L’uomo di oggi e il ridicolo paradosso di “rinunciare a vivere… per paura di morire”

La vita di tutti i giorni si sta un po’ paralizzando in tutta Italia. Con conseguenze economiche di non poco conto. Il tutto in una situazione che è poco chiara. Da una parte un allarmismo dovuto al fatto (come ci spiegano) che questa sindrome influenzale da Covid-19 avrebbe un tasso di letalità molto basso e che la maggioranza degli infettati non avvertirebbero nessun sintomo… o quasi; dall’altra il timore (che sembra fondato) per il fatto che la mancanza di anticorpi potrebbe richiedere un ospedalizzazione di troppe persone mandando in collasso il sistema sanitario.

Insomma, non si capisce un granché.

Ci sono alcuni quotidiani, in particolar modo “Libero”, che si stanno distinguendo in queste ore invitando ad una sdrammatizzazione del fenomeno. Proprio ieri il giornalista Vittorio Feltri, intervistato, ha detto che per quanto preoccupante possa essere questo virus, non si tratta certo della bomba atomica. E questa mattina sullo stesso giornale si scrive “non si può smettere di vivere… per paura di morire“.

Ecco: c’è una riflessione da fare proprio su queste parole. Infatti, al di là o meno della condivisione, queste parole centrano una questione seria.

Oggi l’uomo ha una fragilità consistente che lo perseguita e l’ossessiona: la paura di morire.

E’ ovvio che tale paura è connaturata nell’uomo e nessuno può stoltamente affermare di sentirsene fuori. D’altronde Gesù stesso (vero Dio e vero uomo) ha avuto paura di morire nel Getsemani.

Ma qui non si tratta della paura naturale e ineliminabile, che possiamo definire “fisiologica” nello statuto creaturale umano. Qui si tratta invece di una paura “patologica”, cioè di una fobia che condiziona e paralizza.

Perché? Il motivo è più semplice di quanto possiamo immaginare e in un certo senso non sorprende affatto. Anzi.

Si tratta dell’impossibilità dell’uomo di oggi di poter dare una risposta al suo vivere. L’ateismo pratico di cui ormai siamo tutti “ubriachi”, ovvero il nostro vivere come se Dio non ci fosse, pur non arrivando all’estremo di negare teoreticamente Dio, ha fatto sì che la vita rimanesse senza quella “consistenza” capace di reggerla.

Un sacco se non è pieno, inevitabilmente si affloscia. E così è anche la vita di ognuno di noi.

L’uomo ha bisogno di riempire il proprio esistere. Ma se pretende di farlo con le cose di tutti i giorni, con l’ordinario (anche se costituito da grandi ambizioni), quando questo stesso ordinario viene minacciato da ciò che è altrettanto ordinario (la fragilità della salute fisica), si crea un tilt distruttivo e devastante.

La questione invece è che non basta riempire il sacco. Bisogna anche riempirlo di ciò che è vero. E ciò che è vero nel tempo, non è il tempo stesso con la sua precarietà e la sua vulnerabilità. E’ l’eterno!

La paura di morire, quando non c’è una ragione che sostanzi il mutare del tempo, smette di essere controllabile e diviene una scheggia incontrollabile.

Diviene la propria condanna.

Diviene la propria paralisi.

Diviene perfino il ridicolo paradosso di “rinunciare a vivere… per paura di morire”.

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