Sconfitta in Siria e in Yemen, l’Arabia Saudita fa la voce grossa in Libano. Perché?

Selezionato da tempi.it – Autore: Leone Grotti

Dopo le batoste prese in Siria e Yemen, l’Arabia Saudita cerca di recuperare il terreno perduto ai danni dell’Iran in termini di influenza in Medio Oriente destabilizzando il Libano. È così che possono essere lette le improvvise dimissioni del premier libanese Hariri, vicino ai sauditi, annunciate proprio dal territorio della monarchia assoluta. Hariri ha accusato «Hezbollah e Iran di voler distruggere il mondo arabo». Subito dopo, re Salman ha promesso che userà «ogni mezzo politico e di altra natura» per distruggere il «partito di Satana». Alle sue parole hanno fatto eco quelle di Thamer al-Sabhan, ministro saudita per gli Affari del Golfo: «D’ora in poi tratteremo il Libano come un paese che ci ha dichiarato guerra. Le milizie sciite Hezbollah», accusate di spingere i giovani sauditi al terrorismo, «devono essere fermate dal governo libanese, altrimenti è bene che Beirut sappia quali rischi corre».

LE PURGHE DEL PRINCIPE. Un tale putiferio non scoppia né all’improvviso, né per caso. Mentre Hariri si dimetteva, Mohammed bin Salman (MbS), principe ereditario destinato a occupare il trono dopo suo padre re Salman, vecchio e malato, faceva arrestare 11 principi della famiglia e 38 tra ministri ed ex ministri. In particolare sono stati rinchiusi in camere dorate di hotel a cinque stelle Alwaleed bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo, che ha investito anche in grandi gruppi media americani come Apple e Twitter, e Mutaib bin Abdullah, figlio prediletto dell’ultimo sovrano Abdullah e capo della Guardia nazionale, importante forza militare saudita. Se il primo si era opposto alla nomina di MbS come principe ereditario, il secondo era uno dei suoi principali avversari nella corsa al trono. Dopo le ultime purghe il principe, che è già ministro della Difesa e da pochi giorni a capo di un potente organismo anticorruzione, ha di fatto messo le mani su tutti i servizi di sicurezza che gestiscono le armi e quindi il potere reale nel paese: la Difesa, l’Interno e la Guardia nazionale.

DEBÀCLE IN SIRIA E YEMEN. Non è difficile immaginare che userà l’enorme potere accumulato per ridare all’Arabia Saudita, il più importante paese sunnita del Golfo, il ruolo di principale potenza regionale e ridimensionare l’Iran sciita. Negli ultimi anni infatti, al di là dell’intesa raggiunta con Trump a suon di accordi miliardari, Riyad ha subito solo sconfitte: dal 2011 ha speso miliardi in armi e finanziamenti per sponsorizzare i gruppi terroristi che hanno fatto la guerra ad Assad in Siria, senza però ottenere nulla. Assad, grazie all’intervento degli alleati Iran e Russia, è ancora in sella e i sauditi si sentono umiliati ogni volta che vedono il potente generale iraniano Qassem Soleimani che la fa da padrone in Iraq, comandando a bacchetta i curdi iracheni. Dpo aver fallito in Siria, MbS ha lanciato una campagna aerea di bombardamenti senza precedenti in Yemen, per impedire ai ribelli houthi, alleati di Teheran, di prendere il potere nel paese. Dopo due anni alla guida di una coalizione sunnita, appoggiata anche dagli Stati Uniti, l’Arabia Saudita non è riuscita a sconfiggere gli houthi. In compenso, ha distrutto lo Yemen, dove sono morte quasi diecimila persone, 20 milioni di abitanti hanno bisogno di assistenza umanitaria, è scoppiata la peggiore epidemia di colera al mondo e Al Qaeda ha approfittato della situazione per conquistare importanti porzioni di territorio.

C’ENTRA ANCHE IL PETROLIO. Le debàcle in Siria e Yemen, costate miliardi di petrodollari, hanno spinto ora Riyad a giocare la carta libanese. Facendo dimettere Hariri vogliono dimostrare di poter destabilizzare la terra dei cedri, che ancora fatica a riprendersi dalla guerra civile finita nel 1990, dove gli Hezbollah, alleati di Teheran, governano insieme ai cristiani del presidente Michel Aoun e ai sunniti. Minacciare di aprire una crisi in Libano è una buona carta nel mazzo saudita, anche perché Riyad è consapevole che Stati Uniti e Israele vedrebbero di buon occhio l’indebolimento degli sciiti e la rottura dell’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah.
Il contrasto geopolitico all’Iran per conquistare potere nella regione e nel mondo islamico potrebbe però non essere l’unica ragione dietro le ultime mosse saudite. Il perno attorno a cui ruota il progetto “Vision 2030”, il piano di MbS per ammodernare l’economia diminuendo la dipendenza del Regno dal petrolio, è la privatizzazione di Aramco, l’Eni saudita. Il principe ereditario ha promesso che l’anno prossimo metterà sul mercato il 5 per cento della società che impiega 65 mila persone. L’obiettivo è farla valutare almeno duemila miliardi di dollari, ma per raggiungere questo obiettivo è necessario che il prezzo del petrolio salga. E non c’è modo migliore per farlo che innescare una crisi in Medio Oriente.

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