Liturgia della Festa – Domenica ventitreesima dopo la Pentecoste

Quando nell’anno le Domeniche dopo Pentecoste sono ventitré soltanto, oggi si legge la Messa della Domenica ventiquattresima e ultima Domenica e la Messa segnata per la ventitreesima si porta al sabato della settimana precedente o al giorno più vicino, che sia libero da festa di rito doppio o semidoppio [1].

Comunque avvenga, oggi termina l’Antifonario e l’Introito, Graduale, Communio di questa Messa dovranno essere ripresi in tutte le Domeniche, più o meno numerose, secondo gli anni, che si succederanno ancora fino all’Avvento. Ricordiamo che ai tempi di san Gregorio l’avvento era più lungo di oggi e le sue settimane si addentravano nella parte del Ciclo postpentecostale, occupato adesso dalle ultime Domeniche dopo la Pentecoste ed è questa una delle ragioni, che spiegano la mancata composizione di Messe dopo la ventitreesima.

L’antica Messa della Domenica XXIII

In quella Messa la Chiesa, senza perdere di vista la conclusione della storia del mondo, volgeva il suo pensiero al vicino tempo sacro, destinato a preparare i suoi figli alla solenne festa di Natale.

All’Epistola si leggeva questo passo di Geremia, che in vari luoghi, più tardi fu usato nella prima Domenica di Avvento: “Ecco che il giorno arriva, dice il Signore, e io susciterò a Davide una stirpe giusta. Regnerà un re, che sarà saggio, che compirà la giustizia e il giudizio sopra la terra. Allora Giuda sarà salvato e Israele abiterà nella pace. Ecco il nome che daranno a questo re: Giusto Signore nostro! Viene il tempo, dice il Signore, in cui non si dirà più: Vive il Signore, che ha tratto fuori dall’Egitto i suoi figli! Ma: Vive il Signore che ha tratto e fatto condurre la posterità della casa di Israele dalla terra dell’aquilone e da tutti i paesi nei quali l’avevo dispersa e cacciata! E abiteranno la loro terra” (Ger 23,5-8).

Conversione dei Giudei

Questo passo si applica benissimo, come si vede, alla conversione dei Giudei e alla restaurazione d’Israele annunciata per gli ultimi tempi. I più antichi liturgisti del Medio Evo spiegarono tutta la Messa della Domenica ventitreesima dopo la Pentecoste da questo punto di vista, ma per capirli bene occorre ricordare che allora il Vangelo della detta Domenica era il Vangelo della moltiplicazione dei cinque pani. Lasciamo parlare il pio e profondo abate Ruperto, che ci rivelerà, meglio di qualsiasi altro, il mistero di questo giorno in cui cessano le melodie gregoriane, prima così varie.

Egli dice: “La santa Chiesa si impegna con tanto zelo in fare suppliche, preghiere e azioni di grazie chieste dall’Apostolo (1Tm 2,1) per tutti gli uomini, e perfino rende grazie per la futura salvezza dei figli d’Israele che, come essa, dovranno un giorno essere uniti al suo corpo. Come alla fine del mondo i loro ‘resti’ saranno salvati (Rm 9,27), così in quest’ultimo Ufficio dell’anno essa si rallegra con loro, suoi futuri membri, e nell’Introito canta tutti gli anni, richiamando così senza sosta le profezie che li riguardano: Il Signore dice: I miei pensieri sono pensieri di pace e non di afflizione.I suoi sono pensieri di pace, perché promette di ammettere al banchetto della grazia i Giudei, suoi fratelli secondo la carne, realizzando ciò che era raffigurato nella storia del patriarca Giuseppe. I fratelli di Giuseppe, che l’avevano venduto, spinti dalla fame, vennero a lui, quando egli aveva steso il suo dominio su tutto l’Egitto, furono riconosciuti, ricevuti da lui stesso, e volle egli ancora sedere con loro a un banchetto solenne. Così il Signore, regnando su tutto il mondo, nutrendo del pane di vita abbondantemente gli Egizi, cioè i Gentili, vedrà tornare a Lui i ‘resti’ dei figli di Israele e saranno reintegrati nell’amicizia di colui che hanno negato e ucciso, avranno posto alla sua mensa e il vero Giuseppe si disseterà con i suoi fratelli”.

“Il favore di questa tavola divina è raffigurato nell’Ufficio della Domenica dal Vangelo, che ci narra come il Signore sfamò con cinque pani la moltitudine. Allora davvero Gesù aprirà per i Giudei i cinque libri di Mosè oggi portati come pani interi, non spezzati ancora da un fanciullo, che è questo popolo rimasto fino ad oggi di vedute limitate come un bambino.

Si compirà l’oracolo di Geremia, così bene collocato prima del Vangelo, e non si dirà più: Vive il Signore che ha tratto i figli di Israele dalla terra dell’Egitto! Ma: Vive il Signore che li ha tratti e fatti condurre dalla terra dell’aquilone e da tutte quelle in cui erano dispersi!.

Liberati dalla prigionia spirituale che li stringe, essi canteranno con tutto il cuore l’azione di grazie che troviamo nel graduale: Voi ci avete liberato, Signore, da quelli che ci perseguitavano.

La supplica con la quale diciamo nell’Offertorio: Ti ho invocato dal fondo dell’abisso, o Signore, si adatta essa pure molto bene alle circostanze, perché in quel giorno i fratelli diranno al grande vero Giuseppe: Ti scongiuriamo di dimenticare il delitto dei tuoi fratelli (Gen 50,1-7).

Il Communio: Vi dico, in verità, tutto quello che chiederete nelle vostre orazioni con quello che segue è la risposta di questo stesso Giuseppe, che dirà, come disse l’altra volta il primo Giuseppe (Gen 50,19-21): ‘Non temete. Voi avete concepito contro di me un disegno malvagio, ma Dio lo ha voluto in bene per innalzarmi, come ora vedete, e salvare molti popoli. Non temete sfamerò voi e i vostri figli'” (Ruperto, De div. Officiis, xii, 23).

EPISTOLA (Fil 3, 17-21; 4, 1-3)

Fratelli: Imitate me, e mirate coloro che si conducono secondo il modello che avete in noi. Già ve l’ho detto tante volte (e ora ve lo dico piangendo): Vi sono molti che vivono come nemici della croce di Cristo. La loro fine è la perdizione; il loro Dio è il ventre e la loro gloria la fanno consistere nella loro vergogna, e non pensano ad altro che alle cose della terra. Ma noi siamo cittadini del cielo, dal quale pure aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, che, per la sua potenza di assoggettarsi ogni cosa, trasformerà il corpo della nostra umiliazione in modo da renderlo simile al corpo che egli ha nella gloria. Pertanto, o fratelli miei carissimi e desideratissimi, mia gioia e mia corona, state in questo modo saldi nel Signore, o amatissimi.

Prego Evodia e scongiuro Sintiche ad essere di un medesimo sentimento nel Signore, e mi raccomando anche a te, o fedele compagno, di porgere la mano a queste che hanno combattuto con me per il Vangelo con Clemente e cogli altri miei collaboratori, i nomi dei quali sono scritti nel libro della vita.

Il buon esempio

La Chiesa è un tempio ammirabile di pietre viventi chiamate a costituire i suoi muri (Ef 2,20-22), che si elevano alla gloria dell’Altissimo. La costruzione di questi muri secondo il piano stabilito dall’Uomo-Dio è opera di tutti. Qualcuno costruisce con la parola (1Cor 14,3), altri con l’esempio (Rm 14,19), ma tutti costruiscono, tutti edificano la città santa e, come al tempo degli Apostoli, chi costruisce con l’esempio prevale sugli altri in efficacia quando la parola non è sostenuta dall’autorità di una vita conforme al Vangelo. Però mentre l’edificazione degli altri è per il cristiano dovere fondato sulla carità verso il prossimo e sullo zelo della casa di Dio, egli deve, per non essere presuntuoso, cercare negli altri questa edificazione per se stesso. La lettura di libri buoni, lo studio della vita dei santi, l’osservanza rispettosa, per usare l’espressione dell’Epistola, l’osservazione dei cristiani buoni, che vivono al nostro fianco, saranno aiuto potente per l’opera di santificazione personale e per il compimento dei disegni di Dio.

La coincidenza di pensieri con gli eletti della terra e del cielo ci allontanerà dai cattivi, che respingono la croce di Gesù Cristo e non pensano che al vergognoso accontentamento dei sensi e stabilirà veramente nei cieli la nostra conversazione. In attesa della venuta del Signore per un giorno, che non è più lontano, noi resteremofermi in lui, nonostante la defezione di tanti sventurati trascinati dalla corrente che porta il mondo alla rovina. L’angoscia e la sofferenza degli ultimi tempi accresceranno in noi la speranza, rendendo sempre più vivo il desiderio del momento solenne in cui il Signore apparirà per completare la salvezza dei suoi, vestendo la nostra carne col fulgore del suo corpo divino. Stiamo uniti, come dice l’Apostolo, e per il resto “godete sempre nel Signore, egli scrive agli amati Filippesi, vi ripeto, rallegratevi; il Signore è vicino” (Fil 4,4-5).

VANGELO (Mt 9,18-26)

In quel tempo: Mentre Gesù parlava alle turbe, ecco uno dei capi accostarsi, inchinarsi e dire: Signore, la mia figlia è morta or ora: ma vieni, imponi la tua mano su di lei e vivrà. E Gesù, alzatosi, lo seguì coi suoi discepoli. Ed ecco una donna, la quale da dodici anni pativa perdite di sangue, accostarsi a lui da tergo e toccargli il lembo della veste. Perché diceva dentro di sé: Sol ch’io tocchi la sua veste, sarò guarita. Ma Gesù rivoltosi e miratala disse: Confida, Figliuola: la tua fede ti ha salvata. E da quell’istante la donna fu liberata. E quando Gesù arrivò alla casa del capo, avendo veduto i suonatori e la turba far strepito, disse: Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Ed essi si burlavano di lui. Quando furono usciti tutti egli entrò e prese la fanciulla per mano, ed essa si alzò. E se ne divulgò la fama in tutta quella regione.

Sebbene la scelta di questo Vangelo non risalga dappertutto a remota antichità, si adatta bene allo spirito della liturgia e conferma ottimamente quello che abbiamo detto del carattere di questa parte dell’anno. Nella Omelia del giorno san Gerolamo ci insegna che l’emorroissa guarita dal Salvatore è figura del Gentilesimo e la figlia del principe della sinagoga lo è della nazione giudaica. Questa trovò la vita soltanto dopo la guarigione della prima ed è proprio questo il mistero che ricordiamo in questo giorno in cui, riconosciuto il medico celeste in tutte le nazioni, cessa l’acciecamento da cui era stato afflitto Israele.

Le vie di Dio

Dall’altezza cui siamo giunti, dal punto in cui il mondo, raggiunto il suo destino, si oscura un istante per sbarazzarsi degli empi e sbocciare di nuovo trasformato nella luce e nell’amore, come appaiono misteriose, forti e soavi insieme le vie dell’eterna Sapienza (Sap 8,1)!

Il peccato aveva rotto all’inizio l’armonia del mondo gettando l’uomo fuori della sua strada e se, fra tutte, una famiglia aveva attirato su di sé la misericordia e la luce, elevandosi con questo privilegio, aveva rivelato più buia la notte in cui vegetava il genere umano.

La nazioni abbandonate nella loro miseria, spossate, vedevano le delicatezze divine riservate ad Israele e pesare su di loro l’oblio. Venuto il tempo in cui doveva essere riparata la prima colpa parve che la riprovazione dei Gentili dovesse essere definitiva, perché la salvezza venuta dal cielo nella persona dell’Uomo-Dio si diresse esclusivamente ai Giudei e alle pecore perdute della casa di Israele (Mt 15,24).

La salvezza dei Gentili

Ma la razza senza merito fortunata i cui padri e i primi capi avevano ardentemente desiderato la venuta del Messia non era più all’altezza cui l’avevano portata i patriarchi e i santi profeti. La sua religione così bella, fondata sul desiderio e sulla speranza, era ormai un’attesa sterile, che la metteva nella impotenza di fare un passo verso il Salvatore; la sua legge incompresa, dopo averla immobilizzata, finiva di stringerla nei legami di un formalismo settario e mentre, disprezzando questo colpevole intorpidimento contava, nel suo orgoglio geloso, di difendere l’esclusività dei favori di Dio, il Gentilesimo portava i suoi mali sempre più grandi davanti a un liberatore, riconosceva in Gesù il Salvatore del mondo e la sua fiduciosa iniziativa gli meritava di essere per primo salvato. L’apparente disprezzo del Signore lo mantenne nella umiltà la cui potenza penetra i cieli (Eccli 35,21).

La salvezza dei Giudei

Israele doveva attendere ancora, come si cantava nel salmo: L’Etiopia lo prevenne, tendendo per prima le sue mani verso Dio (Sal 67,32). Toccò ora a Israele ritrovare nella sofferenza di un lungo abbandono l’umiltà che aveva meritato ai suoi padri le promesse divine e sola poteva meritarne il compimento.

Ma ora la parola di salvezza si è fatta sentire in tutte le nazioni, salvando tutti quelli che dovevano essere salvati. Gesù, fermato sulla strada, arriva alla casa cui era diretto, alla casa di Giuda in cui è ancora assopita la figlia di Sion; la sua onnipotenza compassionevole allontana dalla povera derelitta la folla confusa dei falsi dottori e i profeti di menzogna, che l’avevano addormentata con le loro stolte parole, caccia lontano per sempre gli insultatori del Cristo che pretendevano custodirla nella morte.

Prendendo la mano della malata, egli le ridà vita e il vigore della sua giovinezza, dimostrando che la sua morte non era che un sonno e che l’accumularsi dei secoli non poteva prevalere sulla parola data da Dio ad Abramo suo servo (Lc 1,54-55).

PREGHIAMO

Perdona, o Signore, le colpe del tuo popolo, e liberaci, per la tua benignità, dalle catene dei peccati con le quali ci siamo legati per fragilità.


[1] Nota che il Guéranger scriveva prima della riforma di Pio X. Oggi, se si aggiunge anche l’ultima riforma della Sacra Congregazione dei Riti (23 marzo 1955), le cose sono alquanto modificate.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, Alba, 1959, p. 530-536

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