Ti spieghiamo perché solo il Cristianesimo ha una ragionevole concezione dell’aldilà

L’originalità del Cristianesimo è di concepire la realtà naturale e quella soprannaturale non come realtà separate, ma nemmeno come realtà unite in maniera confusa. Il Cristianesimo concepisce queste due realtà come distinte.

Questo è possibile perché nel Cristianesimo il rapporto tra natura e soprannatura non è né all’insegna dell’univocità né dell’equivocità, bensì dell’analogia.

 Univocità in termini filosofici vuol dire credere nella perfetta identità tra due realtà; equivocità, nella totale differenza; analogia, invece, nella somiglianza.

Concepire il rapporto tra natura e soprannatura all’insegna dell’univocità vuol dire annullare la specificità e la gratuità della realtà soprannaturale e quindi della Grazia. Concepire, invece, il rapporto tra natura e soprannatura all’insegna dell’equivocità vuol dire rendere la realtà naturale completamente autosufficiente e legislatrice di se stessa.

Nel primo caso abbiamo come conseguenza le varie teologie della secolarizzazione, ovvero la convinzione della non gratuità della Grazia e quindi della necessaria e automatica salvezza dell’uomo. Nel secondo caso abbiamo come conseguenza il laicismo, l’agnosticismo e quindi eventualmente il fideismo.

Adesso però vediamo cosa questi due errori causano nella concezione della vita ultraterrena. Fermo restando che quando parliamo di vita ultraterrena non intendiamo la realtà soprannaturale, essendo, questa, solo riferibile a Dio. Dunque, dicevamo: cosa questi due errori (univocità ed equivocità) causano nel modo di concepire l’al-di-là?

La prospettiva univoca fa sì che si concepisca la vita ultraterrena come una sostanziale continuità della vita terrena. E’ il caso del paradiso islamico. Questa soluzione però non soddisfa, perché -come dice anche papa Benedetto XVI nella Spe salvi– all’uomo una vita come questa, prolungata all’eternità, non può soddisfare (cfr.n.10).

La prospettiva equivoca, invece, fa sì che si concepisca la vita ultraterrena come qualcosa di totalmente diverso rispetto alla vita terrena e come un totale annullamento di questa, ovvero come una perdita totale di ciò che si è espresso (per esempio, l’individualità) e quindi di ciò che affettivamente si è costruito. E’ il caso di come le religioni orientali concepiscono l’esistenza (meglio sarebbe dire la ‘non-esistenza) dopo la morte. Il Nirvana -per esempio- non è un ‘paradiso’, ma un non-luogo, una non-vita, insomma un vero e proprio “vuoto”.

La prospettiva analoga (che è quella cristiana), da una parte, risolve la questione di una banalizzazione della vita ultraterrena, un modo cioè di concepire questa vita come una semplice prosecuzione e che quindi è incapace di costituire reale aumento di gioia; dall’altra, evita la deriva di una vita ultraterrena che impietosamente annulli tutto ciò che nella vita si è costruito e che quindi non si ponga, anche, come restituzione di tutto l’ “umano”.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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