Lo sai che non c’è cosa più utile e necessaria della Bellezza?

Si dice che la Bellezza renderebbe indifferenti alle questioni più importanti e toglierebbe valore alle cose su cui si dovrebbe, invece, rivolgere più attenzione.

Ma non è così. La Bellezza –quando è vera- è strettamente legata ai concetti di giustizia e di moralità. Cosa fa il Bello? Dà espressione ad un concetto astratto, rendendolo percepibile ai sensi. Quando si osserva la Bellezza, la percezione si amplia e si viene distolti dalle preoccupazioni individuali. Ma non solo. L’attenzione tende a rivolgersi verso l’esterno (altro che egoismo!), verso gli altri esseri umani; e così la contemplazione della Bellezza diviene anche contemplazione di una Bellezza “etica”. O, per dirla più precisamente, di una Bellezza con implicazioni etiche, cioè con implicazioni nel comportamento morale di chi la esperimenta e di chi la gusta.

La Scolastica (cioè il vertice della filosofia cristiana) ha sempre tenuto fermo sul binomio verità-bellezza. Se non altro per il fatto che l’artista debba comunque sottostare ad un giudizio morale. Ora, cosa c’è di più utile della verità? E cosa c’è di più “impegnato” e “socialmente importante” se non la ricerca e l’applicazione della verità? L’intelligibilità (cioè la possibilità, anche se solo parziale, di esser conosciuto) è una delle proprietà trascendentali dell’essere. E tra queste vi è anche il Bello.  La vera bellezza non chiude le porte all’altro, ma il contrario: dispone all’altro, perché ancorata ad un “centro”. Quel famoso “centro” di cui, per una certa arte moderna e contemporanea, Hans Sedlmayr ne lamentò la perdita.

Certo, non basta parlare semplicemente di “Bellezza”, ma occorre indicare quale “Bellezza”. Infatti, l’arte e l’estetica moderne –in parte- e quelle postmoderne –totalmente- si sono allontanate da questa prospettiva e perciò hanno considerato il Bello come fine a se stesso: una sorta di cellula chiusa non comunicante con altro e che troverebbe, inevitabilmente, il fondamento estetico in se stessa. Ed è su questa –solo su questa- convinzione che è potuta sorgere l’idea secondo cui la Bellezza sarebbe inutile; e che sarebbe egoista chi la studiasse e chi la ricercasse.

Ma c’è ancora un altro punto. Chi dice che la Bellezza e le opere d’arte siano inutili non si rende conto che già una convinzione di questo tipo (cioè che l’arte è inutile) dimostra quanto l’uomo ragioni, quanto sappia distinguere ciò che utile da ciò che è inutile, quanto sia diverso dalle bestie che vivono solo assecondando i propri istinti. L’animale non ha bisogno di contemplare la Bellezza. L’animale non sa distinguere il bello dal brutto, perché non sa distinguere il bene dal male. L’uomo, contemplando la Bellezza, affina la sua sensibilità. Capisce, cioè, che il suo destino non è solo nel tempo, in ciò che si dissolve irrimediabilmente. La contemplazione della Bellezza rende misteriosamente consapevoli di portare un desiderio di eternità e, grazie a questo desiderio, di riconoscere che la propria natura non è solo “animale”.

Insomma, l’uomo ha bisogno della Bellezza, non ne può fare a meno. La sua natura, che non è solo corporea, ma anche spirituale, esige che si appassioni a ciò che è bello e non solo a ciò che utile. Se l’uomo si potesse soddisfare solo con ciò che riempie il ventre, la questione non si porrebbe. Ma l’uomo è un mistero alto. L’uomo, prima ancora di soddisfare il corpo, è chiamato ad una soddisfazione più alta. Egli si accorge che non c’è nulla di più conveniente che contemplare la Bellezza. Dice Leopardi nello Zibaldone: “La convenienza al suo fine è quello in cui consiste la bellezza di tutte le cose, e fuor della quale nessuna cosa è bella.”

Contemplare la Bellezza ha una sua convenienza. “Convenienza” viene da “convenire”, che significa “convergere”. La contemplazione della Bellezza genera una convergenza di stati d’animo che si finalizzano nella piena realizzazione del proprio esistere.

Dio è Verità, Bontà e bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri


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