Può un cattolico ritenere che l’ergastolo non sia rieducativo?

La Corte di Strasburgo ha sentenziato che l’ergastolo ostativo è cosa brutta: sarebbe contro i diritti dell’uomo. Motivo? Non può essere una pena rieducativa. Per la logica: se uno deve rimanere in galera tutta la vita, non si vede come questa galera possa rieducare se poi non se ne esce più.

La logica c’è. Ma quale? Quella che si è fatta strada a partire dal trionfo dei cosiddetti “diritti dell’uomo” di illuministica memoria. Ma attenzione: non tanto perché questi diritti richiamino la necessità di pene giuste, dignitose e non vendicative; quanto per una convinzione da cui non si dovrebbe prescindere, e cioè che la realizzazione dell’uomo sarebbe solo “qui”, nella vita terrena. Per cui se un recluso non può uscire più dalla galera, vuol dire che questa (la galera) non è più utile in quanto l’ergastolano non può essere reintrodotto nella società.

La visione autenticamente cattolica impone, invece, di vedere le cose in maniera diversa. Prima di tutto bisogna capire che afflizione e rieducazione non sono in contrapposizione, anzi. Ci si riabilita quando si prende coscienza del male compiuto, e tale coscienza viene facilitata proprio quando si è costretti a vivere come non si desidera vivere. D’altronde -questo capita a tutti- quand’è che iniziamo ad apprezzare determinate cose? Quando le perdiamo o corriamo il serio rischio di perderle. Purtroppo è così.

E qui s’innesta la seconda questione, ovvero quella della perpetuità della pena, come avviene (o dovrebbe avvenire) per l’ergastolo. Anche in questo caso il concetto di rieducazione non solo non viene meno, ma addirittura, in considerazione dell’enorme gravità dei reati, diventa tra quelle più proporzionate. Ma se non si esce più, come è possibile parlare di rieducazione? Qui viene fuori la risposta cristiana, secondo cui la vita non finisce qui, ma è preparazione per un’altra.

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