Messe di Natale: della mezzanotte, dell’aurora e del giorno (liturgia)

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 125-128

MESSA DELLA MEZZANOTTE

È tempo, ora, di offrire il grande Sacrificio, e di chiamare l’Emmanuele: egli solo può soddisfare degnamente verso il Padre suo il debito di riconoscenza del genere umano. Sul nostro altare, come nel Presepio, egli intercederà per noi; ci avvicineremo a lui con amore, ed egli si donerà a noi.

Ma tale è la grandezza del Mistero di questo giorno, che la Chiesa non si limiterà ad offrire un solo Sacrificio. L’arrivo di un dono così prezioso e così lungamente atteso merita di essere riconosciuto con nuovi omaggi. Dio Padre da il proprio Figlio alla terra; lo Spirito d’amore opera questa meraviglia. È giusto che la terra ricambi alla gloriosa Trinità l’omaggio d’un tale Sacrificio [1].

Inoltre, Colui che nasce oggi non si è forse manifestato in tre Nascite? Egli nasce, questa notte, dalla Vergine benedetta; nascerà, con la sua grazia, nei cuori dei pastori che sono le primizie di tutta la cristianità; nascerà eternamente dal seno del Padre suo, nello splendore dei Santi: questa triplice nascita deve essere onorata con un triplice omaggio.

La prima Messa onora la Nascita secondo la carne. Le tre Nascite sono altrettante effusioni della luce divina; orbene, ecco l’ora in cui il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce, e in cui il giorno si è levato su quelli che abitavano nelle tenebre e nell’ombra di morte. Fuori del sacro tempio che ci raccoglie, la notte è profonda: notte materiale per la mancanza del sole; notte spirituale, a causa dei peccati degli uomini che dormono nella lontananza di Dio, o vegliano per il peccato. A Betlemme, attorno alla stalla e nella città, è buio; e gli uomini che non hanno trovato posto per l’ospite divino, riposano in una vile pace; ma non saranno risvegliati affatto dal concerto degli Angeli.

Ed ecco che a mezzanotte, la Vergine ha sentito che è giunto il momento supremo. Il suo cuore materno è d’un tratto inondato da delizie mai fino allora conosciute; si fonde nell’estasi dell’amore. D’improvviso, varcando con la sua onnipotenza le barriere del seno materno, come penetrerà un giorno la pietra del sepolcro, il Figlio di Dio, Figlio di Maria, appare disteso sul suolo sotto gli occhi della madre, verso la quale tende le braccia. Il raggio del sole non traversa più velocemente il puro cristallo che non potrebbe fermarlo. La Vergine Madre adora il Figlio divino che le sorride, non osa stringerselo al cuore, lo avvolge nelle fasce che ha preparate, lo pone nella mangiatoia. Il fedele Giuseppe adora insieme con lei; i santi Angeli, secondo la profezie di Davide, rendono i loro profondi omaggi al Creatore, in quel momento del suo ingresso sulla terra. Il cielo è aperto sopra la stalla, e i primi voti del Dio neonato salgono verso il Padre dei secoli; le sue prime grida, i suoi dolci vagiti giungono all’orecchio di Dio offeso, e preparano già la salvezza del mondo.

Nello stesso istante la bellezza del Sacrificio attira tutti gli sguardi dei fedeli verso l’altare. Il coro canta il cantico di entrata, l’Introito. È Dio stesso che parla; parla al suo Figliuolo che ha generato oggi. Invano le genti fremeranno nell’impazienza del suo giogo; questo bambino le domerà e regnerà perché è il Figlio di Dio.

Il Signore m’ha detto : Tu sei il mio Figliuolo ; oggi ti ho generato

Il canto del Kyrie eleison fa da preludio all’Inno Angelico, che risuona presto con le sublimi parole: Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis! Uniamo le nostre voci e i nostri cuori all’ineffabile concerto della milizia celeste. Gloria a Dio, pace agli uomini! Gli Angeli, fratelli nostri, hanno intonato questo cantico; sono qui attorno all’altare, come attorno alla mangiatoia, e cantano la nostra felicità. Adorano la giustizia che non ha dato un redentore ai loro fratelli decaduti, e che ci manda per Liberatore il Figlio stesso di Dio. Glorificano l’abbassamento così pieno d’amore di colui che ha fatto l’Angelo e l’uomo, e che si china verso ciò che vi è di più debole. Ci prestano le loro voci per rendere grazie a Colui che, mediante un così dolce e così potente mistero, chiama noi, umili creature, a occupare un giorno nei cori angelici i posti lasciati vuoti dalla caduta degli spiriti ribelli. Angeli e mortali, Chiesa del cielo e Chiesa della terra, cantiamo la gloria di Dio, la pace data agli uomini; e più il Figlio dell’Eterno si umilia per recarci beni così celesti, più ardentemente dobbiamo cantare in una sola voce: Solus Sanctus, solus Dominus, solus Altissimus, Iesu Christe! – Solo Santo, solo Signore, solo Altissimo, Gesù Cristo!

EPISTOLA (Tt 2,11-15)

Apparve la grazia di Dio nostro Salvatore a tutti gli uomini, e ci ha insegnato a rinunziare all’empietà ed ai mondani desideri, per vivere con temperanza e giustizia e pietà in questo mondo, attendendo la beata speranza, la manifestazione gloriosa del gran Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, il quale diede se stesso per noi, affine di riscattare da ogni iniquità e purificarsi un popolo tutto suo, zelatore di opere buone. Così parla ed esorta in Gesù Cristo Signor nostro.

È dunque finalmente apparso, nella sua grazia e nella sua misericordia, il Dio Salvatore, il solo che potesse sottrarci alle opere della morte, e ridarci la vita. Egli si mostra a tutti gli uomini, in questo stesso istante, nell’angusto sito della mangiatoia, e sotto le fasce dell’infanzia. Eccola, la beatitudine che aspettavamo dalla visita di un Dio sulla terra. Purifichiamo i nostri cuori, rendiamoli accetti agli occhi suoi: perché se è un bambino, l’Apostolo ci ha detto or ora che è anche il gran Dio, il Signore la cui nascita eterna è prima di ogni tempo. Cantiamo la sua gloria con i santi Angeli e con la santa Chiesa.

VANGELO (Lc 2,1-14)

In quel tempo uscì un editto di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’impero. Questo primo censimento fu fatto mentre Cirino era preside della Siria. E andavano tutti a farsi scrivere, ciascuno alla sua città. Anche Giuseppe andò da Nazaret di Galilea alla città di David, chiamata Betlem, in Giudea, essendo della casa e della famiglia di David, a dare il nome con Maria sua sposa che era incinta. E avvenne che mentre quivi si trovavano, per lei si compì il tempo del parto; e partorì il Figlio suo primogenito, lo fasciò e lo pose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. Or nelle vicinanze v’erano dei pastori che stavano desti a far la guardia notturna al loro gregge. Ed ecco presentarsi ad essi un Angelo del Signore, e la luce di Dio rifulse su di loro, e sbigottirono dal gran timore. Ma l’Angelo disse loro: Non temete, ecco vi reco l’annunzio di una grande allegrezza che sarà per tutto il popolo: Oggi, nella città di David, vi è nato il Salvatore, che è Cristo, il Signore. E lo riconoscerete da questo: troverete un bambino avvolto in fasce, a giacere in una mangiatoia. E subito si raccolse intorno all’Angelo una schiera della milizia celeste che lodava Dio, dicendo: Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà.

Anche noi, o divino Bambino, uniamo le nostre voci a quelle degli Angeli, e cantiamo: Gloria a Dio, pace agli uomini. L’ineffabile racconto della tua nascita ci intenerisce il cuore e ci strappa le lacrime. Ti abbiamo accompagnato nel viaggio da Nazareth a Betlemme, abbiamo seguito tutti i passi di Maria e Giuseppe, durante la strada che hanno percorsa; abbiamo vegliato in questa santa notte, aspettando l’istante beato che ti mostra ai nostri sguardi. Sii lodato, o Gesù, per tanta misericordia; sii amato, per tanto amore! I nostri occhi non possono distaccarsi dalla mangiatoia beata che racchiude la nostra salvezza. Ti ci abbiamo riconosciuto quale ti hanno descritto alle nostre speranze i santi Profeti, di cui la tua Chiesa ci ha posto nuovamente sotto gli occhi, questa notte stessa, i divini oracoli. Tu sei il gran Dio, il Re pacifico, lo Sposo celeste delle anime nostre; sei la nostra Pace, il nostro Salvatore, il nostro Pane di vita. Che cosa ti offriremo in quest’ora, se non quella buona volontà che ci raccomandano i tuoi santi Angeli? Formala dunque in noi; nutrila, affinché meritiamo di diventare tuoi fratelli per la grazia, come lo siamo ormai per la natura umana. Ma tu fai ancora di più in questo mistero, o Verbo incarnato! Ci rendi in esso – come dice il Tuo Apostolo – partecipi di quella natura divina che il tuo abbassamento non ti ha fatto perdere. Nell’ordine della creazione, ci hai posti al disotto degli Angeli; nella tua incarnazione, ci fai eredi di Dio, e coeredi tuoi. Che i nostri peccati e le nostre debolezze non ci facciano dunque scendere dalle altezze alle quali ci elevi oggi.

Dopo il Vangelo, la Chiesa canta piena di esultanza il glorioso Simbolo della fede, nel quale sono narrati tutti i misteri dell’Uomo-Dio. Alle parole: Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine ET HOMO FACTUS EST, adorate profondamente il gran Dio che ha assunto la forma della sua creatura, e rendetegli con i vostri umili omaggi quella gloria di cui egli si è privato per voi. Nelle tre Messe di oggi, quando il coro è giunto a queste parole nel canto del Credo, il Sacerdote si alza dal seggio, e viene a render gloria, in ginocchio, ai piedi dell’altare. Unite in quell’istante le vostre adorazioni a quelle di tutta la Chiesa, rappresentata da colui che offre il Sacrificio.

PREGHIAMO

(Messa prima a mezzanotte). O Dio, che hai rischiarato questa sacratissima notte con gli splendori di Colui che è la vera luce, concedici di godere pienamente in cielo la luce che ora è velata nell’umanità di Cristo.


[1] Il Sacramentario gelasiano e quello gregoriano fanno menzione delle tre messe di Natale. Ma all’inizio del V secolo, non vi era che una sola messa, quella del giorno, che si celebrava a S. Pietro. L’istituzione della messa di mezzanotte data dalla fine del V secolo.

MESSA DELL’AURORA

Terminato l’Ufficio delle Laudi, i cantici di gioia con i quali la Chiesa ringrazia il Padre dei secoli per aver fatto spuntare il suo Sole di giustizia sono finiti: è tempo di offrire il secondo Sacrificio, il Sacrificio dell’aurora. La santa Chiesa ha glorificato, con la prima Messa, la nascita temporale del Verbo, secondo la carne; ora onorerà una seconda nascita dello stesso Figlio di Dio, nascita di grazia e di misericordia, quella che si compie nel cuore del cristiano fedele.

Ecco che, in questo stesso istante, i pastori invitati dagli Angeli arrivano frettolosi a Betlemme; si stringono nella stalla troppo angusta per contenere la loro folla. Docili all’avvertimento del cielo, sono venuti a riconoscere il Salvatore la cui nascita fu loro annunziata. Trovano tutto come gli Angeli avevano annunciato. Chi potrebbe descrivere la gioia del loro cuore, la semplicità della loro fede? Non stupiscono di trovare, sotto le sembianze d’una povertà simile alla loro, Colui la cui nascita commuove gli Angeli stessi. I loro cuori hanno compreso tutto; adorano, amano quel bambino. Sono già cristiani: la Chiesa cristiana comincia in essi; il mistero d’un Dio che si è umiliato è ricevuto nei cuori umili. Erode cercherà di far morire il Bambino, la Sinagoga fremerà, i suoi dottori si leveranno contro Dio e contro il suo Cristo, manderanno a morte il liberatore d’Israele; ma la fede rimarrà ferma e incrollabile nell’anima dei pastori, nell’attesa che i sapienti e i potenti si prostrino a loro volta davanti al presepio e alla croce.

Che cos’è dunque avvenuto nel cuore di quegli uomini semplici? Vi è nato il Cristo, e vi abita ormai con la fede e l’amore. Sono i nostri padri nella Chiesa; e tocca a noi imitarli. Chiamiamo dunque a nostra volta il divino Bambino nelle anime nostre; facciamogli posto, e nulla gli arresti più l’entrata nei nostri cuori. È anche per noi che parlano gli Angeli, è a noi che annunciano la lieta novella; il beneficio non deve fermarsi ai soli abitanti delle campagne di Betlemme. Ora, per onorare il mistero della silenziosa venuta del Salvatore nelle anime, il Sacerdote salirà nuovamente l’altare, e presenterà per la seconda volta l’Agnello senza macchia agli sguardi del Padre celeste che lo manda.

Che i nostri occhi siano dunque fissi sull’altare, come quelli dei pastori sulla mangiatoia; cerchiamovi, come essi, il neonato Bambino, avvolto nelle fasce. Entrando nella stalla, essi ignoravano ancora Colui che avrebbero visto; ma i loro cuori erano preparati. D’un tratto lo vedono, e i loro occhi si arrestano su quel Sole divino. Gesù dalla mangiatoia, manda loro uno sguardo d’amore; essi sono illuminati, e la luce risplende nei loro cuori. Meritiamo che si compiano anche in noi le parole del principe degli Apostoli: “La luce risplende nel luogo oscuro, finché non brilli il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2Pt 1,19).

Siamo arrivati a questa aurora benedetta; è apparso il divino Oriente che aspettavamo, e non tramonterà più sulla nostra vita: d’ora in poi vogliamo temere soprattutto la notte del peccato da cui egli ci libera. Siamo figli della luce e i figli del giorno (1Ts 5,5), non conosceremo più il sonno della morte; ma veglieremo si ricordandoci che i pastori vegliavano quando l’Angelo parlò loro, e il cielo si aprì sul loro capo. Tutti i canti della Messa dell’aurora ci narreranno ancora lo splendore del Sole di giustizia; gustiamoli come prigionieri per lungo tempo rinchiusi in un Carcere tenebroso ai cui occhi una dolce luce ridarà la vista. Il Dio della luce risplende dentro la mangiatoia; i suoi raggi divini abbelliscono ancora i dolci lineamenti della Vergine Madre che lo contempla con tanto amore; il volto venerabile di Giuseppe ne riceve un nuovo splendore. Ma sono raggi che non si fermano nello stretto recinto della grotta. Se lasciano nelle meritate tenebre l’ingrata Betlemme, si lanciano però attraverso il mondo intero, e accendono in milioni di cuori un amore ineffabile per quella Luce che viene dall’alto, che strappa l’uomo ai suoi errori e alle sue passioni e lo eleva verso il fine sublime per il quale è stato creato.

Ora la santa Chiesa, in mezzo a tutti questi misteri del Dio incarnato, ci presenta, nel seno stesso dell’umanità, un altro oggetto d’ammirazione e di letizia. Al ricordo così caro e glorioso della nascita dell’Emmanuele essa unisce, in questo Sacrificio dell’Aurora, la memoria solenne d’una di quelle anime coraggiose che hanno saputo conservare la Luce di Cristo, a dispetto di tutti gli assalti delle tenebre. Essa onora, in questa stessa ora, sant’Anastasia che, nel giorno della nascita del Redentore, nacque alla vita celeste, mediante la croce e la sofferenza [1].

EPISTOLA (Tt 3,4-7)

Carissimo: apparve la benignità e l’amore per l’uomo del Salvatore Dio nostro ; non per le opere di giustizia fatte da noi, ma per la sua misericordia, ci ha salvati mediante il lavacro di rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, che egli copiosamente ha effuso su noi per Gesù Cristo Salvatore nostro, affinché giustificati per la grazia di lui, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna: in Gesù Cristo Signor nostro.

Il Sole che si è levato su di noi, è un Dio Salvatore, in tutta la sua misericordia. Noi eravamo lontani da Dio, nelle ombre della morte; è stato necessario che i raggi divini scendessero fino al fondo dell’abisso in cui il peccato ci aveva precipitati; ed ecco che ne usciamo rigenerati, giustificati, eredi della vita eterna. Chi ci separerà ora dall’amore di questo Bambino? Vorremmo forse rendere inutili le meraviglie d’un amore così generoso e ridiventare ancora gli schiavi delle tenebre della morte? Conserviamo piuttosto la speranza della vita eterna, alla quale questi alti misteri ci hanno iniziati.

VANGELO (Lc 2,15-20)

In quel tempo: i pastori presero a dire tra loro: Andiamo fino a Betlem a vedere quanto è accaduto riguardo a quello che il Signore ci ha manifestato. E in fretta andarono, e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino giacente nella mangiatoia. E, vedendolo, si persuasero di quanto loro era stato detto di quel bambino. Quanti ne sentirono parlare si maravigliarono delle cose loro dette dai pastori. Maria poi conservava nella mente tutte queste cose, e le meditava nel suo cuore. E i pastori se ne ritornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, Secondo quello che era stato loro detto.

Imitiamo la sollecitudine dei pastori nel visitare il Neonato. Hanno appena sentito le parole dell’Angelo che partono senza frapporre indugi, e si recano alla stalla. Giunti davanti al Bambino, i loro cuori già preparati lo riconoscono; e Gesù, con la sua grazia, nasce in essi. Gioiscono di essere piccoli e poveri come lui, sentono che ormai sono uniti a lui, e tutta la loro condotta renderà testimonianza del cambiamento che si è operato nella loro vita. Infatti, essi non tacciono, parlano del Bambino, se ne fanno gli apostoli; e la loro parola rapisce d’ammirazione quelli che li sentono. Glorifichiamo con essi il gran Dio che, non contento di chiamarci alla sua mirabile luce, ne ha posto il focolaio nel nostro cuore, unendosi ad esso. Conserviamo caramente in noi il ricordo dei misteri di questa grande notte, dietro l’esempio di Maria, che medita senza posa nel suo Cuore santissimo i semplici e sublimi eventi che si compiono per essa e in essa.

Terminato il secondo Sacrificio, e celebrata la Nascita di grazia con questa nuova offerta della vittima immortale, i fedeli escono dalla chiesa, e vanno a ristorare le proprie forze con il sonno, aspettando la celebrazione del terzo Sacrificio.

La Vergine Maria

Nella stalla di Betlemme, Maria e Giuseppe vegliano presso la mangiatoia. La Vergine Madre prende rispettosamente fra le braccia il neonato e gli offre il seno. Il Figlio dell’Eterno, come un semplice mortale, si abbevera a quella sorgete della vita. Sant’Efrem cerca di iniziarci ai sentimenti che si agitano allora nell’anima di Maria, e ci traduce così il suo linguaggio: “Per quale favore ho io partorito Colui che essendo semplice si moltiplica dappertutto, Colui che stringo piccino fra le braccia e che è così grande, Colui che è tutto mio e che è pure tutto in ogni luogo? Il giorno in cui Gabriele scese verso la mia debolezza, da serva che ero divenni principessa. Tu Figlio del Re, facesti d’un tratto di me la figlia del Re eterno. Umile schiava della tua dignità, divenni la madre della tua umanità, o mio Signore e mio figlio! Di tutta la discendenza di David, sei venuto a scegliere questa povera giovanetta, l’hai portata alle altezze del cielo dove tu regni. Oh, quale visione! Un bambino più antico del mondo! Il suo sguardo cerca il cielo; le sue labbra non si aprono ma in quel silenzio egli conversa con Dio. Quell’occhio socchiuso non indica forse Colui la cui Provvidenza governa il mondo? E come oso dare il mio latte, a lui che è la sorgente di tutti gli esseri? Come offrirò il cibo, a lui che alimenta il mondo intero? Come potrò toccare quelle fasce che avvolgono Colui che è rivestito di luce?” (In Natale Domini, v, § 4).

San Giuseppe

Lo stesso santo Dottore del IV secolo ci mostra san Giuseppe che compie presso il divino Bambino i commoventi doveri del padre. Egli abbraccia – dice – il Neonato, gli prodiga le sue carezze, e sa che quel bambino è un Dio. Fuori di sé, esclama: “Donde mi viene tanto onore, che mi sia dato per figlio il Figlio stesso dell’Altissimo? O Piccino, io fui allarmato, lo confesso, nei riguardi di tua Madre: pensavo perfino ad allontanarmi da lei. L’ignoranza in cui mi trovavo circa il mistero era stata per me un’insidia. Nella tua Madre tuttavia abitava il tesoro nascosto che doveva fare di me il più ricco degli uomini. David, mio antenato, cinse il diadema regale, e io ero sceso fino al mestiere dell’artigiano; ma la corona che avevo perduta è ritornata a me, allorché, o Signore dei re, ti degni di riposare sul mio petto” (ivi, § 3).

In mezzo a questi sublimi colloqui, la luce del Neonato continua a riempire la grotta e ciò che la circonda; ma, partiti i pastori, sospesi i canti degli Angeli, è sceso il silenzio nel misterioso rifugio. Mentre riposiamo nel nostro letto, pensiamo al divino Bambino, e a questa prima notte che egli passa nella sua umile culla. Per conformarsi alle necessità della nostra natura, che ha adottata, egli chiude le tenere palpebre, e un sonno volontario viene ad assopire i suoi sensi; ma, durante quel sonno, il suo cuore veglia e si offre continuamente per noi. Talvolta sorride pure a Maria che tiene gli occhi fissi su di lui con un ineffabile amore; prega il Padre suo, e implora il perdono per gli uomini; e spia il loro orgoglio con la sua umiliazione; si mostra a noi come un modello dell’infanzia che dobbiamo imitare. Preghiamolo di farci partecipi delle grazie del suo sonno divino, affinché, dopo aver dormito nella pace, possiamo ridestarci nella sua grazia, e continuare con fermezza il nostro cammino nella via che ci resta da percorrere.

PREGHIAMO

(Seconda Messa all’aurora). Concedici, Dio onnipotente, che, come siamo inondati dalla nuova luce del tuo Verbo incarnato, così facciamo risplendere nelle nostre opere la luce della fede che ci brilla nell’anima.

[1] È nel V secolo che si introdusse una messa che aveva per oggetto di celebrare il Natale di sant’Anastasia, vergine e martire di Sirmio, il cui corpo era stato trasportato a Costantinopoli sotto il patriarca Gennadio (458-471) e deposto nella chiesa chiamata l’Anastasi. La somiglianza del nome fece scegliere a Roma, per la celebrazione di questa messa, il titulus Anastasiae, così chiamato dal nome della fondatrice della chiesa che era la chiesa parrocchiale della Corte. Sant’Anastasia fu inserita, alla fine del V secolo o all’inizio del VI, nel Canone della Messa. Contemporaneamente si formò la leggenda d’una sant’Anastasia romana, ma che aveva subito il martirio a Sirmio. Quando la festa di Natale acquistò maggiore solennità, la devozione alla Santa diminuì: al posto della messa in suo onore non si ebbe più che una memoria della martire, e la messa fu consacrata a onorare la nascita spirituale del Salvatore nelle anime.

MESSA DEL GIORNO

Il mistero che la Chiesa onora in questa terza Messa è la nascita eterna del Figlio di Dio nel seno del Padre suo. Essa ha celebrato, a mezzanotte, il Dio-Uomo che nasceva dal seno della Vergine in una stalla; all’aurora, il divino Bambino che nasceva nel cuore dei pastori; le rimane da contemplare ora una nascita molto più meravigliosa delle altre due, una nascita la cui luce abbaglia gli sguardi degli Angeli, e che è essa stessa la testimonianza eterna della sublime fecondità del nostro Dio. Il Figlio di Maria è anche il Figlio di Dio; il nostro dovere è proclamare oggi la gloria di questa ineffabile generazione che lo produce consustanziale al Padre, Dio da Dio, Luce da Luce. Eleviamo dunque i nostri sguardi fino al Verbo eterno che era al principio con Dio, e senza il quale Dio non è mai stato; perché egli è la forma della sua sostanza e lo splendore della sua eterna verità.

La santa Chiesa apre i canti del terzo Sacrificio con l’acclamazione al neonato Re, ne celebra il potente principato che egli detiene, in quanto Dio, prima di ogni tempo, e che riceverà, come uomo, per mezzo della Croce che un giorno deve gravare sulle sue spalle. Egli è l’Angelo del gran Consiglio, cioè l’inviato dal ciclo, per compiere il sublime disegno concepito dalla gloriosa Trinità, di salvare l’uomo mediante l’Incarnazione e la Redenzione. In questo augusto consiglio il Verbo ha avuto la sua divina parte; e la sua dedizione alla gloria del Padre, unita all’amore per gli uomini, gliene ha fatto assumere l’incarico.

Un bambino ci è nato, un Figlio ci è stato dato; egli porta sulle sue spalle il segno del suo principato, e sarà chiamato l’Angelo del gran Consiglio.

EPISTOLA (Ebr 1,1-12)

Dopo aver molte volte e in molte guise, anticamente, parlato ai padri per i profeti, in questi ultimi tempi Dio ci ha parlato per il Figliolo che Egli ha costituito erede di tutte quante le cose, per mezzo del quale fece anche i secoli. Il Figlio, essendo lo splendore della gloria, l’immagine della sostanza di Dio e tutto sostenendo con la parola sua potente, dopo averci purificati dai peccati, siede alla destra della Maestà divina nel più alto dei cieli, tanto più sublime degli Angeli, quanto è più eccellente del loro il nome che egli ebbe in retaggio. Infatti a quale degli Angeli disse mai Dio: Tu sei il mio Figliolo: oggi io ti ho generato? E di nuovo: Io gli sarò Padre, ed egli mi sarà Figlio? E ancora, quando introduce il Primogenito nel mondo, dice: E lo adorino tutti gli Angeli di Dio. Mentre invece parlando degli Angeli, dice: Egli fa suoi Angeli gli spiriti e suoi ministri i fuochi fiammanti. Ma il Figlio dice: Il tuo trono o Dio, è nei secoli dei secoli; scettro d’equità è lo scettro del tuo regno; tu hai amato la giustizia ed hai odiato l’iniquità: per questo, o Dio, il tuo Dio ti ha unto con olio di esultazione al di sopra dei tuoi consorti. E tu in principio, o Signore, fondasti la terra, e opera delle tue mani sono i cieli. Essi periranno, ma tu durerai e tutti invecchieranno come un vestito; li cambierai come un mantello e saranno mutati; ma tu rimani sempre lo stesso e gli anni tuoi non verranno meno.

Il grande Apostolo, in questo magnifico inizio della sua Epistola agli antichi fratelli della Sinagoga, mette in risalto la nascita eterna dell’Emmanuele. Mentre i nostri occhi sono teneramente fissi sul dolce Bambino del Presepio, egli ci invita ad alzarli fino alla Luce suprema, nel cui seno lo stesso Verbo che si degna di abitare la stalla di Betlemme sente l’eterno Padre che gli dice: Tu sei il mio Figliuolo, oggi ti ho generato; e questo oggi è il giorno della eternità, giorno senza sera né mattino, senza alba e senza tramonto. Se la natura umana che egli si degna di assumere nel tempo lo pone al disotto degli Angeli, la sua elevazione al disopra di essi è infinita per il titolo e la qualità di Figlio di Dio che gli appartengono per essenza. Egli è Dio, è il Signore, e nessun mutamento lo può toccare. Avvolto in fasce, appeso alla croce, morente nelle ambasce, secondo l’umanità, rimane impassibile e immortale nella sua divinità; perché ha una nascita eterna.

VANGELO (Gv 1,1-14)

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui, e senza di lui nessuna delle cose create è stata fatta. In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. E la luce splende fra le tenebre ma le tenebre non la compresero. Ci fu un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone, per attestare della luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. Era la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Era nel mondo e il mondo fu creato per mezzo di lui, ma il mondo non lo conobbe. Venne in casa sua ed i suoi non lo ricevettero. Ma a quanti lo accolsero, ai credenti nel suo nome, diede il diritto di diventare figli di Dio; i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomini ma da Dio sono nati. (Qui si genuflette) E IL VERBO SI È FATTO CARNE ED ABITÒ FRA NOI e noi abbiamo contemplata la sua gloria: gloria come d’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità.

Figlio eterno di Dio, davanti alla mangiatoia in cui ti degni di manifestarti oggi per amore nostro, noi confessiamo, nella più umile adorazione, la tua eternità, la tua onnipotenza, la tua divinità. Tu eri al principio, eri in Dio, ed eri tu stesso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo tuo, e noi siamo l’opera delle tue mani. O Luce infinita, o Sole di giustizia, noi non siamo che tenebre: illuminaci! Troppo a lungo abbiamo amato le tenebre, e non ti abbiamo compreso; perdonaci il nostro errore. Troppo a lungo hai bussato alla porta del nostro cuore, e non ti abbiamo aperto. Oggi almeno, grazie ai meravigliosi accorgimenti del tuo amore, ti abbiamo ricevuto; chi potrebbe infatti non riceverti, o divino Bambino, così dolce e cosi pieno di tenerezza? Ma rimani in noi; porta a compimento quella nuova nascita che hai preso in noi. Non vogliamo più essere né dal sangue, né dalla volontà della carne, né dalla volontà dell’uomo, ma da Dio, con te e in te. Tu ti sei fatto carne, o Verbo eterno, affinché fossimo noi stessi divinizzati. Sostieni la nostra debole natura che si sente venire meno davanti a così alto destino. Tu nasci dal Padre, nasci da Maria, e nasci nei nostri cuori; tre volte gloria a te per questa triplice nascita, o Figlio di Dio così misericordioso nella tua divinità, così divino nel tuo abbassamento!

* * *

Il grande giorno ha, terminato il suo corso, e si avvicina la notte durante la quale il sonno verrà a ristorare le sante fatiche che ci hanno causato le veglie della gloriosa Natività. Prima di andare a riposare, mandiamo un pio e religioso ricordo ai santi Martiri di cui la Chiesa ha rinnovato la memoria in questo giorno nel Martirologio. Diocleziano e i suoi colleghi nell’impero avevano appena pubblicato il famoso editto di persecuzione che dichiarava alla Chiesa la più sanguinosa guerra che essa abbia mai subita. L’editto affisso a Nicomedia, residenza dell’imperatore, era stato strappato da un cristiano che pagò tale atto di santa audacia con un glorioso martirio. I fedeli pronti alla lotta osarono sfidare la potenza imperiale, continuando a frequentare la loro chiesa condannata alla demolizione. Si era giunti al giorno di Natale. Essi si raccolsero in numero di parecchie migliaia nel sacro tempio per celebrarvi un’ultima volta la Nascita del Redentore. A quella notizia, Diocleziano inviò uno dei suoi ufficiali con l’ordine di chiudere le porte della chiesa, e di appiccare ai quattro angoli dell’edificio il fuoco che doveva distruggerla. Quando tutto fu disposto, squilli di tromba si udirono sotto le finestre della basilica, e i fedeli intesero la voce del banditore che annunciava, da parte dell’imperatore che quelli i quali volevano aver salva la vita potevano uscire, condizione di offrire l’incenso sull’altare di Giove eretto davanti alla porta della chiesa; diversamente, sarebbero stati tutti preda delle fiamme. Un cristiano rispose a nome della pia assemblea: “Siamo tutti cristiani; onoriamo Cristo come unico Dio e unico Re, e siamo pronti a sacrificargli la nostra vita in questo giorno”. A tale risposta i soldati ricevettero l’ordine di appiccare il fuoco. In pochi istanti la chiesa fu un immenso rogo, le cui fiamme salivano verso il cielo, inviando in olocausto al Figlio di Dio, che si era degnato in quel giorno di iniziare una vita umana, l’offerta generosa di quelle migliaia di vite che rendevano testimonianza alla sua venuta in questo mondo. Così fu glorificato, nell’anno 303, a Nicomedia, l’Emmanuele disceso dal cielo per abitare fra gli uomini. Uniamo, con la santa Chiesa l’omaggio dei nostri voti a quello di questi coraggiosi cristiani la cui memoria si conserverà, attraverso la sacra Liturgia, sino alla fine dei secoli.

Rivolgiamo ancora una volta i nostri pensieri e i nostri cuori alla fortunata stalla dove Maria e Giuseppe formarono l’augusta compagnia del divino Bambino. Adoriamo ancora il Neonato e chiediamogli la sua benedizione. San Bonaventura esprime, con una tenerezza degna della sua anima serafica, nelle sue Meditazioni sulla vita di Gesù Cristo, i sentimenti del cristiano chiamato presso la culla di Gesù che nasce: “E anche tu – egli dice – che hai tanto indugiato, piega il ginocchio, adora il Signore Dio tuo, venera la Madre sua e saluta con riverenza il santo vegliardo Giuseppe; quindi, bacia i piedi del Bambino Gesù, che giace nella mangiatoia, e prega la santa Vergine di dartelo o di permettere che tu lo prenda. Prendilo fra le braccia, stringilo e considera bene il suo amabile volto; bacialo con riverenza, e gioisci con lui. Questo puoi farlo, perché è verso i peccatori che egli è venuto, per recare la salvezza; e ha umilmente conversato con essi e infine si è dato in cibo. La sua benignità si lascerà pazientemente toccare, come tu vuoi, e non attribuirà ciò alla presunzione, ma all’amore”.

PREGHIAMO

(Terza Messa durante il giorno). Concedici, Dio onnipotente, che la nuova Nascita del tuo Unigenito nel mondo ci liberi dall’antica schiavitù che ci tiene sotto il giogo del peccato.


[1] Gli antichi documenti indicano la basilica di S. Pietro come luogo della Stazione. ma, a partire dal XII secolo si scelse S. Maria Maggiore “a motivo della brevità del giorno e della difficoltà del cammino”, dice l’Ordo Romanus.

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