SOSTA – Perché anche l’uomo postmoderno ha bisogno di pellegrinare? Perché è uomo!

Cari pellegrini (mai come questa volta l’appellativo è appropriato), sul sito vaticaninsider.it è stata pubblicata un’intervista a padre Fabio Pallotta (superiore della Missione dei Guanelliani) a proposito del successo che conserva il famoso pellegrinaggio a Santiago de Compostela.

L’aspetto interessante (anche se facilmente prevedibile) è che a partecipare a questo pellegrinaggio non sono solamente credenti. Lo fanno un po’ tutti. Insomma, è come se ci fosse un desiderio profondamente umano a cimentarsi in una simile impresa.

Ovviamente la spiegazione non è solo di carattere sulutistico o ginnico (ci sono tanti luoghi per adoperarsi in tal senso). Piuttosto si tratta di una spiegazione “esistenziale”.

E allora, cari pellegrini, vediamo perché l’esperienza del pellegrinaggio è costitutiva della vita umana. D’altronde su questo argomento andiamo sul “nostro”, visto che Il Cammino dei Tre Sentieri riprende simbolicamente tale esperienza.

Ci sono due motivi per capire quanto l’uomo non può non “pellegrinare”:

Primo: L’esperienza del pellegrinaggio segna la priorità dell’essere e della verità.

Secondo: L’esperienza del pellegrinaggio ricorda all’uomo che la sua vita è per assaporare lo spessore del reale. 

L’esperienza del pellegrinaggio segna la priorità dell’essere e della verità 

Il modo per cui intendere il pellegrinaggio è inequivocabile. Il pellegrinaggio non è una ricerca della verità, ma l’incontro con la Verità.

Cari pellegrini, sono fuori luogo e improprie tutte quelle affermazioni secondo cui il pellegrinaggio si coniughi con la ricerca. No. Il pellegrinaggio può essere contrassegnato da un’incertezza, che è quella di non sapere se si raggiungerà la destinazione desiderata, ma non dall’incertezza riguardo all’esistenza della mèta da raggiungere.

L’esperienza del pellegrinaggio evita, quindi, tre errori che sono strutturali della nostra epoca:

Il primo, è l’errore secondo cui la verità sarebbe introvabile. Il pellegrinaggio è un andare verso la méta, dove –come abbiamo già detto– la méta c’è, è presente. Ancora non è raggiunta, ma è lì che attende. Si tratta, dunque, di un’esperienza agli antipodi dello scetticismo e del nichilismo a cui inevitabilmente approda il pensiero moderno. Il pellegrinaggio non è una ricerca dove non si sa se si troverà ciò che si vuole ricercare, ma un viaggio verso una destinazione ben precisa.

Il secondo, è l’errore secondo cui la verità sarebbe costruibile dall’azione, dal cammino, dalla prassi. Ed è questo l’errore tipico della modernità. La categoria filosofica della modernità, da non confondere con la cosiddetta modernità cronologica, si distingue per aver anteposto sempre qualcosa alla dimensione dell’essere, arrivando ad affermare che il vero non sarebbe un dato, ma un risultato del pensiero o dell’azione. Insomma la verità non sarebbe da riconoscere, ma da inventare.

Il terzo errore è quello secondo cui l’uomo può trovare risposta al mistero della sua vita solo nell’esistere del presente. Anche questa convinzione è strutturale al pensiero contemporaneo. Cari pellegrini, ci riferiamo al fatto che, una volta dimenticata la prospettiva metafisica, l’uomo è costretto a trovare la risposta al suo esistere solo nell’esistente, cioè solo nel presente. La tragedia, però, sta nel fatto che l’uomo dolorosamente scopre che né la sua natura né la sua vita né tantomeno le cose che fa nel presente, possano essere adeguate risposte a se stesso. L’esperienza del pellegrinaggio, invece, riconduce ad un’altra prospettiva: la risposta non sta nel “qui ed ora”, bensì nel “dopo”. Il “qui ed ora” costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente perché l’uomo trovi la risposta al suo vivere. Il pellegrinaggio ricorda all’uomo che egli è fatto per l’eternità, e che se non orienta la sua vita verso l’eterno non può capire nulla di se stesso. Il pellegrinaggio ricorda all’uomo che per capire il presente deve andare oltre, che per capire la terra deva guardare il cielo, che per capire il tempo deve indirizzarsi verso l’eternità. L’esperienza del pellegrinaggio è strutturata e fondata sulla priorità dell’essere rispetto all’azione, sulla verità rispetto alla ricerca. 

L’esperienza del pellegrinaggio ricorda all’uomo che la sua vita è per assaporare lo spessore del reale 

Cari pellegrini, quando eravamo ragazzi solevamo giocare al calcio per strada o sul qualche piazzale. Si prendeva il famoso pallone arancione (con cui si sono divertite generazioni e generazioni) e si calciava e si correva. Quando si era in pochi, per un po’ di tempo ci si cercava di divertirsi facendo “a passaggi” (come si soleva dire), ma poi –immancabilmente- si avvertiva il bisogno di immaginare una porta, mettere qualcuno a parare, e finalizzare il gioco. Ecco il punto: finalizzare il gioco. Era noioso passarci il pallone senza tirare… e segnare. Anche nel divertimento c’è bisogno di finalizzare. Facciamo un altro esempio. Quando si cammina senza saper dove andare, il passo è lento: in un certo qual modo si ciondola. Quando invece si ha una meta prefissata da raggiungere, allora sì che il passo è spedito e l’andatura sicura.

Lo stesso vale per la vita. La vita è un cammino, non un vagare. La vita è un cammino dove la mèta deve essere sempre presente. Dove deve essere sempre attuale il Destino che si andrà ad incontrare. Ebbene, il pellegrinaggio è l’esperienza dell’andare ad incontrare. E’ l’esperienza che ricorda all’uomo che la sua vita non può ridursi ad un vagare, che il cammino non è un fine, ma un mezzo per incontrare il Fondamento del suo esistere e del suo proseguire.

Che l’uomo sia fatto per assaporare lo spessore del reale è incontestabile. Quando parliamo di assaporare lo spessore del reale, intendiamo l’attenzione di dare una risposta ai propri concreti bisogni e il cogliere quella Verità che risolve concretamente tali bisogni.

Il bisogno per eccellenza? Incontrare Dio, unico significato possibile dell’esistenza umana!

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri 

 

 

 

 

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