Un frutto del politicamente corretto britannico: nelle carceri dilaga il jihad

da occhidellaguerra.it – Autore: Lorenzo Vita

Non è una novità che il Regno Unito sia un Paese dalle mille contraddizioni. La minaccia del terrorismo islamico, unita alla radicalizzazione e al radicamento di alcune minoranze nelle periferie delle metropoli, ha reso evidente la necessità di adottare misure urgenti per contrastare il fenomeno dilagante dello jihadismo. Eppure, nonostante il numero di attentati, i morti e soprattutto i continui allarmi, anche da parte dell’intelligence di Sua Maestà, il sistema sembra quasi incapace di reagire in maniera efficace a un problema che ormai va ritenuto a tutti gli effetti endemico all’interno del tessuto sociale britannico. Al contrario, quello che appare da alcuni esempi di cronaca, dimostra semmai l’esatto opposto: che, nonostante la palese crescita della minaccia terroristica, i sistemi di sicurezza pubblica, d’intelligence e giudiziario, navighino a vista e senza essere in grado di colpire le centrali di reclutamento del terrorismo.

Le carceri britanniche non sono da meno, ed anzi, sono per certi versi lo specchio di quanto detto. Secondo quanto riporta il Telegraph, che cita fonti del ministro della Giustizia di Londra, soltanto nel 2017 sono stati rinvenuti nelle prigioni del Regno ben 56 libri con materiale estremista, incitante all’odio o alla stessa guerra terroristica. Un numero che fa riflettere se si pensa che nel 2016, le pubblicazioni dello stesso tipo trovate nelle galere britanniche furono la metà. Il numero può sembrare irrilevante. Si potrebbe pensare che in fondo 56 libri su un totale di 86mila detenuti (fonte del ministero della Giustizia) non è un dato indicativo di un problema jihadista nelle carceri. È però un problema serio se questi testi non solo non hanno avuto un controllo precedente, ma se sono stati addirittura autorizzati ad entrare in carcere grazie alle linee-guida degli ultimi governo del Regno. E questa situazione era già stata denunciata da un ex-direttore di prigioni, Ian Acheson, il quale aveva segnalato al governo Cameron l’assoluta necessità di contrastare il crescente fenomeno della radicalizzazione in carcere dei detenuti che nulla avevano a che fare con il terrorismo quando erano entrati in carcere. “La radicalizzazione in carcere è un pericolo reale e presente che abbiamo visto crescere esponenzialmente” disse già lo scorso anno Acheson al The Daily Telegraph “i portatori di ideologie dell’odio prenderanno ogni tipo di vantaggio dagli spazi lasciati dal governo britannico. Il servizio penitenziario ha l’obbligo di bloccare questo fenomeno e fermare il politicamente corretto che ha impedito un’azione decisiva contro l’estremismo in tutto questo tempo”.

Quello che risulta evidente è la connivenza ormai acclarata fra sistema carcerario britannico e predicatori di radicalismo islamico. Un rapporto perverso già portato alla luce da alcune importanti inchieste giornalistiche. Ma finora si è fatto molto poco. Già nel 2016, Michael Gove, allora segretario di Stato per la giustizia, ordinò controlli a tappeto in tutte le prigioni e furono rivenuti questi materiali estremisti nelle sale di preghiera autorizzate, in cui però il controllo delle guardie carcerarie era minimo. I testi incitanti all’odio, all’uccisione degli infedeli e anche contro la stessa società britannica, circolavano liberamente fra i giovani e gli adulti che frequentavano il luogo di culto. E dal momento che i detenuti islamici nelle carceri del Regno Unito rappresentano il 15 per cento della popolazione totale dei detenuti, il dato non era da sottovalutare. Inoltre, non va tralasciato il collegamento di questa circolazione di libri estremisti con organizzazioni terze ed internazionali che raccolgono fondi proprio per questo genere di attività. Un’inchiesta del Times rivelò ad esempio che molti degli imam delle carceri erano legati all’attività della Deobandi, un’organizzazione musulmana conservatrice di origine indo-pakistana e che oggi forma l’80% circa degli imam delle moschee di tutto il Regno Unito. Tra questi materiali, alcuni incitavano non solo alla sottomissione della donna, ma anche a non avere amici fra i cristiani e gli ebrei per evitare “contaminazioni”.

Il dato fa riflettere perché nel Regno ci sono già 12.328 detenuti musulmani. Di questi solo più di un centinaio sono stati condannati per terrorismo, e la loro rieducazione – come del resto la rieducazione di tutti gli jihadisti in Europa – non dà alcun frutto. Ma il problema sono soprattutto i prigionieri “vulnerabili” a queste idee. Sono i detenuti per lo più giovani, per reati minori, che si trovano a contatto con persone dal forte carisma, che presentano loro una nuova prospettiva di vita dentro e fuori dal carcere e che diventano per questi ragazzi un esempio ma anche una guida. Il sistema carcerario britannico, ma in genere quello occidentale, sono oggi costretti a fare conti con il fatto che la prigione è divenuta una centrale di islamismo di fondamentale importanza, specialmente perché capace di catturare molte reclute nel momento di loro maggiore debolezza. Il politicamente corretto, come segnalato appunto da Acheson, dovrebbe lasciare il passo a nuove leggi, se non si vuole che catturando jihadisti si ottenga l’esatto opposto, e cioè far dilagare ancora di più il terrore.

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