Privatizzazioni sì, privatizzazioni no… che giudizio avere?

Dopo il crollo del Ponte Morandi è scoppiata una discussione serrata in merito alla privatizzazione di Autostrade per l’Italia.

Ci preme fare una premessa che è questa: non siamo sempre d’accordo sul fatto che ogni qual volta succede una tragedia si corra esclusivamente (non “anche” il che sarebbe più che giusto) alla ricerca spasmodica di responsabilità umane. Su questo, infatti, già abbiamo avuto modo di scrivere. Ci sembra un patetico tentativo di escludere l’imponderabile dalla vita trincerandosi dietro un’illusoria speranza che tutto sia sempre nelle mani dell’uomo, per cui il male, se accade, accadrebbe sempre per qualche errore avvenuto. Da qui l’illusione -appunto- che, evitato l’errore, si possa evitare la tragedia.

Detto questo, siamo però d’accordo che anche una ragionata e non isterica ricerca di eventuali responsabilità sia non solo opportuna ma doverosa. Soprattutto se consideriamo che ci sono ponti costruiti anche prima dell’avvento di Cristo e che sono in piedi senza problemi, e altri -come quello di Genova- che dopo appena cinquant’anni si polverizzano.

Ma dicevamo: proprio in queste ore il dibattito verte su privatizzazione sì, privatizzazione no.

E’ dunque bene ricordare a chi ci segue alcuni principi di dottrina sociale cattolica al fine di poter capire come schierarsi e che giudizio avere nel merito.

Cosa dice la dottrina sociale cattolica?

Vi è indubbiamente un principio nella dottrina sociale cattolica che è quello cosiddetto di “sussidiarietà”, ovvero che lo Stato non deve gestire ma garantire i diritti di tutte quelle realtà che logicamente e cronologicamente lo precedono. La libera impresa non deve essere soppressa dalla Stato, anzi promossa e garantita.

Questo è un principio imprescindibile e su tale principio non si deve transigere.

Il problema però è capire cosa è davvero un’impresa.

L’impresa per essere davvero tale deve avere due caratteristiche fondamentali.

La prima è la capacità di azione, la seconda il campo d’interesse.

La capacità di azione dell’impresa

L’impresa va salvaguardata, a patto però che a sua volta essa sappia salvaguardare altre imprese. Ci spieghiamo meglio. L’impresa va salvaguardata perché è il segno della giusta e naturale articolazione sociale e perché limita l’invadenza dello Stato che finirebbe con il cadere verso una deriva totalitaria occupandosi di cose di cui non si deve occupare. Ora -però- se l’impresa finisce con lo snaturarsi e divenire trust industriale accaparrando tutto l’accaparrabile e facendo della sua libertà l’arma per uccidere la libertà di altre imprese, allora l’impresa non è più se stessa, bensì diviene un’altra cosa. E’ ciò che è successo con il mercatismo dei nostri tempi, dove nel supermercato sotto casa vediamo ancora tante etichette alimentari, poi andiamo a verificare e ci accorgiamo che la Perugina non è più la Perugina, la Buitoni non è più la Buitoni, la Bauli non è più la Bauli, ecc… ma che queste etichette fanno solo …etichetta, nel senso che sono solo varie espressioni di un’unica multinazionale.

Il campo d’interesse dell’impresa

La seconda caratteristica dell’impresa è il suo campo d’interesse. Quando ancora non esisteva lo Stato moderno (sulle cui caratteristiche siamo abbastanza critici, ma esiste e non si può prescindere da esso)… dicevamo: quando ancora non esisteva lo Stato moderno certi campi di interesse generale erano gestiti non da un’impresa ma dalla Chiesa, vedi istruzione, assistenza sanitaria e quant’altro. Dopo la Rivoluzione francese, con la nascita dello Stato moderno e conseguenzialmente con la sua progressiva laicizzazione, questi campi non sono stati più ad appannaggio della Chiesa. Inizialmente subentrò lo Stato, ma poi questo, nelle economie iperliberali, è stato sostituito da lobbies che beneficiano del potere finanziario.

E allora?

Detto questo, ci troviamo dinanzi ad una situazione in cui ciò che è di interesse generale è nelle mani di imprese che non sono più vere imprese, ma grandi potentati economici e industriali dove il profitto è giocoforza l’unico interesse da perseguire.

Si badi, lungi da noi, demonizzare il profitto in sé. E’ vero che non siamo proprio tatcheriani, ma siamo d’accordo con quella famosa espressione della Lady di ferro secondo cui il buon samaritano era riuscito ad aiutare il povero viandante perché aveva il soldi per farlo e così pagare il locandiere che lo avrebbe assistito. E’ evidente che la ricchezza, prima di essere redistribuita, vada prodotta. Le fette di torta non possono essere offerte a tutti se prima non si posseggono gli ingredienti per impastarla. Ma un conto è non demonizzare il profitto, altro è fare del profitto l’unico criterio dell’attività economica. Una volta che si è scelta questa strada, il gioco al ribasso della qualità di ciò che si produce è inevitabile, perché è inevitabile la salvaguardia del risparmio a seconda delle varie fluttuazioni dei parametri economici. Oggi tutto si gioca su come va la Borsa. Tutto: le scelte politiche, le eventuali delocalizzazioni del lavoro, il licenziare, ecc…

Qualcuno potrebbe obiettare: anche lo Stato può frodare e cercare di pensare agli interessi di pochi suoi boiardi! Certamente. E chi lo nega? Il problema è che mentre nel caso dei potentati industriali multinazionali il principio secondo cui il profitto è l’unico criterio è nella loro stessa essenza e quindi i inevitabile, nel caso dello Stato -sempre che si rispetti il primato della politica su quello della tecnica– tale deriva dovrebbe essere scongiurata …almeno a livello di principio.

Insomma, è come dire: anche il cagnolino può azzannare, ma questo non significa che un mastino non sia di per sé più pericoloso e più portato a farlo.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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1 Comment on "Privatizzazioni sì, privatizzazioni no… che giudizio avere?"

  1. In verità il nocciolo sta tutto nell’ osservanza dei comandamenti. Altrimenti, o privato o Stato, le persone valgono meno delle cose. E sopra tutto dei capricci dei potenti (siano i Benetton o i boiardi pubblici(.

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