Tempo di Natale – Il Presepe e l’esaltazione del paradosso

Ha scritto Chesterton (1874-1936): “Tutta la letteratura, che cresce sempre e non finirà mai, aveva cantato le trasformazioni di quel semplice paradosso: che le mani che avevano fatto il sole e le stelle erano troppe piccole per accarezzare le grosse teste degli animali. E il critico scientifico si affatica a spiegare difficoltà che noi abbiamo sempre ammesso e, a mo’ di canzonatura, esagerato; e timidamente sentenzia essere ‘improbabile’ qualche cosa che noi abbiamo quasi pazzamente esaltato come incredibile, qualche cosa che sarebbe troppo bella per essere vera, ma che è vera.”

Straordinario: “le mani che avevano fatto il sole e le stelle erano troppo piccole per accarezzare le grosse teste degli animali.” L’Incarnazione è il paradosso. E’ il paradosso di un Dio che si fa veramente uomo, che si fa veramente bambino arrivando a far coesistere in sé la consapevolezza della propria divinità con la psicologia e i gusti tipici di un bambino. E’ il paradosso che fa sì che una donna, la Vergine Maria, sia contemporaneamente figlia di chi è davvero suo figlio: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile ed alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio, / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo Fattore / non disdegnò di farsi sua fattura.” (Canto XXXIII del Paradiso)

Ma non tutti i paradossi sono “umani”, nel senso di conformi alla vita dell’uomo.

Che cosa intendiamo? Ve lo spieghiamo subito.

Il paradosso può essere semplicemente ciò che contraddice l’ordine naturale; e la sua funzione sta proprio in tale contraddizione. E’ – per esempio – il paradosso dell’utopia, dove si vuole presentare come vero ciò che è contro il vero e il reale. E’ il paradosso del surrealismo con il quale si pretende affermare che la vera realtà è ciò che il pensiero può generare in una sua ipotetica volontà di potenza immaginifica. Nietzsche (1844-1900) scrive in Così parlò Zarathustra: “Noi umanizzeremo la natura liberandola dal suo travestimento divino. Le prenderemo ciò che ci è necessario per portare i nostri sogni al di là dell’uomo. Nascerà una cosa più grande della tempesta, della montagna o del mare, ma sotto la forma di un Figlio dell’uomo. I poeti devono ancora scoprire la possibilità della vita; s’apre ad essi tutto il mondo siderale e non un’Arcadia o una vallata della Campania; le nostre conoscenze sull’evoluzione animale autorizzano speculazioni infinitamente audaci. Tutta la nostra poesia è così meschinamente, così borghesemente terrestre che la grande possibilità di un’umanità superiore manca ancora. L’invenzione del divino potrà di nuovo essere rigogliosa solo dopo la morte della religione. Sono io stesso il fato e dell’eternità io determino l’esistenza. Dacché l’uomo è perfettamente identificato con l’umanità, egli muta la natura intera. O anima mia, io ti ridonai la libertà su le cose create e increate…” Ecco il paradosso a servizio dell’odio nei confronti del reale e della sua volontaria negazione.

Ma ci può essere anche un altro tipo di paradosso. Un paradosso “umano”, cioè conforme ai desideri veri dell’uomo perché capace di superare, esaltandolo, il dato naturale senza contraddirlo. E’ il compito che hanno avuto da sempre le favole, i miti, le leggende popolari.  Il paradosso umano è la fantasia a servizio della realtà. John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) scrisse: “Se mai gli uomini si trovassero in condizioni tali da non voler conoscere o da non percepire la verità, la Fantasia perirebbe e diverrebbe Morbosa Illusione.” Interessante è che lo scrittore inglese utilizzi la maiuscola tanto per “Fantasia” quanto per “Morbosa Illusione”: è per far capire quanto esse siano contrapposte. La Fantasia non è Illusione, per giunta non è Morbosa Illusione. L’Illusione è ciò che disconosce la realtà, la Fantasia no: essa può e deve essere la chiave interpretativa del reale.

Torniamo al mistero dell’Incarnazione. Esso è un paradosso. Attenzione non è semplicemente un paradosso conforme all’umano nel senso che abbiamo precisato sopra, perché è evidente che l’Incarnazione del Verbo non né un mito, né una leggenda, né una favola, ma un fatto. E’ un paradosso corretto, perfettamente conforme all’umano, perché è oltre ma non contro la ragione.

Questo paradosso non poteva non produrre il presepe. Non poteva non produrlo perché il presepe nasce dall’esigenza di ri-attualizzare il mistero dell’Incarnazione.

Si tratta di una ri-attualizzazione che risponde a due esigenze.

La prima è di ricordare all’uomo quanto il Mistero dell’eterno sia penetrato nel tempo e nella storia degli uomini per far sì che tanto il tempo quanto la storia debbano ricondursi all’eterno stesso e possano solo in questo eterno trovare il giusto significato.

La seconda è di fare in modo che ogni uomo possa entrare in questo Mistero, capire che quando Gesù nasceva; e piangeva adagiato nella mangiatoia; e Maria e Giuseppe si affannavano a cullarlo e a coprirlo affinché non avvertisse il freddo, in un certo qual modo ogni uomo fosse già presente, perché presente nel pensiero di Dio non solo in quel momento ma già dall’eternità.

Il presepe è il paradosso-del-paradosso della Salvezza che Dio ha scelto per gli uomini.

Già di per sé il presepe è un paradosso, nel senso di pretendere di riprodurre un fatto accaduto tanto tempo fa e di ri-attualizzarlo nel presente, ma è il paradosso-del-paradosso di una Salvezza secondo cui l’Infinito ha assunto veramente un corpo finito.

Nella mangiatoia di Betlemme vi era colui che è più grande dell’universo intero e che dunque tutto l’universo non può contenere.

L’universo non può contenere Dio, la mangiatoia di Betlemme sì.

L’universo non può contenere Dio, un corpo umano sì.

D’altronde anche l’Eucaristia è un paradosso: l’infinità di Dio è contenuta in una piccola particola, dove l’uomo stesso può cibarsi e contenere Colui che è l’incontenibile per eccellenza.

Se questo è vero – ed è vero! – non meraviglia se dal paradosso dell’Incarnazione, dal paradosso della divina maternità di Maria, dal paradosso dell’Eucaristia, sia venuto fuori il paradosso del presepe: rendere plasticamente visibile un passato che dà significato al presente.

E’ il paradosso della poesia.

Uscito nella Notte di Natale, il Peppone di Giovannino Guareschi s’incanta pensando alla poesia che il più piccolo dei suoi figli gli reciterà e concluderà: “Anche quando comanderà la democrazia proletaria, le poesie bisognerà lasciarle stare. Anzi renderle obbligatorie.”

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

 

 

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