Ti sei mai chiesto perché oggi c’è l’ossessione delle giornate dedicate a qualcosa o a qualcuno?

Caro pellegrino, a proposito di ricorrenze giornaliere, tra non molto su 365 giorni ne saranno occupati 364, l’ultimo ovviamente verrà dedicato alla Giornata contro le giornate, cioè a favore di coloro che non sopportano che i giorni vengano dedicati a qualcosa o a qualcuno.

Non entriamo nel merito della questione della Giornata contro la violenza sulle donne che si “celebra” il 25 novembre, anche se lo dovremmo fare, visto che parlare di violenza sulle donne è uno sminuire la pericolosità della violenza (la violenza è violenza e basta!) e visto che i dati (a differenza di ciò che si proclama) non giustificano nessun allarmismo a riguardo. Dicevamo: senza entrare nel merito, c’è un dato sul quale come “Cattolici della Tradizione” (come noi del C3S amiamo definirci, clicca qui) dobbiamo riflettere.

Giambattista Vico (ottimo filosofo se studiato bene, cosa che spesso non si fa) parlava di eterogenesi dei fini. Quando si vuole raggiungere un obiettivo sbagliato, proprio perché si sbaglia, non solo non si raggiunge l’obiettivo desiderato, ma si finisce paradossalmente con il raggiungere l’obiettivo opposto.

Se ci si riflette, da quando si è espunto, cioè eliminato, il sacro nel tempo, si è preteso conferire un significato inflattivo al tempo stesso. Più semplicemente: la modernità, prima, e la postmodernità, dopo, hanno combattuto l’irruzione del sacro nel tempo (le feste religiose) per poi finire con l’intento ossessivo e ansiogeno di dare un significato laico al tempo, fino -come avviene ora- a dedicare un giorno per tutto. C’è solo l’imbarazzo della scelta: giorno dell’allegria, della pace, della gentilezza, degli animali, del gatto, del cane

Tutto questo cosa vuol dirci? Meglio: cosa descrive? Una perdita significativa della speranza.

La speranza, ovviamente, non è solo una virtù teologale, ma anche un sentimento umano. Sperare di migliorare anche con le proprie forze, sperare che ci sia qualcuno che possa aiutarci, sperare che la scienza possa risolvere alcune malattie, sono sentimenti del tutto naturali. Ma la speranza umana se non si orienta e non si completa nella Speranza divina (virtù teologale) si mostra monca e tende ad “impazzire”.

L’ “impazzimento” a cui alludiamo è quello di ricordarci ossessivamente di essere capaci di risolvere personalmente o socialmente tutto. Da qui l’ “ansia” di dedicare ogni giorno per qualcosa, illudendosi ingenuamente che in quel giorno si possa prefigurare utopisticamente un mondo senza quel problema o a favore di qualcuno o di qualcosa.

Una volta era l’anno liturgico, erano le feste religiose, a ricordare direttamente e indirettamente agli uomini determinati problemi. Le stesse prediche domenicali svolgevano questo ruolo. Se nella Messa si leggeva il brano del Buon Samaritano, il sacerdote nell’omelia catechizzava i fedeli ad essere caritatevoli dinanzi alle sofferenze altrui.

Insomma, tutto era relegato e fondato sulla presenza di chi potesse davvero aiutare (l’Onnipotente), nella chiara convinzione che ogni problema ed ogni questione, per quanto diversa, trovasse nell’invocazione la sua soluzione e la sua paziente accettazione.

Oggi, caro pellegrino, mancando questo, la speranza si è banalizzata nella fantasia di “temporalizzare” categorie umane, specie animali, problemi sociali, con la pretesa di invitare a ricordare, eventualmente a risolvere, facendo unicamente appello alle proprie forze.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri  

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