Perché manca il lavoro? Noi abbiamo un’idea in proposito e ve la vogliamo dire…

I media stanno parlando del fatto che sempre più giovani italiani vanno all’estero per lavorare. L’Istituto “Giuseppe Toniolo” parla del 61% dei giovani italiani pronti ad espatriare pur di trovare qualcosa da fare. Nulla di nuovo sotto al sole del Bel Paese, è ovvio. Di trasmigrazioni per motivi di lavoro c’è ne sono state, eccome.

Eppure, una notizia come questa ci offre la possibilità di una riflessione. Una riflessione che verte su due punti. Il primo riguarda la necessità del lavoro, il secondo il perché non si faccia nulla a riguardo.

Sulla necessità del lavoro c’è poco da dire. Non intendiamo banalmente la necessità del lavoro per mangiare e per campare, bensì per vivere. Tra il vivere e il campare c’è una grande differenza. Campare è sostenersi, andare avanti; e avere il sostegno materiale, poco o molto, non ha importanza. Vivere è invece un’altra cosa, ha sì come presupposto il sostegno materiale, ma va oltre questo. Vivere è ordinare e orientare la propria vita. Vivere è far si che la progettualità, il sacrificio, la responsabilità modellino il proprio essere nel mondo, governino la giornata, muovano il comportamento. Ora, che il lavoro serva a questo è innegabile. Post-peccatum (cioè dopo il peccato originale) esso è necessario per “riscattare” l’errore, avendo l uomo perso il dono d’integrità. Ed ecco perché, senza il lavoro, l’uomo si bestializza; e ancor più si bestializza il giovane che, più dell’adulto, è tentato da istinti disgreganti.

Ma come si potrebbe -e passiamo alla seconda questione- risolvere il problema? La dottrina sociale cattolica muove da due principi fondamentali: il principio di sussidiarietà e il principio di solidarietà. Il primo legittima la libera iniziativa evitando derive di pianificazione statalista dell’economia, il secondo legittima l’intervento dello Stato qualora dovessero crearsi delle sacche di forte sperequazione o dovessero originarsi problemi che mettano  in pericolo il bene comune; il tutto per evitare una deriva liberista dell’economia. Insomma, il principio di sussidiarietà evita l’errore statalista, il principio di solidarietà quello liberista. Fatta questa premessa, è evidente che la mancanza di lavoro soprattutto nella fascia giovanile vada a colpire il bene comune, che nella sua accezione tradizionale non è la somma dei beni individuali, bensì le condizioni necessarie affinché ogni uomo possa raggiungere la sua piena realizzazione e il suo fine, che è prima di tutto  spirituale e poi materiale. Ora è ovvio che la mancanza di lavoro rovini i giovani, prima che materialmente, spiritualmente, rendendoli più vulnerabili a tentazioni sociali di vario tipo: criminalità, droga, dipendenze varie, depressione, ecc… Pertanto l’intervento dello Stato a riguardo non solo è possibile, ma è anche doveroso.

In conclusione una domanda sorge spontanea: perché si è arrivati a questo punto? Che siano i guasti del liberismo è difficile negarlo. Ma che ci sia anche dell’altro è lecito sospettarlo. Noi pensiamo che la Storia non sia solo quella dei puri fatti, è anche questa ovviamente; noi pensiamo che la Storia sia anche quella di ciò che è dietro i fatti. Molti potrebbero pensare che questa sia una posizione ingenua; se però ci dicessimo “agostiniani” forse temerebbero di definirci tali, per non riconoscersi ignoranti. Sant’Agostino inaugura la Teologia della Storia. La Storia è fatta dallo scontro tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, tra Dio e il suo avversario (il diavolo). E allora non ci vergogniamo di pensare che alla base di questo fenomeno della mancanza di lavoro non ci siano solo le cause prossime delle congiunture economiche,  ma anche le cause remote di un processo dissolutorio che mira alla distruzione antropologica, a creare cioè un uomo sempre più destrutturato, completamente istintivizzato… insomma bestializzato. Un uomo completamente alternativo a quello che la societas christiana ha generato.

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