LA SOSTA – Lo sapete che con Dio si ride meglio?

Cari pellegrini, il 7 maggio si celebra la Giornata mondiale della Risata. Il che -diciamolo francamente- fa veramente ridere, come fanno ridere tutte queste “giornate” che forse servono solo per mantenere in vita qualche carrozzone.

Ma visto che questa Giornata ce che i media ce lo ricordano (vedi ansa.it), diciamo qualcosa a noi che serva… alla nostra allegria.

Prima di tutto dobbiamo dirci, cari pellegrini, che senza Dio (il vero Dio!) non solo non si va da nessuna parte, ma non si hanno nemmeno le carte in regola per ridere. Se per ridere intendiamo un’espressione di gioia. Infatti, senza Dio non c’è nemmeno la gioia, perché senza Dio c’è il non-senso, e con il non-senso vi è solo angoscia, inquietudine e disperazione.

E’ talmente vero questo che il Cristianesimo Cattolico (che è l’unica vera religione: perché Dio è cattolico!) afferma che l’esperienza della gioia è importante, addirittura necessaria. Non testimoniare la gioia vuol dire non testimoniare l’avvenimento salvifico di un Dio che incontra l’uomo nella propria natura. Vuol dire non rendere il Cristianesimo per quello che vuole essere.

Insomma, cari pellegrini, il Cristianesimo afferma una sorta di “obbligo” ad essere felici. Se il cristiano non mostra gioia, vuol dire che la sua esperienza non è vera. La gioia del cristiano deve essere nota a tutti gli uomini, deve essere un segno per tutti. “Un santo triste -dice San Francesco di Sales- è un triste santo.

Già nell’Antico Testamento, la gioia si presenta come realtà costitutiva del fedele: “Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento” (Salmo 4, 8). Così anche nel Nuovo Testamento: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore é vicino” (Filippesi 4, 4-5).

 

San Francesco d’Assisi, il giullare della letizia, è convinto che il cristiano non possa essere triste. Per lui la tristezza viene dal demonio. Ciò che è segno di Dio è il sorriso. L’allegria è dono di carità, è servizio di amore. “Sicurissimo rimedio –racconta fra Tommaso da Celano- contro le mille insidie e astuzie del nemico il nostro Santo affermava essere la letizia spirituale. Infatti diceva: ‘Il diavolo fa grande tripudio quando può togliere la gioia dello spirito ad un servo di Dio. Egli porta una polvere con la quale, appena può gettarla per qualche spiraglio nella coscienza, insudicia il candore della mente e la purezza della vita. Ma quando invece i cuori sono pieni di spirituale letizia invano il serpente schizza fuori il suo mortale veleno. I demoni non possono offendere il servo di Cristo, quando lo vedono pieno di santa gioia; invece quando l’animo é disposto al pianto, desolato e afflitto, o si lascia facilmente vincere dalla tristezza, o si lascia trasportare a vani piaceri.’ Si studiava perciò egli stesso di essere sempre lieto, e conservare l’unzione di spirito e l’olio della letizia. Evitava con somma cura la pessima malattia della malinconia, così che quando la sentiva infiltrarsi pur di poco nel suo spirito, subito si metteva a pregare” (Vita Seconda, II, LXXXVIII).

 Un giorno, sant’Ignazio di Loyola comunicò ad un novizio (non sicuro della propria vocazione), che ormai era convinto che il giovane fosse realmente chiamato alla vita religiosa. Il motivo della sua convinzione era che negli ultimi tempi lo aveva visto spesso ridere ed essere allegro. Il santo spagnolo, infatti, riteneva il sorriso una spia sicura della chiamata di Dio.

L’austera riformatrice del Carmelo, la mistica santa Teresa d’Avila, soleva chiedere nella preghiera di evitare le espressioni “acide”. Le sue monache desideravano sempre che ella partecipasse alle ricreazioni, perché il suo parlare era pieno di allegria, di battute e frequentemente affibbiava loro nomi giocosi.

Celebre il caso del beato Crispino da Viterbo, al secolo Pietro Fioretti, nato nella seconda metà del XVII secolo. E’ passato alla storia per la sua giovialità e per il suo gusto di cantare e fischiettare. Si dedicò dapprima al mestiere di calzolaio e lavorava cantando e fischiettando. Poi si fece frate cappuccino e prese il nome di Crispino. Anche in convento soleva cantare e fischiettare. Cucinando, facendo l’ortolano, il portinaio, assistendo i poveri, i carcerati, i bambini abbandonati, sempre cantava e fischiettava. Molti si convertivano affascinati dalla sua allegria. E molti, non solo semplici, ma anche nobili, dotti, e perfino alti prelati, si facevano spiritualmente dirigere da lui. Con sapienza e con allegria il frate risolveva anche i casi più difficili.

San Giovanni Maria Vianney, il celebre Curato d’Ars, continuamente invitava i suoi parrocchiani ad avvisarlo qualora lo avessero visto triste. Altrimenti avrebbe provveduto a confessarsi. Egli era convinto che la tristezza venisse dal peccato e dal demonio.

San Giovanni Bosco non si stancava di dire ai suoi ragazzi che il Signore si dovesse servire sempre nella letizia. Già da adolescente, utilizzava il gioco e lo scherzo per attrarre al Signore i suoi coetanei ed evitar loro il peccato. Scrive di lui il salesiano Luigi Chiavarino, che trascorse molto tempo della sua vita con il Santo: “Ogni volta che vedeva crocchi di compagni amici o conoscenti e poteva temere che uscissero in qualche discorso poco onesto, bellamente vi si introduceva e cominciava a distrarli con parole cortesi, poi intraprendeva qualche gioco gustoso. Ora li sfidava a prendere un soldo da terra col dito mignolo e coll’indice della stessa mano; ora a far arco della persona, rivoltandosi totalmente indietro così da toccare il suolo con il capo; ora a congiungere bene i piedi ed a chinarsi a baciare la terra senza toccarla con le mani. Altre volte li sfidava a prendere con la bocca un pomo galleggiante in un mastello ripieno di acqua, o una moneta nascosta in un recipiente pieno di farina, oppure a correre e saltare coi piedi legati insieme da una funicella. Altre volte prendeva a declamare versi, parlare in latino e in greco, improvvisava sermoni, dialoghi, commedie. Così occupati, più nessuno pensava a discorsi pericolosi; e partivano sempre con qualche salutare pensiero; nei quali Bosco era maestro perfetto. ‘Sempre ridere e scherzare, ma senza mai peccare!’

Per concludere, cari pellegrini, ricordiamo ciò che dice a riguardo san Tommaso d’Aquino, il più grande teologo. Egli arriva ad affermare che la mancanza di allegria può nascondere un peccato. L’allegria, il gioco -certo non quelli maliziosi- sono per lui una manifestazione della razionalità umana che può essere perfino virtuosa. “L’uomo -egli scrive-, come ha bisogno del riposo fisico per ritemprare il corpo, il quale non può lavorare di continuo per la limitazione delle sue energie, così ne ha bisogno per l’anima, (…). Ora, il riposo dell’anima è il piacere (…). Perciò per lenire la fatica dell’anima bisogna ricorrere a un piacere, interrompendo la fatica delle occupazioni di ordine razionale. Nelle ‘Collationes Patrum’ si narra che San Giovanni Evangelista, poiché alcuni si scandalizzavano per averlo trovato mentre giocava con i suoi discepoli, comandasse a uno di loro, armato di arco di lanciare una freccia. E avendo costui fatto questo più volte, gli domandò se poteva ripetere di continuo quel gesto. L’arciere rispose che in tal caso l’arco si sarebbe spezzato. E allora San Giovanni replicò che anche l’animo si spezzerebbe, se mai gli fosse concesso un po’ di riposo. Ora, le parole e gli esercizi in cui si cerca soltanto la distensione dell’animo, si denominano appunto scherzosi, o giocosi. Quindi è necessario ricorrere ad essi a ristoro dell’anima. (…) il gioco può essere oggetto di una virtù. (…). Nelle cose umane tutto quello che va contro la ragione è peccaminoso. Ora, è contro la ragione essere di peso agli altri col non mostrarsi mai piacevoli, o con l’impedire il divertimento altrui. (…) quelli che, rispetto al gioco, peccano per difetto e non dicono mai niente da ridere e non tollerano che altri lo facciano’(…), sono in difetto (…)” (Secunda Secundae, q.168).

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

 

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