Quelli per cui la morte sarebbe solo una questione di tempo. Ma quanti sono sottoterra e credevano in questo!

da tempi.it – Autore: Emanuele Boffi

Chi nella Silicon Valley vorrebbe avere una vita come Steve Jobs? Tutti. E chi nella Silicon Valley vorrebbe avere una vita come Steve Jobs? Nessuno. Il paradosso è spiegabile con le parole di Zoltan Istvan, atletico marcantonio statunitense di 44 anni, che s’è presentato – invano – alle ultime presidenziali americane e che oggi corre per diventare il prossimo governatore della California. Il bizzarro Istvan ha un microchip sottopelle tra il pollice e l’indice col quale apre porte, effettua pagamenti online, avvia l’auto; gira per le città a bordo di un bus marrone a forma di bara, tenendo conferenze tra i transumanisti. Stramberie? Certo. Istvan è però anche molto serio quando illustra il punto numero uno del suo programma elettorale: “Sconfiggere la morte”; o quando assicura di conoscere molti miliardari californiani ossessionati come lui dalla questione e disposti a investire ingenti somme per venire a capo del problema. Il problema, cioè, di non sprecare tutto come il genio di Apple: “Qui nessuno vuole fare la fine di Steve Jobs, che era potentissimo, ha fatto grandi cose per l’umanità, ed è morto. È morto di cancro”. Il busillis, ha spiegato con serafico candore all’inviata di “Presa diretta” che l’ha intervistato settimane fa, è questo: a che vale la vita se poi si muore? Perché tutta questa fatica, questo arrovellarsi nelle umane vicende, se poi si finisce sottoterra? La soluzione, in un’era che ha confinato Dio nel mondo della superstizione e la teologia in quello dell’astrologia, può essere affidata solo a ciò che promette di fornire, in un futuro assai prossimo, risultati concreti, fattuali, misurabili: “Voglio vincere la morte con la scienza e la tecnologia. Sono sicuro che i bambini che sono nati oggi, come i miei, non moriranno mai”.

“Nella Silicon Valley tutti la pensano come me”, ha detto Istvan. E c’è da credergli. Perché c’è un corposo gruppo di nababbi per i quali l’immortalità è solo una questione di tempo e, fatto non secondario, di business. Il mondo dei transumanisti della repubblica digitale è vario e non è composto da un’unica chiesa. Ha molte parrocchie, spesso in litigio tra loro, diversi guru, molteplici riti. Ma l’idea di fondo che le accomuna tutte è che l’eterna giovinezza è una questione hi-tech e che, se non si può essere immortali, almeno si può provare a dilazionare il giorno della dipartita. Uno degli assertori più convinti di questa possibilità è Peter Thiel, co-fondatore di Paypal, che a più riprese ha dichiarato essere sua intenzione vivere almeno 120 anni. Per Thiel la morte è solo “un problema da risolvere”, il cui prezzo sono i 3,5 milioni di dollari che ha elargito alla Methuselah Foundation guidata dal controverso Aubrey de Grey, il miliardario geriatra convinto si possa vivere fino a 1.500 anni. Non solo. Thiel ha più volte affermato di guardare con interesse alla parabiosis, la trasfusione di sangue da soggetti adolescenti a persone anziane. A fornire il servizio è la società Ambrosia di Jesse Karmazin che assicura, come già sperimentato sui topi, che iniettare linfa fresca nelle proprie vene consenta di rallentare l’invecchiamento. Sebbene non vi sia alcuna evidenza scientifica del buon successo della pratica, i vampiri della Silicon Valley credono molto nelle promesse di Karmazin. Pare esistano già un centinaio di facoltosi manager disposti a pagare ottomila euro a seduta per succhiare plasma da ragazzi di un’età compresa tra i 16 e i 25 anni.

Per i sognatori di una vita senza data di scadenza non esistono perimetri ai propri desideri. È solo questione di determinazione, tempo e investimenti. Larry Ellison di Oracle considera l’idea di morire “incomprensibile”. Mark Zuckerberg di Facebook finanzia BioRvix, una piattaforma che raccoglie articoli su temi biologici al fine di debellare ogni malattia. Sergey Brin (Google) si propone, assai modestamente, di “curare la morte”. Sono solo alcuni esempi, per rimanere ai nomi più noti, di questa chiesa senza Cristo che non crede sia necessario alcuna seconda venuta di un messia per intimare a Lazzaro di uscire dal sepolcro. Se il corpo non è il tempio dello spirito, ma solo una macchina complessa, la malattia è solo un’avaria del sistema.

E le avarie, nella chiesa gnostica transumanista, si riparano nei modi più disparati. C’è chi crede, ad esempio, che basti farsi congelare in attesa dei miglioramenti tecnologici che tra qualche anno ci permetteranno di tornare in vita. È quello che fanno in Arizona all’Alcor Life Extension, società specializzata nell’ibernazione del corpo – 200 mila euro – o della sola testa – 80 mila –, spese di manutenzione escluse. Nei frigoriferi dell’Alcor sono conservati a meno 196 gradi già 152 corpi, due dei quali di italiani, cui è stato iniettato in vena un olio antigelo.

C’è anche chi crede di poter vivere all’infinito (o quasi) seguendo una dieta a bassissimo contenuto calorico, come gli adepti della Cronies. Il loro profeta fu Roy Walford, eccentrico sostenitore della “restrizione calorica” che, tra il 1991 e i 1993, convisse con un manipolo di persone nella Biosfera 2, una struttura chiusa a Oracle (Arizona), convinto che bastasse seguire i suoi precetti per poter vivere a lungo. L’esperimento durò poco, ma Walford ne ricavò il bestseller “Vivere 120 anni”. Il titolo rimase solo un auspicio: il patologo s’ammalò di Sla e morì a 79 anni.

A Los Angeles opera la Kernel, agenzia che, con cento milioni di dollari di capitale iniziale, promette di trovare il modo di “uplodare” il cervello, così da conservarlo in una memoria esterna fino a nuovo e potenziato utilizzo.

Per tornare tra i padroni della Silicon Valley, certo non può essere dimenticato, per posizione e influenza, Ray Kurzweil, capo degli ingegneri di Google, guru tra i guru, considerato il gran messia della singolarità, una teoria che predica l’unione tra l’intelligenza umana e quella artificiale. Una simbiosi che avverrà nel 2045 anno in cui, grazie all’evoluzione tecnologica e all’inserimento di nanorobot nei nostri cervelli, saremo “godlike”, come dio. È a partire da questo impianto filosofico che promette l’immortalità digitale che è stato dato avvio a Calico (California Life Company), un progetto che, con un miliardo di dollari come primo investimento, mira a produrre una medicina per la longevità.

“Never say die” titolò Newsweek; “Can Google solve death?” si chiese Time. Barack Obama e Bill Gates sponsorizzano la lettura di “Homo Deus”, opera dello storico israeliano Yuval Noah Harari. Miliardari e opinion maker negli Stati Uniti sono ormai convinti che le risposte alle domande fondamentali dell’esistenza non ce le suggerirà più il prete, l’imam o il rabbino, ma il nerd della porta accanto. Il paradosso è che, al momento, mentre l’orologio continua a ticchettare, gli abbienti transumanisti trascorrono il tempo a combattere il tempo. A meno che tutte queste suggestioni futurizzanti e bislacche profezie non abbiano un tornaconto assai più spiccio e immediato per i padroni della Silicon Valley: allungare i nostri periodi di connessione alle loro favolose piattaforme online.

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