USA e Arabia Saudita se ne facciano una ragione: Assad ha vinto

Un interessante articolo selezionato e ridotto per voi dal sito occhidellaguerra.it, a firma di Matteo Carnieletto

L’aria che si respirava lo scorso dicembre a Damasco era di assoluta tranquillità. I new jersey sparsi negli snodi centrali della città per evitare attacchi terroristici erano e sono ancora necessari. Le macchine zigzavano per dirigersi verso il centro e i militari controllavano con una precisione maniacale ogni automobile. Gli errori non erano ammessi. C’era in ballo la vita non solo dei militari stessi, ma anche quella di tutti i civili che passeggiavano per le strade. Oggi, a quasi un anno dalla mia visita a Damasco, ritrovo gli stessi new jersey per fermare i terroristi nelle principali vie di Milano, Roma e Torino. Con un po’ di ipocrisia, quando i jihadisti 

Lo scorso dicembre a Damasco si pensava che la guerra sarebbe finita entro la primavera. Una previsione un po’ troppo ottimistica, ma rivelatrice di un fatto: Bashar al Assad stava vincendo la guerra in Siria.

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 La presenza dei terroristi in Siria, infatti, si è notevolmente ridotta. Secondo quanto ha fatto sapere ieri il generale Igor Korobov, in Siria ci sarebbero più di 15mila jihadisti legati a Jabhat al Nusra, concentrati principalmente nella zona di Idlib, e 9mila terroristi dell’Isis che si trovano “nella parte centrale del Paese e nelle aree orientali della repubblica che confinano con l’Iraq, soprattutto lungo il fiume Eufrate”.

Un prete armeno, originario della Siria, una volta mi disse: “Prima della rivoluzione, non si poteva chiedere a una persona a che religione appartenesse. E non perché fosse scortese, ma perché era proibito”. Questo era il Paese mediorientale prima del conflitto. Una fetta di terra in cui uomini di fedi diverse riuscivano a vivere assieme senza odiarsi. Le rivolte del 2011 hanno provato a cancellare questo modo di vivere. Arabia Saudita, Qatar e Emirati hanno inviato in Siria migliaia di terroristi che, assieme alla morte, hanno sparso a piene mani anche il germe dell’integralismo islamico. Nel frattempo i curdi, che hanno visto la barbarie delle bandiere nere, hanno imbracciato il fucile per difendersi e per rilanciare quel loro antico sogno di un Kurdistan indipendente. Ora la Siria rischia di essere frammentata, divisa in zone di influenza. O, meglio, rischiava di finire così fino a poco tempo fa. 

A livello diplomatico, Mosca e Damasco hanno fatto moltissimo. Proprio qualche giorno fa, il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha fatto sapere di essere disposto a lavorare con la Russia per una “Siria unita”. Una apertura non da poco se si tiene presente che Usa e Arabia Saudita hanno appena chiesto alle opposizioni di riconoscere il ruolo di Assad nel futuro della Siria.

Il presidente siriano – e questo è il messaggio che viene da Washington e Riyad- è ormai intoccabile. La stampella russa e sciita (Iran e Hezbollah) è stata fondamentale per tenere in piedi non solo il presidente siriano, ma anche il sistema-Paese.

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Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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