Nazionalizzare le autostrade vuol dire essere statalisti? Non ci sembra

In queste ore di dibattito su una possibile nazionalizzazione del sistema autostradale, ritorniamo ad offrire qualche riflessione nel merito.

Non sappiamo come la discussione andrà a finire e quale decisione si prenderà. Ma poi, ai fini di un giudizio complessivo, la cosa può interessarci relativamente.

Quello che invece a nostro parere va precisato è che i media stanno presentando la questione in maniera poco precisa. Ovvero che chi, nel caso specifico, è a favore della nazionalizzazione, sarebbe un incorreggibile statalista; chi invece desidera il mantenimento dell’attuale situazione, sarebbe un liberale che vuole tenere a bada una pericolosa ingerenza dello Stato.

In realtà, questo modo di presentare le cose non è esatto.

Come abbiamo già avuto modo di dire (clicca qui) bisogna distinguere i servizi. Ci sono servizi su cui è perfettamente lecito e anche opportuno salvaguardare un regime concorrenziale. Ci sono altri servizi che riguardano beni primari sui cui la salvaguardia di questo principio potrebbe anche essere opportuno, a patto però che si riuscisse a impedire che si trasformi in un nuovo e ben più pericoloso monopolio.

Qui -diciamolo francamente- per la dottrina sociale cattolica si pone un problema. Che forse ad un certo pensiero conservatore cattolico sfugge.

Di tutto possiamo essere accusati tranne che di essere progressisti. Fatta però questa premessa, ci sentiamo di dire che il vero spirito di sana conservazione e soprattutto il vero amore alla Tradizione e alla legge naturale dovrebbe spingere a non trascurare il dato storico. Non a caso -ci permettiamo questa digressione- filosoficamente -da un punto di vista cattolico- dopo san Tommaso ci mettiamo subito Giambattista Vico. Ma attenzione: il Vico vero, che va letto bene. Il Vico, la cui “sapienza storica”, permette di completare la metafisica di san Tommaso.

Dunque, dicevamo: la conoscenza della storia, non quella nozionistica, ma quella che la rende “tesoro” per la comprensione del presente, ci dice che la civiltà cristiana, ovvero quella civiltà in cui il giudizio cristiano si concretizzò in strutture politiche ed economiche, quella civiltà che certamente non fu la perfezione (che mai potrebbe esserci su questa terra) ma che fu esaltata da Leone XIII nell’Immortale Dei, fu una civiltà ben lontana da qualsiasi deriva liberista. Il lavoro non era una merce, bensì una proprietà; e ciò ch’era di interesse generale era nelle mani di un’istituzione non privata e privatistica come la Chiesa.

Poi, con la laicizzazione della politica, lo Stato (prima) e il Mercato (dopo) sono diventati la “nuova Chiesa”.

Il punto sta qui… e invitiamo tutti i cattolici a riflettere su questo.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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