quindi non siate imprudenti, ma studiate bene quale sia la volontà di Dio. E non vi ubriacate col vino, sorgente di lussuria, ma siate ripieni di Spirito Santo. Conversate tra voi con salmi, inni e canti spirituali, cantando e salmeggiando di tutto cuore al Signore, ringraziando sempre Dio e Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo per ogni cosa. Sottomettetevi gli uni agli altri nel timore di Cristo.

L’avvicinarsi del compimento delle nozze del Figlio di Dio coinciderà quaggiù con un violento furore dell’inferno ai danni della Sposa. Il dragone dell’Apocalisse (Ap 12,9) scatenerà tutte le passioni per trascinare la vera madre dei viventi col suo impeto, ma sarà impotente a scuotere il patto di alleanza eterna e, impotente contro la Chiesa, dirigerà gli sforzi della sua rabbia contro gli ultimi figli della novella Eva, destinati ad avere l’onore delle ultime lotte pericolose che il profeta di Patmos ha descritte (ivi 17).

Integrità della dottrina

I cristiani fedeli si ricorderanno allora degli ammonimenti dell’Apostolo e si impegneranno pienamente a custodire la loro intelligenza e la loro volontà in quei giorni cattivi, con quella circospezione che egli raccomanda. La luce infatti allora subirà gli assalti dei figli delle tenebre che diffonderanno le loro dottrine perverse. Forse sarà ancor più sminuita e falsata per le debolezze degli stessi figli della luce anche sul terreno dei principi, per i sotterfugi, le transazioni e l’umana prudenza dei pretesi saggi. Molti lasceranno capire di ignorare che la Sposa dell’Uomo-Dio non può soccombere all’urto di forze create. Le ricorderanno che Cristo si è impegnato a difendere la Chiesa fino alla fine dei secoli (Mt 28,20), tuttavia crederanno di fare cosa buona portando alla buona causa il soccorso di una po­litica di concessioni non sempre abbastanza pesate con i pesi della Chiesa, dimenticando che il Signore, per aiutarla a mantenere le sue promesse, non ha bisogno di stolta sagacia e che la cooperazione che egli si degna accettare dai suoi, per la difesa dei diritti della Chiesa, non può stare nello sminuire o nel dissimulare la verità, che è forza e bellezza della Sposa. Dimenticheranno che san Paolo ha scritto ai Romani che conformarsi a questo mondo, cercare un impossibile adattamento del Vangelo a un mondo scristianizzato non è discernere con sicurezza il bene, il meglio, il perfetto agli occhi del Signore (Rm 12,2)! In quei tempi infelici sarà merito particolarmente grande attendere soltanto, come dice la nostra Epistola, a conoscere quale sia la volontà di Dio.

Dice san Giovanni: Badate a non perdere il frutto delle vostre opere, assicuratevi la ricompensa piena, che è solo concessa alla perseverante pienezza della dottrina e della fede (2Gv 8-9). Del resto, come sempre anche allora, secondo le parole dello Spirito Santo, la semplicità dei giusti li guiderà con sicurezza (Pr 11,3) e l’umiltà darà loro sapienza (ivi 2).

Redimere i tempi

Sia unica cura dei giusti avvicinarsi al Diletto ogni giorno con una rassomiglianza perfetta a Lui, informando al vero parole ed atti. Così essi serviranno la società come deve essere servita, praticando il consiglio che il Signore ci dà di cercare sempre il regno di Dio e la sua giustizia, confidando per le altre cose in Lui (Mt 6,33).

Lasciamo agli altri la ricerca di umani e scaltri accostamenti, di incerti compromessi destinati, nel pensiero dei loro autori, a ritardare di qualche settimana o forse di qualche mese il flutto della rivoluzione che sale; essi comprenderanno in modo diverso il consiglio che ci dà l’Apostolo di redimere i tempi.

Lo Sposo aveva comprati i tempi ad alto prezzo, perché fosse impegnato dai suoi membri mistici nella glorificazione dell’Altissimo. Perduto dalla moltitudine sviata nella rivolta e nell’orgia, le anime fedeli lo riscatteranno ponendo negli atti della loro fede e del loro amore tale intensità che il tributo dato ogni giorno dalla terra alla Santa Trinità non risulti diminuito fino all’ultimo momento. Le anime dei fedeli, contro la bestia dalla bocca insolente e piena di bestemmie (Ap 13,5-6), rinnoveranno il grido di Michele contro Satana suscitatore della bestia (ibid. 2): Chi è come Dio?

VANGELO (Gv 4,46-54)

In quel tempo: C’era un regio ufficiale il cui figlio era ammalato in Cafarnao. Ed avendo egli sentito dire che Gesù dalla Giudea era venuto in Galilea, andò a trovarlo e lo pregò di recarsi a guarire il suo figlio, che era moribondo. E Gesù gli disse: Se non vedete segni e prodigi, non credete. E l’ufficiale regio: Signore, vieni, prima che muoia il mio figliolo. Gesù gli disse: Va’, il tuo figlio vive. Quell’uomo prestò fede alle parole dettegli da Gesù e parti. E avanti che arrivasse a casa gli corsero incontro i servi con la notizia che il suo figliolo viveva. Domandò loro pertanto in che ora avesse cominciato a star meglio. E quelli gli risposero: Ieri alla settima ora lo lasciò la febbre. Allora il padre riconobbe essere quella appunto l’ora in cui Gesù gli aveva detto: il tuo figlio vive, e credette lui con tutta la famiglia.

Nel corso delle Domeniche dopo la Pentecoste il Vangelo è tratto oggi per la prima ed unica volta da san Giovanni e dà il suo nome alla Domenica ventesima, che viene detta Domenica dell’Ufficiale di Cafarnao. La Chiesa scelse questo passo del Vangelo per la relazione misteriosa che lo lega alle condizioni del mondo nei tempi cui gli ultimi giorni del Ciclo liturgico profeticamente si riferiscono.

Il mondo malato

Il mondo volge al termine, comincia a morire. Minato dalla febbre delle passioni in Cafarnao, città del lucro e del godimento, è già senza forze e non può andare da sé al medico, che potrebbe guarirlo. Si rivolge a suo Padre cioè i pastori, che lo hanno generato alla vita della grazia col Battesimo e governano il Popolo cristiano come Ufficiali della santa Chiesa ed essi devono andare dal Signore e chiedere la salute del malato. Il discepolo prediletto ci dice per prima cosa (Gv 4,46) che essi troveranno Gesù a Cana, la città delle nozze e delle manifestazioni della sua gloria col banchetto nuziale (ivi 2,11) e Cana è il cielo dove l’Uomo-Dio risiede da quando abbandonò la terra e lasciò i discepoli senza lo sposo ad esercitarsi per un tempo nel campo della penitenza.

Il rimedio

Rimedio sono soltanto lo zelo dei pastori e la preghiera di quella parte del gregge di Cristo, che non si è lasciata trascinare dalle seduzioni della universale licenza. Come è però necessario che fedeli e pastori facciano propri i sentimenti della Chiesa dimenticando se stessi! Nella più rivoltante ingratitudine, nelle ingiustizie, nelle calunnie, nelle perfidie di ogni genere, la madre dei popoli tutto dimentica, per pensare soltanto alla vera prosperità e alla salvezza delle nazioni, che l’oltraggiano, prega come ha fatto sempre, ma con un fervore che non ha mai avuto, perché la fine ritardi, pro mora finis (Tertulliano, Apol. XXXIX).

Potenza della preghiera

Come dice Tertulliano: “riuniamoci in un solo gregge, in un solo esercito per andare a Dio e investirlo con le nostre preghiere come investe un’armata, perché questa violenza gli piace”. Però questo esige una fede totale incrollabile. È la nostra fede che ci dà la vittoria sul mondo (1Gv 5,4) ed è ancora la fede che vince Dio nei casi estremi e disperati. Pensiamo con la Chiesa al pericolo che tanti sventurati corrono. Sono, è vero, senza scusa, perché ancora domenica scorsa furono avvertiti del pianto e dello stridore di denti, che nelle tenebre esteriori attende coloro che disprezzano le sacre nozze (Mt 22,13), ma ci sono fratelli e non possiamo rassegnarci alla loro perdita, e speriamo contro ogni speranza. L’Uomo-Dio, che conosceva in modo sicuro l’inevitabile dannazione dei peccatori ostinati, ha tuttavia versato anche per essi il suo sangue e noi vogliamo unirci a lui in una rassomiglianza totale. Risolviamo di imitarlo anche in questo nella misura che è a noi possibile e preghiamo, senza riposo e senza tregua, per i nemici della Chiesa, per i nostri nemici ora che la loro dannazione non è compiuta. In questo ordine di cose niente è inutile, niente va perduto, qualunque cosa avvenga, il Signore sarà molto glorificato dalla nostra fiducia e dall’ardore della nostra carità.

Vediamo di non meritare il rimprovero che egli moveva alla fede falsa della generazione di cui faceva parte l’Ufficiale di Cafarnao. Egli non ha bisogno di scendere dal cielo per dare efficacia agli ordini della sua volontà misericordiosa, noi lo sappiamo, e, se si degna moltiplicare attorno a noi miracoli e prodigi, gli saremo riconoscenti per i nostri fratelli più di noi deboli nella fede e prenderemo l’occasione per esaltare la sua gloria, protestando però che l’anima nostra non ha più bisogno di manifestazioni della sua potenza per credere in lui.

PREGHIAMO

Largisci placato, Signore, il perdono e la pace ai tuoi servi, affinché, purificati da tutte le colpe, possano servirti con animo tranquillo.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 514-519

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