L’uomo ha il dovere del coraggio… e la religione del vero coraggio è proprio il Cristianesimo!

Scrive il primo libro di Samuele: “I deboli sono rivestiti di vigore./(…)/Dalla polvere egli solleva il misero./ Innalza il povero dalle immondizie,/ per farli sedere con i capi del popolo,/ e assegnar loro un seggio di gloria.”

Il coraggio solitamente fa parte del temperamento. Ci sono uomini a cui il coraggio viene fuori spontaneamente; ce ne sono altri in cui altrettanto spontaneamente vien fuori la paura. Questo nella natura ferita. Ora –si sa- la natura ha la sua importanza e si sa anche che la Grazia può perfezionare ma non certo annullare la natura stessa.

Un conto è la natura, altra è la natura ferita dal peccato originale. Ebbene il Dio dell’Antico Testamento, ovvero il Dio cristiano (essendo quello dell’Antica Alleanza lo stesso della Nuova) promette che i deboli possano essere “rivestiti di vigore”. Ma qual è la condizione perché questo avvenga? Che si sia “poveri”. Il testo dice infatti: “Innalza il povero dalle immondizie.”

Ora –chiediamoci- cosa vuol dire essere povero nel linguaggio biblico? Non certamente non avere nulla o avere poco materialmente (anche questo, ma non solo), piuttosto capire che la ricchezza non è nel proprio essere, ma nell’appartenenza a Qualcun altro. Cioè a Dio.

Mentre il “ricco” –biblicamente- è colui che si sente tanto ricco di sé da illudersi di non aver bisogno di Dio; il “povero” è invece chi si scopre limitato e capisce che deve chiedere aiuto, che non può vivere se non con Dio …che tutta la sua ricchezza è nell’appartenenza a Dio. San Pio da Pietrelcina amava dire: “Chi ha Dio, ha tutto!”, il che –ovviamente- vuol dire che chi non ha Dio, non ha nulla.

Tornando però alla questione del coraggio, bisogna ben capire perché il bisogno di Dio sarebbe capace di trasformare e di conferire il vero coraggio; e invece quando questo bisogno non c’è, si rischia seriamente di affogare nella viltà.

E’ presto detto. Vivere capendo della necessità di Dio, e quindi che senza Dio non si è nulla, apre a due prospettive importanti: da una parte la necessità di sostituire la propria volontà con quella di Dio; dall’altra la dimensione dell’offerta di sé e quindi il liberarsi da qualsiasi istinto egoistico.

La necessità di sostituire la propria volontà con quella di Dio 

Iniziamo con la prima: la necessità di sostituire la propria volontà con quella di Dio; ovvero agire come Dio vuole e non come vuole il proprio ‘io’.

Ai Galati san Paolo (2, 20) lo dice molto chiaramente: “Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me.” D’altronde c’è una logica: se io non basto a me stesso, se io mi scopro talmente “povero” da aver necessariamente bisogno di Dio, allora non può il mio pensiero divenire il criterio di giudizio della mia vita. Sarebbe assurdo se così fosse. Dovrò sempre conoscere i criteri per la mia vita in Dio e nella sua volontà. Ora, non c’è atto più coraggioso che decidere di dominare talmente se stesso da – liberamente – scegliere che il criterio di un altro (in questo caso di Dio) diventi il proprio criterio.

Ci sono tante interpretazioni del passaggio evangelico nel quale Gesù afferma che il Regno dei Cieli patisce violenza e solo i violenti potranno ereditarlo (Matteo 11,12). E’ innegabile però che l’interpretazione più convincente sia quella che afferma che l’uomo potrà guadagnare il Paradiso nel momento in cui saprà “violentare” se stesso. Diciamocelo francamente: è molto più difficile (e anche più coraggioso) lottare contro se stessi che contro gli altri.

La dimensione dell’offerta di sé 

Veniamo alla seconda prospettiva aperta dalla consapevolezza della necessità di Dio. Ovvero: la dimensione dell’offerta di sé.

Il sacrificio di sé può essere l’esito di due convinzioni: o sacrificarsi per il gusto di sacrificarsi, ben sapendo che non sarà possibile alcuna ricompensa eterna; o invece sacrificarsi per un fine che trascende il sacrificio stesso: una ricompensa successiva o l’amore verso qualcuno.

Nel primo caso il sacrificio si connota come una vera e propria patologia, perché si configura come un atto che non ha nulla di umano. Sacrificarsi per il gusto di sacrificarsi sa di masochismo. In una situazione di questo tipo non ha senso parlare di coraggio, perché il coraggio può esserci nella valutazione del pericolo e nella constatazione che in un gesto si va a rischiare ciò a cui si tiene, per esempio la vita.

Nel secondo caso, invece, il sacrificio si manifesta come un gesto davvero umano. Il sacrificio, in un certo senso, non è amato di per sé; bensì per il suo significato e la sua finalizzazione. Ci si sacrifica per qualcosa che ancora non si possiede, ma che si ritiene indispensabile per la propria vita (una ricompensa successiva) e ci si sacrifica anche per l’amore verso qualcuno, nella convinzione di aver bisogno di un “tu” per accompagnare il proprio “io”.

Solo in questa seconda prospettiva è possibile il coraggio, perché il sacrificio non presuppone la svalutazione (anzi) di ciò che si va a rischiare (per esempio la propria vita): si continua ad amare il bene che si rischia, ma lo si offre per un bene superiore. Il coraggio, infatti, si misura dalla capacità di rischiare ciò che si valuta importante non ciò che non si valuta tale.

Questa seconda possibilità si amplifica nel Cristianesimo, laddove l’amore per la propria vita ha un senso riconosciuto, e laddove ciò che si guadagna con il sacrificio ha proporzioni enormi: la conquista di una vita eternamente felice e l’amore a Dio, unica vera Fonte di questa felicità.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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