Liturgia della Festa – Vigilia dell’Assunzione

Il quadro austero e penitenziale degli Uffici, che precedono le grandi solennità, lascia spesso intravvedere la gioia, contenuta ma gustosa, di un’attesa. Letture e canti della vigilia dell’Assunzione portano questa caratteristica, che lascia indovinare il travaglio di una grazia premurosa. Né parole, né riti però provocano per primi questa serenità, ma la gioia zampilla dal profondo del cuore e si gusta in silenzio, nell’intimo dell’anima.

Il cristiano oggi si prepara alla festa della Madre. Sì, davvero, la Madre, perché Maria è vera Madre per ogni fratello del suo Figlio. Mediatrice e tesoriera della grazia, Maria è lo strumento docile e perfetto, che gli trasmette la vita soprannaturale, con le sue ricchezze incomparabili. Ma Maria è inoltre la Madre per eccellenza, la Madre unica e perfetta, Madre verginale e in senso pieno e, in una parola, che dice tutto, la Madre di Dio. Vedremo domani come la pietà cristiana fu portata a celebrare questo giorno natalizio della Madonna e a ricordare il suo trionfale ingresso, in corpo e anima, nel Regno della gloria celeste. Ora dobbiamo pensare alla Madre, dobbiamo prepararci insieme con i Santi tutti del cielo e della terra e con Dio stesso a onorarla degnamente.

Una madre di quaggiù si festeggia, onorandola nel giorno dedicato al Santo o alla Santa di cui porta il nome, ma per Maria la cosa è diversa. La sua festa non è festa di un’altra Santa sua Patrona, è festa soltanto sua, e ciò che la Chiesa vuole celebrare è la pienezza della sua santità. Un solo omaggio salirà a Colei, che è insieme la Madre e la Santa.

La santità personale di Maria sta nell’essere la Madre perfetta, voluta da Dio per il Figlio suo e per noi: è questa la sua vocazione meravigliosa. In Essa, la perfezione della carità, che in ciascuno di noi costituisce la santità, per privilegio mai udito e commovente, diventa perfezione dell’amore materno e amare Dio è amare suo Figlio. Festeggiare in Maria la Madre e la Santa è perciò lodare una identica perfezione, un solo amore: e un unico slancio di lode esprimerà in noi e la pietà religiosa e la pietà filiale.

L’anima, che vuole onorare Maria, deve, in questa vigilia di festa, porre prima di tutto due condizioni: essere pura e ricca di amore. La grazia dei sacramenti le realizzerà e la Chiesa, immagine visibile e vivente della Regina del cielo, guiderà gli affetti con i pensieri suggeriti dallo Spirito di Dio.

MESSA

Fino alla fine del secolo VIII la Vigilia dell’Assunzione non compare nei libri liturgici e, fatta eccezione per l’Oremus, tutte le parti della Messa sono da quel tempo mutate e quelle che leggiamo ancora si trovano in parecchie altre Messe della Madonna e, come gioielli meravigliosi, brillano di uno splendore più puro, nell’aurora trionfale in cui oggi si presentano.

Da principio si cantava nel giorno stesso dell’Assunzione l’Introito Vultum tuum, modellato sulla Messa delle Vergini, che in seguito, dopo qualche secolo, sostituito dal Gaudeamus, passò alla Messa della Vigilia, la quale cominciava una volta col Salve sancta Parens.

EPISTOLA (Eccli 34,23-31). – Come vite diedi frutti di soave odore, e i miei fiori dàn frutti di gloria e di ricchezza. Io sono la madre del bell’amore e del timore, della scienza e della santa speranza. In me ogni grazia della vita e della verità, in me ogni speranza di vita e di virtù. Venite a me, o voi tutti che mi bramate, e saziatevi dei miei frutti; perché il mio spirito è più dolce del miele, e il mio retaggio più del favo di miele. Il ricordo di me durerà nelle generazioni dei secoli. Chi mi mangia avrà ancora fame, e chi mi beve avrà ancora sete. Chi mi ascolta non sarà confuso e chi lavora per me non peccherà; chi mi illustra avrà la vita eterna.

I versetti, dei quali consta l’Epistola oggi, erano assegnati ad una Messa mariana fin dal secolo VIII, ma non pare che fossero assegnati da principio a questa Vigilia. La diversità estrema dei più antichi documenti conosciuti impedisce di stabilire l’uso primitivo di tali versetti. Dobbiamo però riconoscere che l’Epistola della Messa di oggi si adatta alle circostanze in modo perfetto. La Chiesa ha veduto che, accostandoci a Maria, noi saremmo incapaci di esprimere un complimento degno e perciò Maria parla per prima, prevenendo ogni nostro desiderio.

Le parole che ci rivolge sono le parole della divina Sapienza della quale essa è la Madre e il Trono. Apriamo interamente lo spirito e il cuore, perché penetrino fino in fondo questi appelli di amore.

VANGELO (Lc 11,27-28). – In quel tempo: Mentre Gesù parlava alle turbe, una donna, alzando la voce in mezzo alla folla, gli disse: Beato il seno che t’ha portato, e il petto che hai succhiato. Ed egli aggiunse: Beati invece quelli che ascoltano la parola di Dio e la praticano.

È questo il Vangelo di tutte le Messe della Madonna, ma è stato introdotto nella Messa della Vigilia in modo singolare. Da principio era letto il giorno dell’Assunzione, subito dopo la scena di Marta e Maria, tolta essa pure dalla Messa delle Vergini, e l’aggiunta era delicata e suggestiva applicazione alla Madre di Dio dell’elogio fatto da Cristo alla vita contemplativa. In seguito questa finezza non fu più compresa e, istituita la Vigilia, l’ammirevole accostamento dei due quadri fu tolto, per riservare la pericope mariana alla Messa della Vigilia.

Tuttavia è evidente che si inquadra bene nella Messa, perché continua e sviluppa il tema fornito dall’Epistola. Qui però è la Sapienza Incarnata, il Figlio di Maria, che, con linguaggio misterioso, esalta le grandezze misteriose della Madre sua. Non è necessario ricordare la scena evangelica ben nota, per coglierne il significato profondo. Il Salvatore ci invita ad ammirare nella Madre perfetta, acclamata da un’umile donna, la disposizione di fede e di fedeltà, che fece di essa il docile strumento dei più alti disegni di Dio. La fede in Essa non ha soltanto trasportato le montagne: ha generato un Dio. Solo l’umile e obbediente ancella del Signore poteva cooperare a questo fatto, che è la meraviglia di tutta la creazione.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 968-970

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