SELEZIONE CATTOLICA – E chi ci dice che oggi Gesù non ammetterebbe il divorzio? Parola di gesuita

FONTE: magister.blogautore.espresso.repubblica.it

TITOLO: Anche Gesù oggi ammetterebbe il divorzio. Lo dice uno della sua Compagnia

AUTORE: Sandro Magister

Le istruzioni dettate due mesi fa dal generale della Compagna di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, su “che cosa ha detto veramente Gesù” a proposito di matrimonio e divorzio non sono cadute nel vuoto.

Anzi, tra i gesuiti per primi c’è chi le applica in pieno. Per concludere che “una volta che un matrimonio è morto” anche Gesù consentirebbe oggi il divorzio.

Il gesuita che ha tirato questa conclusione dalle premesse poste dal suo preposito generale non è uno sconosciuto. È padre Thomas Reese, già direttore del settimanale dei gesuiti di New York “America”, firma di spicco del “National Catholic Reporter”.

L’ha fatto in questa nota pubblicata sul NCR il 6 aprile:

Prima però di esporre la sua argomentazione, è utile rileggere ciò che disse padre Sosa nell’intervista al blog Rossoporpora dello scorso 18 febbraio, tanto esplosiva quanto ben meditata, pubblicata solo dopo che era stata rivista da lui parola per parola.

Per sapere “che cosa ha detto veramente Gesù” – affermò in quell’intervista il generale dei gesuiti – bisogna tenere presente che “a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito”.

Quindi – proseguì –, per capire che cosa intendeva Gesù con il suo detto: “Non divida l’uomo ciò che Dio ha congiunto”, non basta fermarsi alla lettera, ma bisogna “mettere a discernimento”, come fa papa Francesco, senza irrigidirsi su ciò che nella Chiesa è diventato dottrina, “perché la dottrina non sostituisce il discernimento”.

Ebbene, padre Reese comincia col citare le parole di Gesù sul matrimonio e il divorzio:

“Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi… Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio” (Mt 19, 6.9).

Per “i critici di papa Francesco” – dice – queste parole sono “chiare e definitive e chiudono la discussione”.

Subito dopo scrive che però “ci sono almeno tre ragioni per cui queste parole di Gesù non provano che papa Francesco sbagli ad aprire alla possibilità che alcuni divorziati e risposati ricevano la comunione”.

– La prima ragione è che “Gesù ha detto un mucchio di cose che noi non osserviamo alla lettera e senza eccezioni”.

E fa numerosi esempi, del tipo di non giurare mai né sul cielo né sulla terra. Per poi chiedersi:

“E allora perché insistiamo nel far applicare le parole di Gesù sul divorzio senza alcuna eccezione, quando invece svicoliamo da ogni parte su molti altri suoi detti?”.

– La seconda ragione è che “Gesù non stabilisce nessuna punizione per il divorzio e le seconde nozze. Non dice che tali persone saranno mandate all’inferno. Non dice che devono essere escluse dalla comunità cristiana. Non dice nemmeno che non possono fare la comunione. Né dice che non possono essere perdonate”.

Mentre invece “stabilisce delle punizioni per altri peccati”, in particolare per chi non dà da mangiare all’affamato, non dà da bere all’assetato, eccetera. Segno che questi peccati per lui sono molto più gravi del divorzio, nonostante la Chiesa pensi il contrario. E in ogni caso anche la minaccia dell’inferno non è detto che “vada presa alla lettera”.

– La terza ragione è “il contesto storico” delle parole di Gesù. “Dove Gesù viveva e insegnava, il divorzio valeva solo per gli uomini”, tant’è vero che nel Vangelo di Matteo egli parla solo di ripudio della moglie da parte del marito. E se lo proibisce è per non esporre più la donna all’ostracismo che puniva tutte le ripudiate.

“È solo dal XIX secolo – prosegue padre Reese – che le divorziate hanno cominciato a ricevere qualche protezione dalle leggi civili. Quindi per gran parte della storia umana il divorzio è stato un’ingiustizia devastante per le donne. E Gesù l’ha giustamente condannato, dal momento che praticamente tutti i divorzi erano fatti da uomini pieni di potere contro donne prive di potere”.

Tra parentesi, padre Reese fa notare che “Marco, il cui Vangelo era in uso a Roma, trasformò in sessualmente neutrale l’insegnamento di Gesù”, facendogli pronunciare anche una condanna del ripudio del marito da parte della moglie e delle seconde nozze di questa. E l’evangelista fece così “perché a Roma le mogli delle classi agiate potevano divorziare dai loro mariti”.

Basterebbe questa notazione a far saltare tutto il suo ragionamento. Ma padre Reese la lascia cadere e arriva a questa perentoria conclusione:

“Oggi viviamo in un mondo differente. Come possiamo essere così certi che Gesù risponderebbe nello stesso modo al divorzio oggi? È vero, molti divorzi comportano peccato, fallimento morale e grande dolore. È vero, in gran parte dei divorzi alle donne tocca la sorte peggiore. Il divorzio non è qualcosa che possiamo scrollarci di dosso, ma una volta che è avvenuto e che un matrimonio è morto, ci può essere una possibilità per una guarigione e una nuova vita? Papa Francesco pensa di sì. E così anch’io”.

Altro che comunione ai divorziati risposati. Padre Reese va ancora più in là. In nome di Gesù liberalizza il divorzio e lo fa liberalizzare anche dal papa.

Il quale, in effetti, l’unica volta in cui in una sua omelia, a Santa Marta lo scorso 24 febbraio, ha commentato le parole di Gesù su matrimonio e divorzio non le ha prese per niente alla lettera, ma è addirittura arrivato a dire che “Gesù non risponde se [il ripudio] sia lecito o non sia lecito”.

Se è questo il “discernimento” che il preposito generale dei gesuiti ha detto che bisogna esercitare sulle parole attribuite a Gesù dai Vangeli, va quindi notato che non solo padre Reese ma anche il gesuita salito al soglio di Pietro vi si sono attenuti. Con le conclusioni che si vedono.

A nulla, evidentemente, sono valse le numerose critiche (l’ultima da parte del cardinale Raymond L. Burke) all’intervista di padre Sosa, compreso l’argomentato “Promemoria” consegnato al papa e al prefetto della congregazione per la dottrina della fede di cui ha dato conto a fine marzo Settimo Cielo.

A queste critiche padre Sosa ha replicato il 9 aprile in tv, a TgCom24, ribadendo “in toto” le sue tesi:

“Nessuno ha la memoria scritta o registrata delle parole che ha detto Gesù. Le comunità cristiane hanno scritto i Vangeli per tramandare le sue parole, ma tanto tempo dopo e per comunità di riferimento diverse. Inoltre le parole di Gesù vanno intese nel suo contesto e la Chiesa, intesa in senso ampio, interpreta. La dottrina esce un po’ da questa interpretazione che la Chiesa fa. Quando si interpreta, è per capire meglio cosa ha detto Gesù direttamente. Se capiamo meglio cosa ha detto Gesù, allora capiamo meglio come noi dobbiamo comportarci per essere come lui”.

Ma se, come dice padre Sosa, è la Chiesa “intesa in senso ampio” che “interpreta” le parole di Gesù, bastano davvero un paio di gesuiti – con un papa loro confratello – a rovesciare ciò che hanno detto in due millenni i Padri della Chiesa, i papi, i concili e, prima di loro, i Vangeli sull’indissolubilità del matrimonio?

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