SOSTA – L’ONU ci rifila il poliziotto della causa LGBT

fonte: lanuovabq.it

di Ermes Dovico

L’agenda Lgbt fa un altro passo avanti grazie a quello che gli attivisti arcobaleno all’Onu considerano come il voto più importante degli ultimi otto anni in tema di orientamento sessuale e identità di genere, due concetti creati artificiosamente dalla neolingua e che non sono menzionati in nessun trattato delle Nazioni Unite. Con la votazione che si è tenuta lunedì, il Comitato per i diritti umani ha infatti respinto il tentativo di fermare l’insediamento del “primo esperto indipendente” che dovrebbe monitorare le attività di tutti gli Stati membri, affinché garantiscano “protezione contro la violenza e discriminazione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere”.

La nuova figura è stata prevista da una risoluzione approvata di misura a fine giugno dal Consiglio per i diritti umani (Unhrc) – un organo composto da soli 47 dei 193 Stati membri, che si succedono a rotazione – sulla spinta di una campagna promossa dalle associazioni Lgbt, che hanno cavalcato l’onda della strage di Orlando, strumentalizzandola.

Poiché l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono appunto categorie ideologiche per le quali non si è mai trovato un accordo generale al Palazzo di Vetro, la legalità della nuova carica è stata contestata dall’African Group (che riunisce tutti e 54 gli Stati africani), affiancato da Cina, Russia e alcuni Paesi del Medio Oriente, uniti nel chiedere il rispetto della propria sovranità nazionale su questioni che esulano dalle competenze dell’Onu.

Per evitare forzature su materie così delicate, che hanno già causato notevoli divisioni tra i vari delegati delle Nazioni Unite, l’African Group aveva chiesto di sospendere le attività del neo esperto nominato a settembre dall’Unhrc, il tailandese Vitit Muntarbhorn, e di affrontare un serio dibattito sui fondamenti giuridici del suo mandato, esprimendo forte preoccupazione per “i tentativi di introdurre e imporre nuovi concetti e nozioni che non sono concordati internazionalmente, in particolare in aree prive di basi legali in ogni documento internazionale sui diritti umani”.

Una preoccupazione legittima, dunque, che è stata ignorata dall’emendamento introdotto da un gruppo di Paesi latinoamericani e caraibici, che è passato con 84 voti favorevoli, 77 contrari e 17 astensioni. La risoluzione così emendata, ormai chiaramente sbilanciata a favore delle pretese Lgbt, è stata poi approvata dal Comitato per i diritti umani (94 sì, 3 no e 80 astensioni) e per dicembre è atteso il voto finale da parte dell’Assemblea generale dell’Onu.

Ancora una volta hanno insomma avuto maggior peso le pressioni provenienti dalla lobby gay, che dietro la regia dell’Ilga (International lesbian and gay association) ha diffuso prima del voto una dichiarazione sostenuta – stando a quanto si legge sul suo sito – da 850 organizzazioni, per chiedere la difesa del mandato sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. Dopo il voto di lunedì, la stessa Ilga, che gode di uno status consultivo presso l’Onu e di cospicui finanziamenti pubblici, ha esultato ricordando la propria azione di lobbying durante tutto l’iter della risoluzione, che segna di fatto un salto di qualità nella diffusione del pensiero unico, salutato con il consueto linguaggio zuccheroso: “Oggi festeggiamo – hanno detto i segretari generali Helen Kennedy e Ruth Baldacchino – sapendo che è stato protetto questo importante avanzamento per le persone Lgbt in tutto il mondo. Stiamo davvero andando verso un mondo dove tutti sono liberi e uguali”. Ilga dixit.

Su che base saranno poi valutate le presunte discriminazioni non è dato sapere (difendere il matrimonio e la famiglia naturale sarà considerato “discriminatorio”?), ma chiaramente il modo in cui si è arrivati a questa risoluzione e il suo riferimento a due concetti tipici dell’ideologia gender non lasciano ben sperare. La stessa nomina del già citato Muntarbhorn quale “esperto indipendente” non rassicura, visto che si tratta del copresidente firmatario dell’introduzione ai Principi di Yogyakarta, un documento scritto nel 2006 a seguito del meeting nell’omonima città indonesiana e che costituisce un caposaldo delle rivendicazioni Lgbt: in questo documento si veicola infatti l’assunto che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano dei diritti umani. Fin qui, i Principi di Yogyakarta sono stati ripetutamente respinti dai vari organi dell’Onu, ma con il voto di dicembre rischiano – pur senza essere stati firmati dalla totalità degli Stati membri – di rientrare dalla finestra assieme a chi ha contribuito a scriverli.


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