SOSTA – Dallo splendore del Bello… all’Orinatoio di Duschamp

IMAGE 2: Fountain by R. Mutt, 1917, Alfred Stieglitz, Published in The Blind Man (No. 2), Edited by Marcel Duchamp, Henri-Pierre Roché, and Beatrice Wood, May 1917, Philadelphia Museum of Art: una delle opere che sarà esposta in occasione della mostra che il Philadelphia Museum of Arts ha organizzato in onore dell'artista francese Marcel Duchamp, 29 Marzo 2017. ANSA/ UFFICIO STAMPA/ © Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP/ Paris. +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Cari pellegrini, come c’informa l’ansa.it in questi giorni si compiono i cento anni dell’Orinatoio di Marcel Duschamp (1887-1968), una sedicente opera d’arte che dell’arte contemporanea è in un certo senso l’emblema più significativo.

Sostiamo allora brevemente ponendoci un interrogativo: ma come mai si è arrivati ad un’ “arte” in cui domina il brutto?

In realtà, cari pellegrini, dovete sapere che la realtà è molto più semplice di quanto possiamo immaginare. Alla fine due più due fa quattro anche nelle cosiddette “scienze inesatte”, come quelle umanistiche. E se ci chiediamo quali complesse motivazioni possano esserci nella cosiddetta arte contemporanea, quella del “beato-chi-ci-capisce-qualcosa” per intenderci, la risposta è che le motivazioni ci sono, e non sono affatto complesse, nel senso che sono molto più intuibili di quanto possiamo pensare.

Veniamo al dunque. Dovete sapere che fino ad un certo periodo della storia il metodo della filosofia era quello realista, ovvero quello secondo cui la verità è nell’adeguamento del soggetto all’oggetto. E non a caso. Oltre ad un motivo di buon senso, perché ovviamente è così (infatti la verità non può fare a meno dell’osservazione) vi era anche un motivo antropologico. Il realismo filosofico è l’esito della convinzione di essere limitati, dipendenti, creature. Il realismo, infatti, conduce alla constatazione di quanto siamo piccoli e di quanto non ci sia dato stravolgere la nostra natura finita. Ma poi le cose iniziarono a cambiare. Si passò dal realismo al razionalismo. Un “certo” Cartesio (“certo” si fa per dire) operò una vera e propria rivoluzione filosofica. La sua frase rimasta famosa, cogito ergo sum (penso, quindi esisto), non è solo una frase ad effetto che molti studenti ripetono a mo’ di cantilena senza capirla (perché non gliela fanno capire), bensì -dicevamo- una vera e propria “rivoluzione” filosofica. Per farla breve: non era più la realtà oggettiva a garantire l’esistenza del pensiero, bensì il contrario, era il pensiero a garantire l’esistenza della realtà. Era il passaggio dall’oggettivismo al soggettivismo. Ancora non era un vero e proprio relativismo, ma si era presa la cosiddetta “piega” per arrivarci. E’ ovvio che un tale passaggio ha avuto anch’esso delle motivazioni antropologiche. Dal momento che l’essenza della modernità è una sorta di antropocentrismo radicale, occorreva, per sostanziare il delirio di onnipotenza umana, fare man bassa della realtà e promuovere a criterio una sorta di volontà soggettiva onnipotente.

Ora, cari pellegrini, tutto questo ha avuto –eccome- dei riflessi nel campo dell’arte. Fino a quando dominava il realismo filosofico, pittoricamente s’impose la descrizione. Quando poi il realismo filosofico, con annessa metafisica, fu fatto fuori, l’elemento descrittivo venne gradatamente abbandonato per far posto al delirio immaginifico, fino alla nascita dell’astrattismo completo. Ciò che conta, insomma, non è più la realtà, ma ciò che il pensiero vede, immagina, crea ed eventualmente distrugge.

Cari pellegrini, piaccia o non piaccia, dietro ogni errore –e possiamo aggiungere: dietro ogni bruttezza- c’è sempre una cattiva filosofia… e anche una cattiva antropologia.

Ma, cari pellegrini, aggiungiamo anche un’altra cosa. In tal modo l’arte (sedicente tale!) è divenuta una grande mistificazione. Come infatti si fa dire quando un’opera è bella o meno senza criteri oggettivi? Senza questi, l’estetica è passata totalmente in mano ai critici, che ovviamente, secondo i loro interessi, a piacimento fanno il bello e il cattivo tempo… pardon: il bello e il cattivo quadro!

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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1 Comment on "SOSTA – Dallo splendore del Bello… all’Orinatoio di Duschamp"

  1. L’arte moderna ci vuole prendere in giro: molta è stupida. o ridicola, o ripugnante…

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