Liturgia della Festa – Ventiduesima Domenica dopo la Pentecoste

MESSA

Secondo Onorio di Autun la Messa di oggi richiama i tempi dell’Anticristo (Gemma animae, l. IV, 93). La Chiesa volgendo i suoi occhi nel futuro al regno di questo uomo del peccato (2Ts 2,3), e come se già provasse la persecuzione finale, prende l’Introito dal Salmo 129.

Se, insieme al senso profetico che hanno oggi le parole di questo salmo, noi vogliamo una applicazione presente e pratica, data la nostra miseria, richiamiamo il Vangelo della settimana precedente, che era una volta il Vangelo di questa Domenica. Ciascuno di noi si riconoscerà nel debitore che non può pagare e può sperare soltanto nella bontà del padrone e, nella confusione della nostra anima umiliata, grideremo: Se tu, o Signore, consideri le iniquità, chi può resistere davanti a te?

EPISTOLA (Fil 1,6-11)

Fratelli: Confidiamo nel Signore Gesù che avendo cominciato in voi l’opera buona, la perfezionerà fino al giorno di Cristo Gesù. È giusto che per voi nutra questi sentimenti, perché vi ho nel cuore, come coloro che, e nelle mie catene, e nella difesa, e nella conferma del Vangelo, hanno partecipato alla mia gioia. Dio mi è testimonio come io ami voi tutti nelle viscere di Gesù Cristo. E questo io domando, che la vostra carità abbondi sempre più nella conoscenza e in ogni finezza di discernimento, finché eleggiate il meglio, siate schietti e irreprensibili fino al giorno di Cristo, ricolmi per Gesù Cristo di frutti di giustizia a gloria e lode di Dio.

L’anima di san Paolo

San Paolo, in nome della Chiesa, attira nuovamente la nostra attenzione sull’avvicinarsi della fine, ma l’ultimo giorno, che domenica chiamava giorno cattivo,oggi, per due volte nel breve tratto della lettera agli Efesini che è stato letto, lo chiama giorno di Cristo Gesù. La lettera agli Efesini è piena di confidenza, l’allegrezza è straripante e tuttavia ci parla della persecuzione che infierisce contro la Chiesa e del nemico, che profitta della burrasca per scatenare le passioni perverse perfino in mezzo al gregge di Cristo. L’Apostolo è in catene, gelosia e tradimento di falsi fratelli accrescono i suoi mali, la gioia vince la sofferenza del suo cuore, perché egli è giunto a quella pienezza dell’amore in cui nel dolore trova sviluppo la carità. Gesù Cristo è sua vita, la morte un guadagno e tra la morte, che nell’intimo del cuore desidera, perché lo ricongiunge a Cristo e la vita, che moltiplica i meriti e il frutto delle sue opere, non sa scegliere. Per lui non contano le considerazioni personali e sua gioia di oggi, sua gioia futura è che Cristo sia glorificato: il modo non conta. La sua attesa non sarà vana, perché vita e morte glorificheranno nella sua carne Cristo (Fil. 1,15-20).

La preghiera di san Paolo

Di qui, nell’anima di Paolo una sublime indifferenza, che è il vertice della vita cristiana e non ha niente di comune col torpore fatalistico in cui i falsi mistici del secolo XVII pretesero soffocare l’amore.

Da queste altezze del cammino della perfezione che egli ha raggiunto, quale prodiga tenerezza ha per i suoi fratelli il convertito di Damasco! Egli dice: Dio mi è testimone che io vi amo e vi desidero tutti nelle viscere di Cristo. Una aspirazione lo impegna, lo domina (Fil 1,24-27): che Dio, il quale ha cominciato in essi l’opera buona per eccellenza, il perfezionamento del cristiano, che nell’Apostolo è completo, la prosegua e la termini in tutti per il giorno in cui Cristo comparirà nella sua gloria (Col 3,4), e prega perché la carità, la veste nuziale dei benedetti dal Padre che egli ha promessi all’unico Sposo (Rm 8,38; 2Cor 11,2) li circondi di un fulgore degno del gran giorno delle nozze eterne (Durando, Rationale, VI, 139).

Il Liberalismo

La carità si sviluppa in essi se cresce nella intelligenza e nella conoscenza della salvezza cioè nella fede, perché la fede è base della giustizia soprannaturale. Una fede limitata porta ad una carità limitata e si ingannano coloro, che non hanno per la verità rivelata la cura che hanno dell’amore. Il loro cristianesimo si riduce a credere il meno possibile, a dichiarare inopportune nuove definizioni, a restringere presuntuosamente l’orizzonte soprannaturale per rispetto all’errore. Essi dicono che la carità è regina delle virtù e per essa usano magari la menzogna; riconoscere all’errore i diritti che ha la verità è per loro l’ultima parola della civiltà cristiana, che poggia sull’amore. Dimenticano così che primo oggetto di carità è Dio, verità sostanziale, del quale la menzogna è il nemico peggiore: non è atto d’amore mettere allo stesso livello l’oggetto amato e il suo mortale nemico.

Integrità della fede

Gli Apostoli non pensavano così e, per far germogliare nel mondo la carità, seminavano la verità. Nei loro discepoli la verità sviluppava l’amore e, fatti luce essi stessi, per mezzo del Battesimo (Ef 5,8), più di ogni cosa stava loro a cuore non venire a patti con le tenebre. Negare la fede era il delitto più grave; esporsi inavvertitamente a sminuire i diritti di essa, era imprudenza grave (ivi 15-17). Il cristianesimo, che aveva trovato il mondo nella schiavitù dell’errore, nelle tenebre che immobilizzavano gli uomini nella morte, pensò che far brillare la luce era il solo mezzo di portarli a salvezza e non seguì altra politica fuorché quella di proclamare la potenza della verità, affermando i diritti esclusivi di regnare sul mondo.

E il cristianesimo trionfò dopo tre secoli di lotta accanita e furibonda, per le tenebre che dominavano e che volevano dominare ancora, serena e radiosa per i cristiani che versando il sangue affermavano sulla terra giubilanti il regno dell’amore e della verità. Oggi avendo l’errore ripreso, con la connivenza dei battezzati, i suoi pretesi diritti, la carità di molti è diminuita rapidamente (Mt 24,12) e la notte si stende di nuovo sopra un mondo agonizzante e freddo. La linea di condotta dei figli della luce (Ef 5,8) resta quella dei primi tempi: custodire fedelmente la parola di verità (ivi 11,16), senza paure e senza incertezze, fieri di soffrire per Cristo, come i loro predecessori e come gli Apostoli (Fil 1,28-30) perché fino a che resterà al mondo un bagliore di speranza, quel bagliore lo troverà nella verità.

VANGELO (Mt 22,15-21)

In quel tempo: I Farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere come cogliere Gesù in fallo nelle parole. E gli mandarono i propri discepoli con gli Erodiani, a dirgli: Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo la verità e non ti curi di nessuno, che non guardi in faccia alle persone. Dicci dunque, che te ne pare? È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Ma Gesù, conosciuta la loro malizia, disse: Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un denaro. Ed egli disse loro: Di chi è questa immagine? e l’iscrizione? Gli risposero: Di Cesare. Allora disse loro: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.

Lezione di prudenza

Se la Chiesa, in queste settimane che ci presentano gli ultimi giorni del mondo, ci ricorda continuamente la prudenza dell’intelletto, come virtù che in quei tempi i suoi figli devono custodire, bisogna dire che il pericolo particolare degli ultimi tempi sia la crisi della verità. Domenica consegnava come arma difensiva lo scudo della fede, come arma offensiva la parola di Dio; otto giorni prima raccomandava la circospezione dell’intelligenza (Epist. della XX Domenica) per conservare nei giorni cattivi la loro santità fondata sulla verità (Epist. della XIX Domen.) dato che la loro ricchezza consiste nella scienza (Epist. della XVIII Dom.). Nell’Epistola di oggi ha proposto ancora l’intelligenza e la scienza, perché sole hanno la potenza di sviluppare il loro amore e completare l’opera della loro santificazione per il giorno di Cristo. E ora nel Vangelo conclude opportunamente queste lezioni dell’Apostolo narrando un fatto tolto dalla vita del Salvatore e dando ad esse l’autorità che porta sempre con sé ogni esempio preso dalla vita del divino modello della Chiesa. Gesù si presenta come modello dei Suoi fedeli nelle imboscate tese alla loro buona fede dai complotti dei cattivi.

Il tributo a Cesare

Era l’ultimo giorno dell’insegnamento pubblico dell’Uomo-Dio, quasi la vigilia della sua partenza da questo mondo (Martedì Santo). I nemici, tante volte giocati nonostante la loro astuzia, tentarono uno sforzo supremo e i Farisei, che non riconoscevano il dominio di Cesare e il suo diritto ad un tributo, si unirono ai loro avversari, i partigiani di Erode e di Roma, per porre a Gesù la questione insidiosa: È permesso o no pagare il tributo a Cesare? Se rispondeva che non era lecito, provocava la collera di Cesare: se rispondeva che si poteva pagare il tributo, perdeva il suo credito davanti al popolo. Con prudenza divina Gesù sventò l’insidia. I due partiti, stranamente alleati. nell’odio, non vollero comprendere la sentenza che poteva unirli nella verità e tornarono presto alle loro querele, ma la coalizione formata contro il giusto era spezzata; lo sforzo dell’errore, come sempre avviene, si era volto contro di essa e la parola da essa provocata, passando dalle labbra dello Sposo a quelle della Sposa, non cessava più di risonare nel mondo, in cui resta base del diritto sociale nelle nazioni.

L’autorità viene da Dio

Date a Cesare quello che spetta a Cesare e a Dio quello che spetta a Dio, ripetevano gli Apostoli e, proclamando alto che bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini, aggiungevano: Siate soggetti alle autorità, perché l’autorità viene da Dio e le autorità che esistono le ha stabilite Dio. Chi resiste alle autorità resiste all’ordine stabilito da Dio e si attira la dannazione. Siate sottomessi perché questo è necessario, sottomessi non solo per paura, ma per dovere di coscienza. Per lo stesso motivo voi pagate dei tributi ai principi, perché essi sono ministri di Dio.

La volontà di Dio (1Pt 2,15) è sorgente e compimento di qualsiasi autorità fra gli uomini e l’uomo per se stesso non ha alcun diritto di comandare i suoi simili. Il numero non modifica questa impotenza degli uomini sopra la mia coscienza perché, numerosi o meno, io sono eguale a ciascuno di essi per natura e sommare il diritto degli altri su di me è sommare il nulla. Però Dio, volendo che gli uomini vivessero in società, ha voluto una autorità che unisca la volontà di molti nell’unità di un fine che tutti interessa. Egli lascia agli avvenimenti disposti dalla sua provvidenza e agli uomini stessi molta libertà per la scelta della forma in cui dovrà esercitarsi il potere civile e il modo di trasmetterlo, ma i depositari del potere sovrano, una volta investiti, non sono esonerati che da Dio nella sfera delle loro legittime attribuzioni, perché il potere viene da lui solo e non dai loro popoli, i quali, non avendo per se stessi potere, non lo possono dare. Se essi rispettano il patto sociale nelle sue condizioni, il potere ricevuto per il bene della società non reca danno alla società stessa e il loro diritto all’obbedienza è il diritto di Dio medesimo, sia che essi esigano un tributo necessario per il loro governo, sia che stabiliscano leggi, che limitino la libertà lasciata dal diritto naturale nelle relazioni della vita, sia che mandino soldati a certa morte per la difesa della Patria.

In tutti i casi è Dio che comanda per mezzo loro e vuole essere obbedito e mette nelle loro mani la spada per la punizione dei ribelli di questo mondo (Rm 13,4) e punirà Lui stesso nella vita futura quelli che non saranno emendati.

La legge che obbliga

È grande la dignità di questa legge umana che fa del legislatore un vicario di Dio stesso e risparmia ai sudditi l’umiliazione di abbassarsi davanti ad un altro uomo, ma perché la legge obblighi e sia legge davvero deve prima di tutto informarsi alle prescrizioni e alle proibizioni dell’Essere Sommo, che solo può darle un carattere augusto facendola entrare nel dominio della coscienza. Ne deriva che non vi possono essere leggi contro Dio, contro Cristo, e la sua Chiesa e, da quando l’uomo che comanda non ha più Dio con sé, la sua potenza è solo forza brutale. Un principe o un’assemblea che pretendano regolare i costumi di un paese contro Dio, hanno solo il diritto alla rivolta e al disprezzo di ogni uomo ragionevole e dare il nome sacro di legge alle loro tiranniche elucubrazioni è indegna profanazione del cristiano e degli uomini liberi.

PREGHIAMO

O Dio, nostro rifugio e nostra forza, ascolta le preghiere che tu stesso hai insegnato alla tua Chiesa e concedici con sicurezza quanto domandiamo con fede.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 525-530

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