Molti credono che il valore dei movimenti ecclesiali si misuri dai palazzetti dello sport pieni… ma non è così

Molti credono che il valore dei movimenti ecclesiali debba giudicarsi con parametri necessariamente quantitativi; che pure –ovviamente- hanno la loro importanza, ma solo se accompagnati dalla qualità. E così si pensa che molti di questi movimenti, che contano tanti adepti, diano necessariamente buoni frutti perché hanno tanto, perché traboccano di seguaci, perché riempiono le piazze e i palazzetti dello sport… anche se poi -si sa- i palazzetti dello sport li riempiono pure i Testimoni di Geova!

Nella sua famosa Teologia della perfezione cristiana, padre Antonio Royo Marin, citando la Scolastica spagnola della Scuola di Salamanca, dice che rende molta più gloria a Dio una sola vera conversione alla santità che non mille tiepide, o addirittura false, conversioni. Ecco le parole che riporta il Marin: “Piace di più a Dio e lo glorifica di più il predicatore e il maestro di vita spirituale che converte un solo peccatore e lo porta fino allo stato di perfezione che colui il quale converte molti, ma li lascia nella tiepidezza.”[1]

Ma è proprio vero questo? Leggiamo qualche citazione importante e capiremo.

Il Vangelo di Matteo al capitolo 7, versetti 15-20, racconta: “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ‘Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere’.” Gesù, dunque, parla non di molti frutti, bensì di frutti buoni, saporiti, gustosi, ottimi da mangiare, nutrienti. Non dice che bisogna giudicare gli alberi dalla ricchezza numerica dei frutti, bensì dalla loro bontà.

Certamente -come dicevamo prima- il dato quantitativo è importante e si sa bene, soprattutto relativamente agli ordini religiosi e alle vocazioni, ma va anche ricordato che il parametro quantitativo non va assolutizzato. Anzi, potrebbe anche essere fuorviante per quanto riguarda il giudizio da dare tanto ad alcuni movimenti ecclesiali. I “frutti” di cui parla Gesù non è la quantità, bensì la qualità della vita cristiana e della vita religiosa; e tale qualità si misura solo con la Vita di Grazia (dunque l’odio verso il peccato) e con la conformità piena alla Verità Cattolica nella sua integrità.

San Vincenzo de’ Paoli (1581-1660) così commenta le parole di Gesù: “Amiamo Dio, fratelli miei, amiamo Dio, che sia però a spese delle nostre braccia, che sia con il sudore dei nostri visi. Perché spessissimo, tanti atti di amore di Dio, di compiacenza, di benevolenza e altri simili affetti e pratiche di un cuore tenero, anche se buonissimi e molto desiderabili sono per lo meno molto sospetti se non si viene alla pratica dell’amore effettivo. «In questo, dice nostro Signore, è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto» (Gv 15,8). E a questo dobbiamo stare molto attenti; perché sono parecchi, per quanto ben composto sia il loro esteriore, e riempito di grandi sentimenti per Dio il loro interiore, a fermarsi qui. E quando vengono ai fatti e si trovano in occasioni di agire, vengono meno. Vanno fieri della loro immaginazione infervorata; si accontentano dei dolci colloqui che hanno con Dio nell’orazione; anzi ne parlano come angeli. Però, alla fine, se si tratta di lavorare per Dio, di soffrire, di mortificarsi, d’istruire i poveri, di andare a cercare la pecora smarrita, d’amare che manchi loro qualche cosa, di consentire alle malattie o a qualunque altra disgrazia, purtroppo! non c’è più nessuno, il loro coraggio vien meno. No, non ci inganniamo. Tutto il nostro compito consiste nel passare dalle parole ai fatti.”[2]

Sant’Agostino (354-430) tiene a sottolineare che l’ascolto senza il mettere in pratica non vale a nulla. Egli scrive: “Non ingannate voi stessi, fratelli miei, che pure siete venuti con desiderio ad ascoltare la parola; se non mettete in pratica ciò che avete ascoltato, smentite voi stessi. Considerate che, se è attraente l’ascoltare, quanto più il realizzare. Se non ascolti, se trascuri di ascoltare, non edifichi nulla. Se ascolti e non metti in pratica, metti mano ad una rovina…[3]

E allora rileggiamo ciò che dice la Scuola di Salamanca: “Piace di più a Dio e lo glorifica di più il predicatore e il maestro di vita spirituale che converte un solo peccatore e lo porta fino allo stato di perfezione che colui il quale converte molti, ma li lascia nella tiepidezza.”

Lo sapete perché? Perché –come dice san Tommaso- glorifica più Dio una sola anima in Grazia che non l’universo intero.

[1] Salmanticemses, De veritate, 5, 76, cit. A. Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Paoline, p.612.

[2] Vincenzo de’ Paoli, Colloqui spirituali ai Missionari, ed.1960, pp.905-907.

[3] Agostino di Ippona, Discorso 179, 8-9, PL 38, 970-971.

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