Venerdì Santo (Liturgia)

Gesù condannato da Caifa

Il sole è sorto su Gerusalemme; ma i pontefici e i dottori della legge non hanno aspettato la luce per sfogare il loro odio contro Gesù. L’augusto prigioniero prima è ricevuto da Anna, il quale a sua volta lo fa condurre da Caifa suo genero. L’indegno pontefice ha voluto assoggettare ad un interrogatorio il Figlio di Dio; e solo perché non risponde è oltraggiato con uno schiaffo da uno dei servi. Falsi testimoni, da loro istruiti, sono venuti ad attestare menzogne in faccia a colui ch’è la Verità; ma le loro deposizioni discordano. Allora il gran sacerdote, accorgendosi che il sistema adottato per convincere Gesù di bestemmia non è servito ad altro che a smascherare i complici della sua frode, tenta di strappare dalla stessa bocca del Salvatore la confessione d’un delitto che lo potrà rendere passibile di pena davanti alla Sinagoga: “Ti scongiuro per il Dio vivo di rispondere: Sei tu il Cristo, Figlio di Dio benedetto?” (Mt 26,63; Mc 14, 61).

Tale è l’interpellanza che il pontefice rivolge al Messia. Finalmente Gesù, volendo insegnarci il rispetto dovuto all’autorità, cui da tanto tempo ne aveva conservato i titoli, esce dal suo silenzio e con fermezza risponde: “Sì, lo sono; e vedrete il Figlio dell’uomo assiso alla destra della potenza di Dio venire sulle nubi del cielo” (Mc 14,62). Allora il sommo sacerdote, stracciatesi le vesti, esclama: “Ha bestemmiato! che bisogno abbiamo più di testimoni? Avete sentita la bestemmia? che ve ne pare?”. E da ogni angolo della sala si grida: “È reo di morte!”.

Il Figlio di Dio è venuto sulla terra per ridare la vita all’uomo, caduto nell’abisso della morte; ed ora, per un orribile capovolgimento, è l’uomo che, in ricambio d’un tal beneficio, osa tradurre in tribunale il Verbo eterno, giudicandolo degno di morte. E Gesù tace, non incenerisce col fuoco della sua collera questi uomini tanto audaci ed ingrati! Ripetiamo in questo momento le parole, con le quali la Chiesa Greca interrompe spesso la lettura odierna della Passione : “Gloria alla tua pazienza, o Signore!”.

Scena d’insulti

All’esplodere del grido: “è reo di morte”, le guardie del sommo sacerdote s’avventano contro Gesù e gli sputano in faccia e, bendatolo, lo percuotono di schiaffi e gli domandano: “Profeta, indovina chi t’ha percosso” (Lc 22,64). Ecco gli onori della Sinagoga al Messia, da lei atteso con tanta fierezza! La penna trema ed esita nel ripetere la descrizione degli oltraggi fatti al Figlio di Dio; e siamo appena all’inizio degli affronti subiti dal Redentore.

Il rinnegamento di Pietro

Frattanto, una scena più dolorosa al cuore di Gesù avviene fuori del Sinedrio, nel cortile del sommo sacerdote: Pietro, introdottosi là dentro, litiga coi servi e le guardie, che l’hanno riconosciuto per un galileo seguace di Gesù. L’Apostolo, sconcertato e temendo della sua vita, rinnega codardamente il suo Maestro ed osa protestare con giuramento che neppure conosce quell’uomo. Triste esempio del castigo che merita la presunzione! Ma, oh misericordia di Gesù! quando le guardie del sommo sacerdote lo fanno passare là ove stava l’Apostolo infedele, gli rivolge uno sguardo di rimprovero e di perdono. Pietro si confonde, piange ed esce subito da quella casa maledetta. Immerso in un profondo dolore, non si consolerà fino a che non rivedrà il Maestro risuscitato e trionfante. Sia perciò, questo discepolo peccatore e convertito, il nostro modello in queste ore dolorose in cui la santa Chiesa ci offre lo spettacolo delle sofferenze sempre più gravi del nostro Salvatore! Pietro, temendo la propria debolezza, fugge; ma noi dobbiamo restare fino alla fine, senza timori, affinché Gesù, che intenerisce i cuori più duri, si degni rivolgere anche a noi un suo sguardo!

I prìncipi dei sacerdoti vedendo che comincia a farsi giorno, si preparano a tradurre Gesù davanti al governatore romano. Hanno istruito il suo processo come quello d’un bestemmiatore; ma non è in loro potere applicargli la legge di Mosè, secondo la quale dovrebbe essere lapidato. Gerusalemme non è più libera: non è più governata dalle sue leggi; il diritto di vita o di morte dovrà essere esercitato dai suoi dominatori, e sempre nel nome di Cesare. Come non ricordarsi in questo momento, i pontefici e i dottori dell’oracolo di Giacobbe morente, che preannunciò l’avvento del Messia, quando sarebbe stato tolto lo scettro a Giuda? Ma una nera invidia li ha traviati, e non s’accorgono che il trattamento cui vogliono assoggettare il Messia è già descritto nelle antiche profezie, ch’essi hanno studiato e di cui si dicono i custodi.

La disperazione di Giuda

La “voce sparsa nella città, che Gesù è stato catturato questa notte e che sta per essere tradotto davanti al governatore, giunge alle orecchie di Giuda traditore. Il miserabile amava il denaro, ma non aveva motivo di desiderare la morte del Maestro. Egli conosceva il potere soprannaturale di Gesù, e forse si lusingava che il risultato del suo tradimento sarebbe stato prontamente impedito da chi aveva sulla natura e sugli elementi un potere irresistibile. Ma ora che vede Gesù nelle mani dei crudeli nemici, e che tutto annuncia una tragica fine, un violento rimorso s’impadronisce di lui; corre al Tempio e getta ai piedi dei prìncipi dei sacerdoti il denaro ch’era stato il prezzo del suo sangue. Si direbbe che quest’uomo sia convertito è vada ad implorare perdono: ma, ahimè! niente di tutto questo. L’unico sentimento che gli rimane è la disperazione, e s’affretta a porre fine ai suoi giorni. Il ricordo di tutti i richiami che Gesù fece sentire al suo cuore, ieri, durante la Cena, e questa notte al Getsemani, lungi dall’infondergli fiducia, non fa altro che accasciarlo di più; e appunto perché ha dubitato di quella misericordia, che tuttavia doveva conoscere, si precipita verso l’eterna dannazione proprio quando comincia a scorrere il sangue che lava ogni delitto.

Gesù davanti a Pilato

Ora i prìncipi dei sacerdoti, trascinandosi dietro Gesù in catene, si presentano al governatore Pilato, chiedendo d’essere ascoltati sopra una causa criminale. Pilato compare e domanda loro con aria seccata: “Che accusa portate contro quest’uomo? – Se non fosse un malfattore non te l’avremmo consegnato”, risposero. Nelle parole del governatore già si nota disprezzo e disgusto, ed impazienza nella risposta dei prìncipi dei sacerdoti. Forse Pilato s’infastidisce al pensiero di dover fare il ministro delle loro vendette, quindi dice loro: “Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. – Ma noi, replicarono quegli uomini sanguinari, non abbiamo diritto di dar morte ad alcuno” (Gv 18,29-31).

Allora Pilato, ch’era uscito fuori dal Pretorio per rispondere ai nemici di Gesù, rientra ed ordina che lo si conduca davanti a lui. Si trovano di fronte il Figlio di Dio e il rappresentante del mondo pagano. “Sei tu il re dei Giudei? domanda Pilato. – Il mio regno non è di questo mondo, risponde Gesù: se fosse di questo mondo il mio regno, i miei ministri, certo, lotterebbero perché non fossi dato in mano dei Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù. – Dunque sei re? insiste Pilato. – Tu lo dici, io sono re”, conferma il Salvatore. Confessata la sua augusta dignità, l’Uomo-Dio cerca di elevare questo Romano al di sopra degli interessi volgari della sua posizione, additando che esiste per l’uomo uno scopo più degno della ricerca degli onori della terra: “Per questo son venuto al mondo, a rendere testimonianza alla Verità. Chi è per la verità ascolta la mia   voce. – Che cos’è la verità?” gli domanda Pilato; e senz’aspettare la risposta, desideroso di farla finita, lascia Gesù e compare di nuovo davanti agli accusatori e dice loro: “Io non trovo in lui colpa alcuna” (ivi, 33-38).

Questo pagano credeva di ravvisare in Gesù il dottore d’una setta giudaica, i cui insegnamenti non valeva la pena d’ascoltare; d’altra parte, pensava, è un uomo innocuo, è quindi ingiusto cercare in lui un uomo pericoloso.

Davanti ad Erode

Ma non appena Pilato espresse un simile giudizio a favore di Gesù, un cumulo di accuse fu lanciato contro il Re dei Giudei dai prìncipi dei sacerdoti. All’udire tante atroci menzogne, Gesù tace; e il governatore, sorpreso, l’interroga: “Non senti di quante cose ti accusano?” (Mt 27,13). Una simile disinteressata domanda non distoglie Gesù dal suo nobile silenzio; ma da parte dei suoi nemici provoca uno scoppio di. rabbia: “Solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dalla Galilea, dove ha cominciato, fino a qui” (Lc 23,5). Al sentire la Galilea, Pilato crede d’aver trovato uno spiragliodi luce. Erode, tetrarca di Galilea, attualmente si trova a Gerusalemme; e Gesù è suo suddito: è meglio consegnarlo a lui; la cessione d’una tal causa criminale non solo toglierà d’imbarazzo il governatore romano, ma ristabilirà la buona armonia tra lui ed Erode.

Perciò il Salvatore viene condotto per le vie di Gerusalemme, dal Pretorio al palazzo di Erode. I nemici lo accompagnano ardendo di rabbia, mentre Gesù continua a tacere. Là altro non trovava che il disprezzo del misero Erode, l’uccisore di Giovanni Battista; e poco dopo gli abitanti di Gerusalemme lo rivedono per le strade vestito da pazzo e di nuovo trascinato al Pretorio.

Barabba

Al ritorno inatteso dell’accusato, Pilato rimane turbato; tuttavia crede di aver escogitato un nuovo mezzo per sbarazzarsi dell’odiosa causa. La festa di Pasqua gli dà occasione di graziare un condannato; proverà a fare accordare questo favore a Gesù. La folla s’è ammutinata fuori del Pretorio; basterà mettere a confronto Gesù, lo stesso Gesù che la città aveva salutato con trionfo alcuni giorni fa, con Barabba, il malvivente che Gerusalemme ha in orrore: e la scelta non potrà non favorire Gesù. “Chi volete che vi liberi, chiede Pilato, Gesù o Barabba?”. La risposta non si fa attendere, e voci tumultuose gridano: “Non Gesù, ma Barabba! – Che devo dunque fare di Gesù, replica impressionato il governatore. – Crocifiggilo! – Ma che male ha fatto? lo castigherò e lo rimanderò. – No! sia crocifisso!”.

La flagellazione

Il tentativo del debole governatore è fallito, e la situazione s’è fatta ancora più critica. Invano ha cercato d’abbassare l’innocente al livello d’un malfattore; la passione d’un popolo ingrato e ribelle non ne ha fatto nessuna considerazione. Pilato arriva a promettere che infliggerà a Gesù un castigo atroce, nell’estremo tentativo di spegnere un po’ la sete di sangue che divora quella plebaglia; ma non ottiene altro che un nuovo grido di morte.

Non andiamo più oltre senza offrire al Figlio di Dio una degna ammenda per l’oltraggio di cui è stato fatto segno. Paragonato ad un uomo infame, si preferisce, questi non lui; e se Pilato tenta per compassione di salvargli la vita, lo fa a condizione di fargli subire cotesto ignobile confronto, e ne risulta una perdita. Le voci che cantavano Osanna al Figlio di Dio, pochi giorni fa, si sono tramutate in urli feroci; per cui il governatore, temendo una sedizione, assicura di punire colui ch’egli stesso ha riconosciuto innocente.

Gesù dunque viene consegnato alla soldatesca per essere flagellato. Viene spogliato con violenza delle sue vesti, e lo si lega alla colonna che serviva per tali torture. Le sferzate più crudeli straziano tutto il suo corpo, ed il sangue cola sulle sue divine membra. Raccogliamo questa seconda effusione di sangue del nostro Redentore, con la quale Gesù espia per l’umanità intera i piaceri peccaminosi della carne. Per mano dei Gentili subisce tale martirio; i Giudei glielo consegnano, i Romani eseguiscono: tutti noi siamo complici del deicidio.

La coronazione di spine

Finalmente la soldataglia è stanca di percuoterlo; i carnefici sciolgono la vittima: ne sentiranno forse compassione? Tutt’altro! a tanta crudeltà aggiungono una derisione sacrilega. Gesù s’è detto Re dei Giudei: ebbene, i soldati prendono lo spunto da questo titolo per inventare una nuova forma di oltraggio. Ad un re spetta la corona; e i soldati ne imporranno una al Figlio di David: intrecciano in fretta una corona con rami d’arbusti spinosi, gliela calcano sul capo, e per la terza volta scorre il sangue di Gesù. Poi, per completare l’ignominia, i soldati gli buttano sulla spalle un mantello di porpora e gli mettono in mano una canna, a guisa d’uno scettro. Indi s’inginocchiano davanti a lui e lo salutano dicendo: “Ave, Re dei Giudei!”. Ed accompagnano l’ingiurioso omaggio con sputi e schiaffi sul volto dell’Uomo-Dio; ogni tanto gli strappano la canna dalle mani e gliela sbattono in testa, per premere sempre di più le spine di cui è formata la corona.

Omaggio riparatore

A tale spettacolo il cristiano si prostra con doloroso rispetto e, a sua volta, dice: “Ave, Re dei Giudei! Veramente sei Figlio di David, e perciò, nostro Messia e Redentore. Israele ti nega la regalità che prima aveva proclamato; la gentilità ha una ragione di più per oltraggiarli; però non con la giustizia tu regnerai su Gerusalemme, che non tarderà a sentirsi schiacciata sotto il tuo scettro vendicatore; ma regnerai con la misericordia sui Gentili, i quali fra poco saranno dagli Apostoli portati ai tuoi piedi. Frattanto, degnati di ricevere il nostro omaggio e la nostra sudditanza: oggi stesso regna sui nostricuori e sull’intera nostra vita”.

Ecce Homo

Gesù viene condotto a Pilato così come l’ha ridotto la crudeltà dei soldati; il governatore si tien certo che la vittima, ridotta agli estremi, otterrà grazia davanti al popolo, e, accompagnando il Salvatore sopra una loggia del palazzo, lo mostra alla moltitudine dicendo: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5). Parola più profonda di quello che credesse Pilato! Difatti non disse: Ecco Gesù, né: ecco il Re dei Giudei; ma usò un’espressione generica senza conoscerne il mistero, e della quale solo il cristiano può comprendere la portata.

Il primo uomo, ribellandosi a Dio col peccato, aveva sovvertito tutta l’opera del Creatore: in castigo della superbia e della concupiscenza, la carne aveva asservito lo spirito; anche la terra, in segno di maledizione, non produceva che triboli e spine. Ma ecco apparire il nuovo uomo, che porta con sé non la realtà, ma la rassomiglianza col peccato; ed in lui l’opera del Creatore riacquista la prima armonia, ma la riacquista con la forza. Per mostrarci che la carne deve essere asservita allo spirito, la sua è lacerata da flagelli; per provare che la superbia deve far posto all’umiltà, cinge la sua testa d’unacorona formata dalle spine di questa terra maledetta. L’uomo nuovo trionfa con lo spirito sui sensi e con l’avvilimento della superba volontà sotto il giogo della sentenza: ecco l’uomo.

Gesù e Pilato

Israele è come una tigre: la vista del sangue irrita la sua sete, e non sarà contento finché non vi si immerga. Appena vede la sua vittima insanguinata, con nuovo furore grida: “Sia crocifisso! sia crocifisso! – Ebbene, dice Pilato, pigliatelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui colpa alcuna”. Ma intanto, per suo ordine, l’ha ridotto in uno stato che, per sé, gli può causare la morte. La sua debolezza non approderà ancora a nulla. I Giudei insistono appellandosi al diritto che i Romani lasciano ai popoli conquistati: “Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge deve morire, perché s’è fatto Figlio di Dio”. A questo reclamo Pilato si turba; rientra nella sala con Gesù e gli domanda: “Donde sei tu?”. Gesù non gli risponde, perché non era degno che gli rendesse conto della sua divina origine. Pilato si stizzisce e lo rimprovera: “Non mi parli? Non sai che ho potere di liberarti o di crocifiggerti?”. Solo allora Gesù risponde, e lo fa per insegnarci che ogni potere d’autorità, anche quello degl’infedeli, viene da Dio, e non da ciò che si chiama pattosociale: “Tu non avresti alcun potere sopra di me, se non ti fosse dato dall’alto. Per questo, chi mi ha consegnato nelle tue mani è più colpevole di te” (Gv 19,11).

La nobiltà e la dignità di tali parole soggiogano il governatore, il quale tenta ancora una volta di salvare Gesù. Ma gli schiamazzi del popolo penetrano di nuovo nella sua casa: “Se rimetti costui, gli dicono, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re si mette contro Cesare”. A queste parole Pilato, cercando un’ultima volta di muovere a compassione il popolo furibondo, esce fuori di nuovo e, sedendosi all’aperto tribunale, si fa condurre Gesù: “Ecco, dice loro, il vostro re; come può Cesare temere qualche cosa da lui?”. Ma quelli raddoppiano gli schiamazzi : “Via! toglilo dinanzi! mettilo incroce! – Ma, dice il governatore, simulando di non temere la gravità del pericolo, dovrò dunque crocifiggere il vostro re?”. Ed i Pontefici rispondono: “Non abbiamo altro re che Cesare”.

Parola indegna, che, uscendo dal tempio, avverte i popoli che la fede è in pericolo; parola anche di condanna a Gerusalemme, perché, se non ha altro re che Cesare, vuol dire che lo scettro non è più in mano a Giuda, ed è arrivato il tempo messianico.

Gesù condannato da Pilato

Pilato, vedendo che la sedizione è giunta al colmo, e che la sua responsabilità di governatore è minacciata, si decide d’abbandonare Gesù nelle mani dei suoi nemici; e proclama a malincuore la sentenza, che gli procurerà un tale rimorso da cercare subito di liberarsene col suicidio. Traccia di suo pugno sopra una tavoletta, con un pennello, l’iscrizione che sarà collocata in cima alla croce, sopra la testa di Gesù; e, per colmo d’ignominia, concede pure all’astio dei nemici del Salvatore, che due ladroni vengano crocifissi a suo fianco, poiché occorreva che s’adempisse anche la profezia: “Saràannoverato tra i malfattori” (Is 53,12). Infine, lavandosi pubblicamente le mani, nello stesso momento che contamina l’anima col più nefando delitto grida verso il popolo: “Io sono innocente del sangue di questo giusto: pensateci voi”; e tutto il popolo assetato di questa brama, risponde: “Il sangue di lui cada su di noi e sui nostri figli” (Mt 27,24-25). In quel momento il marchio del parricida s’impresse sulla fronte del popolo ingrato e sacrilego, come una volta su quella di Caino, che diciannove secoli di schiavitù, di miseria e d’infamia non hanno ancora cancellato.

Su noi, figli della gentilità, s’è posato, quale misericordiosa rugiada il sangue divino; ebbene, rendiamo grazie alla bontà del Padre celeste, che “ha tanto amato il mondo da darci il suo unico Figliolo” (Gv 3,16); e ringraziamo anche l’amore dell’unico Figliolo di Dio, il quale, sapendo che tutte le nostre sozzure potevano essere lavate solo nel suo sangue, oggi ce lo elargisce fino all’ultima goccia.

La Via dolorosa

Qui comincia la Via dolorosa, ed il Pretorio di Pilato, dove risuonò la sentenza contro Gesù, ne è la prima stazione. I Giudei s’impossessano del Redentore per autorizzazione del governatore; i soldati gli gettano le mani addosso e lo conducono fuori del cortile pretoriale; gli strappano il mantello di porpora e lo coprono delle vesti che gli avevano tolte per flagellarlo; quindi lo caricano della croce sulle spalle lacerate. Il luogo dove il novello Isacco ricevette l’albero del suo sacrificio è designato come la seconda Stazione. La truppa dei soldati, rinforzata dai carnefici, dai prìncipi dei sacerdoti, dai dottori della legge e da una moltitudine immensa, si mette in cammino. Gesù avanza sotto il peso della croce; ma presto, spossato dalle perdite di sangue e da ogni sorta di patimenti, non regge più, e, cadendo sotto quel peso, segna la terza Stazione.

L’incontro di Gesù con Maria

I soldati rialzano brutalmente il divino prigioniero, che soccombeva più sotto il peso dei nostri peccati che sotto lo strumento del suo supplizio. Ha appena ripreso il suo vacillante cammino, quando si presenta improvvisamente ai suoi sguardi la desolata madre. La donna forte è venuta ad incontrare il Figlio: vuole vederlo, seguirlo, unirsi a lui finché non esalerà l’ultimo respiro; il suo amore materno è invincibile. Il suo dolore oltrepassa ogni espressione umana; le agitazioni di questi ultimi giorni l’hanno spossata; non c’è sofferenza del Figlio che non le sia stata divinamente manifestata, ed alla quale lei non si sia associata, sopportandole tutte, ad una ad una. Come può più rimanere nascosta? Il sacrificio è in atto, s’avvicina la consumazione: deve unirsi assolutamente al Figlio e nessuna forza la potrà trattenere. È con lei la Maddalena in lacrime, e vi sono pure: Giovanni, Maria madre di Giacomo e Salomè; essi piangono il Maestro ma lei piange il Figlio. Gesù vede la Madre sua, ma non può consolarla; e tutto questo non è che l’inizio dei dolori! Il sentimento d’angoscia che prova in questo momento il cuore della più tenera delle madri opprime ancora di più il cuore del più amante dei figli. Ma non per questo i carnefici che gli sono ai fianchi accorderanno un sol momento di ritardo nel loro cammino, in favore della madre d’un condannato; se vuole, si trascini pure dietro al fatale corteo: è già molto se non la cacciano via; e l’incontro di Gesù con Maria sullavia del Calvario indicherà per sempre la quarta Stazione.

Il Cireneo

C’è ancora molta strada da fare, perché, secondo la legge, i criminali dovevano essere suppliziati fuori le porte della città. I Giudei temono che la vittima venga a mancare prima d’arrivare al luogo del sacrificio; perciò, vedendo tornare dalla campagna un uomo chiamato Simone di Cirene, lo fermano e, per un crudele sentimento di umanità verso Gesù, lo costringono a condividere con questi la fatica di portare lo strumento della salvezza del mondo. L’incontro di Gesù con Simone Cireneo consacra la quinta Stazione.

Il Volto Santo

Di lì a pochi passi, un fatto inatteso viene a colpire di meraviglia e di stupore fin’anche i carnefici: una donna attraversa la folla, sguscia tra i soldati e si precipita ai piedi del Salvatore. Ella stringe fra le mani un velo spiegato, e, tutta tremante, asciuga il volto di Gesù reso irriconoscibile dal sangue, dal sudore e dagli sputi. Essa però l’ha riconosciuto, perché lo ama, e non ha temuto d’esporre la propria vita per procurargli un leggero sollievo. Il suo amore sarà ricompensato: il volto del Redentore, impresso per miracolo su quel velo, sarà d’ora in poi il suo più ricco tesoro; e, col suo atto coraggioso avrà la gloria di costituire la sesta Stazione della Via Crucis.

Compassione di Gesù per Gerusalemme

Ma quanto più Gesù s’avvicina alla mèta fatale, tanto più le sue forze lo abbandonano. Un improvviso abbattimento segna, con la seconda caduta della vittima, la settima Stazione. I soldati lo rialzano con violenza, e riecco Gesù sul sentiero che bagna col suo sangue. Tanti indegni maltrattamenti strappano grida di dolore ad un gruppo di donne, che, mosse da compassione verso Gesù, lo seguivano fra i soldati, sfidando i loro insulti. Gesù, intenerito dalla condotta di queste donne che, nella debolezza del loro sesso, mostravano più grandezza d’animo che non tutto insieme il popolo diGerusalemme, si degna di rivolgere loro uno sguardo di bontà, e riprendendo tutta la dignità del suo linguaggio profetico, in presenza dei prìncipi dei sacerdoti e dei dottori della legge, preannuncia il terribile castigo che seguirà al misfatto di cui esse sono testimoni e che deplorano con tante lacrime: “Figlie di Gerusalemme! dice loro in quello stesso luogo che viene rialzato nell’ottava Stazione; Figlie di Gerusalemme! non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figlioli, perché, ecco, verranno giorni in cui si dirà: Beate le sterili e i seni che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato! Allora si metteranno a dire alle montagne: Cadeteci addosso; e alle colline: Ricopriteci. Che se si tratta così il legno verde, che sarà del secco?” (Lc 23,28-31).

L’arrivo al Calvario

Finalmente si giunge ai piedi della collina del Calvario, che Gesù dovrà salire, prima di raggiungere il luogo del sacrificio. Ma una terza volta l’estrema fatica lo rovescia al suolo, e santifica il posto in cui i fedeli venereranno la nona Stazione. La barbara soldataglia interviene ancora una volta a far riprendere a Gesù la penosa salita, e finalmente, fra molti urti, arriva in cima al cocuzzolo che diventerà l’altare del più sacro e più potente degli olocausti.

I carnefici gli tolgono la croce e la stendono a terra, in attesa di conficcarvi la vittima. Ma prima, secondo l’uso dei Romani, praticato anche dai Giudei, offrono a Gesù una tazza di vino misto a mirra. Una tale bevanda, amara come il fiele, serviva da narcotico per addormentare entro un certo limite i sensi del paziente e diminuire i supplizi. Gesù bagna appena le labbra di questa pozione, che la consuetudine e più che il senso d’umanità gli offriva; non vuole berne, per poter assaporare coscientemente le sofferenze che si è degnato accettare per la salvezza degli uomini. Poi i carnefici gli strappano le vesti che s’erano attaccate alle piaghe e lo portano subito sul posto dove l’attende la croce. Il luogo dove Gesù fu spogliato sul Calvario ed assaggiò l’amara bevanda è indicato come la decima Stazione della Via Crucis. Le nove precedenti sono tuttora visibili nelle vie di Gerusalemme, dal Pretorio fino ai piedi del Calvario; ma quest’ultima e le quattro successive si venerano nell’interno della Chiesa del Santo Sepolcro, che nella sua vastità racchiude il teatro delle ultime scene della Passione del Salvatore.

Ma a questo punto dobbiamo sospendere la narrazione dei fatti, perché ci siamo già inoltrati abbastanza nei fatti della grande giornata; del resto dobbiamo ancora tornare sul Calvario. È ormai tempo che ci uniamo alla santa Chiesa nella funzione con la quale sta per celebrare la morte del Signore.

LA SOLENNE FUNZIONE LITURGICA  

LE LETTURE

La prima parte di questo Ufficio è dedicata alla lettura di due brani di Profezie ed al Passio. Si leggono prima alcuni versetti del profeta Osea (6,1-6), nei quali il Signore predice i suoi disegni misericordiosi verso il novello popolo, il popolo pagano, ch’era morto che fra tre giorni risusciterà col Cristo che ancora non conosce. Efraim e Giuda non saranno accolti allo stesso modo, non avendo i loro sacrifici materiali placato un Dio, che ama la misericordia e disprezza coloro che sono duri di cuore.

La seconda lettura, è tratta dall’Esodo (12,1-11), ci mette innanzi la figura dell’Agnello pasquale, per mostrarci che in questo momento il simbolo scompare davanti alla realtà. È un Agnello immacolato come Emmanuele, il cui sangue preserva dalla morte tut­ti coloro che hanno avuta la dimora segnata da lui. Esso non solo sarà immolato, ma diventerà alimento di coloro che non sono salvi per lui. È il viatico di chi si trova in cammino, e lo mangia in piedi, non avendo tempo di fermarsi nel corso rapido della vita. L’immolazione dell’antico Agnello e del nuovo è il segnale della Pasqua.

LE PREGHIERE

La santa Chiesa ha appena commemorato insieme ai suoi figli la storia degli ultimi momenti del Signore; che le resta dunque, se non imitare il divino Mediatore, che, come dice san Paolo, sulla Croce ha offerto per tutti gli uomini al Padre “preghiere e suppliche con forti grida e lacrime?” (Ebr 5,7). Perciò, fin dai primi secoli, in questo giorno, essa indirizzò alla divina Maestà una serie di preghiere, che, riferendosi a tutti i bisogni del genere umano, mostrano ch’essa è veramente la madre di tutti e la sposa amorevole del Figlio di Dio. Tutti, anche i Giudei, partecipano a questa solenne intercessione che la Chiesa presenta al Padre dei secoli, ai piedi della Croce di Gesù Cristo.

Ognuna di queste preghiere è preceduta da una spiegazione che ne annuncia l’oggetto. Quindi il Diacono invita i fedeli a mettersi in ginocchio; poi, ad un cenno del Suddiacono, subito si levano in piedi per unirsi all’invocazione del Celebrante [1].

ADORAZIONE DELLA SANTA CROCE

Fatte queste preghiere generali ed implorata da Dio la conversione dei pagani, la Chiesa, nella sua carità, ha fatto un giro di orizzonte su tutti gli abitanti della terra e sollecitato su tutti loro l’effusione del sangue divino, che in questo momento scorre dalle vene dell’Uomo-Dio. Ora di nuovo si volge ai figli cristiani, e, addolorata per le umiliazioni del Signore, li esorta ad alleggerire il peso con l’indirizzare i loro omaggi alla Croce, fino allora ritenuta infame, ma ora resa sacra; quella Croce sotto la quale egli s’incammina al Calvario e le cui braccia oggi lo sosterranno. Per Israele essa è scandalo; per i Gentili, stoltezza (1Cor 1,23); ma noi cristiani veneriamo in lei il trofeo della vittoria di Cristo e lo strumento augusto della salvezza degli uomini. Dunque è giunto il momento in cui riceverà le nostre adorazioni, per l’onore che si degnò di farle il Figlio di Dio irrorandola col suo sangue ed associandola all’opera della nostra riparazione. Non v’è giorno, né ora di tutto l’anno in cui meglio convenga tributarle i nostri doveri.

L’adorazione della Croce cominciò a Gerusalemme fin dal IV secolo. Rinvenuta la vera Croce mediante diligenti ricerche di santa Elena imperatrice, il popolo fedele aspirava a contemplare di tanto in tanto l’albero di vita, la cui miracolosa Invenzione aveva colmato di gioia tutta la Chiesa. Perciò fu stabilito che la si sarebbe esposta all’adorazione dei cristiani una volta l’anno, il Venerdì Santo. Il desiderio di vederla faceva accorrere ogni anno a Gerusalemme, per la Settimana Santa, un’immensa folla di pellegrini. Ovunque si sparse la fama di questa cerimonia; ma non tutti potevano sperare di contemplarla, fosse pure una volta sola in vita. Allora la pietà cattolica volle almeno consacrare, con un’imitazione, la vera cerimonia a cui la maggior parte non poteva assistere; e verso il VII secolo si pensò di ripetere in tutte le chiese, il Venerdì Santo, l’ostensione e l’adorazione della Croce come avveniva a Gerusalemme. Non si aveva, è vero, che la figura della vera Croce; ma, siccome gli omaggi resi il sacro legno si riferivano a Cristo stesso, i fedeli potevano in questa maniera offrirle identici onori, nell’impossibilità d’avere il vero legno che il Redentore bagnò col suo sangue. Tale è lo scopo dell’istituzione del rito che la Chiesa compie alla nostra presenza, ed alla quale invita tutti noi a prendere parte.

Il Celebrante all’altare depone il piviale e rimane seduto al suo posto. Il diacono con gli accoliti si porta in sacrestia di dove ne esce in processione con la croce. Quando giungono in chiesa, il celebran­te riceve la croce dalle mani del diacono, si porta dalla parte dell’Epistola e là, in piedi al fondo degli scalini, rivolto verso il popolo, scopre la parte superiore della croce cantando con tono di voce normale:

Ecco il legno della Croce… 

E prosegue, aiutato dai ministri, che cantano con lui:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

Allora l’assistente, in piedi, canta:

Venite, adoriamo.

Poi tutti si inginocchiano e adorano per un istante, in silenzio.

Questa prima estensione rappresenta la prima predicazione della Croce, quella che gli Apostoli fecero tra loro, quando, non avendo ancora ricevuto lo Spirito Santo, non potevano discorrere del divino mistero della Redenzione che coi discepoli di Gesù, temendo di suscitare l’attenzione dei Giudei. A significare ciò, il Sacerdote solleva solo un tantino la Croce. L’offerta di questo primo omaggio è una riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette in casa di Caifa, in cui fu schiaffeggiato dal soldato.

Quindi il Celebrante sale sulla predella dell’altare, sempre al lato destro dell’Epistola in modo che il popolo lo veda meglio. I ministri l’aiutano a scoprire il braccio destro della Croce, e, scoperta questa parte, mostra di nuovo lo strumento della salvezza, sollevandolo di più e canta con voce più alta

Ecco il legno della Croce…

Il Diacono e il Suddiacono continuano a cantare con lui:

…al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

E tutti i presenti cantano:

Venite, adoriamo.

Poi si inginocchiano e adorano in silenzio.

Questa seconda ostensione, fatta in modo più manifesto della prima, rappresenta la predicazione del mistero della Croce ai Giudei, quando gli Apostoli, dopo la discesa dello Spirito Santo, gettarono le fondamenta della Chiesa in seno alla Sinagoga, portando ai piedi del Redentore le primizie d’Israele. La santa Chiesa l’offre in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette nel Pretorio di Pilato, dove fu flagellato e coronato di spine.

Poi il Celebrante va nel mezzo dell’altare, sempre di faccia al popolo; liberando il braccio sinistro della croce con l’aiuto del Diacono e del Suddiacono, la scopre completamente, e sollevandola più in alto con voce ancora più forte, quasi di trionfo, canta:

Ecco il legno della Croce…

Ed insieme coi ministri continua:

… al quale fu sospesa la salvezza del mondo.

Sempre i fedeli cantano:

Venite, adoriamo.

Poi si inginocchiano e adorano in silenzio.

Quest’ultima ostensione rappresenta la predicazione del mistero della Croce in tutto il mondo, quando gli Apostoli, cacciati dalla totalità della nazione giudaica, si voltarono ai Gentili e predicarono il Dio crocifisso oltre i confini dell’Impero romano. Il terzo ossequio reso alla Croce è offerto in riparazione degli oltraggi che il Salvatore ricevette sul Calvario, quando fu deriso dai suoi nemici.

La santa Chiesa, mostrandoci prima la Croce coperta d’un velo che poi scompare, mentre ci dà a contemplare il divino trofeo della nostra Redenzione, vuole anche significarci l’avvicendarsi dell’accecamento del popolo giudaico, che non vede in questo legno adorabile che uno strumento d’ignominia, e la folgorante luce di cui gode il popolo cristiano, al quale la fede rivela che il Figlio di Dio, lungi dall’essere oggetto di scandalo, è, al contrario, come dice l’Apostolo, il monumento eterno della “potenza e della sapienza di Dio” (1Cor 1,24). Ormai la Croce, così solennemente issata, non rimarrà più coperta; così senza velo, attenderà sull’altare l’ora della gloriosa risurrezione del Messia. Saranno anche scoperte tutte le altre immagini della Croce che stanno sui diversi altari, ad imitazione di quella che riprenderà il suo posto di onore sull’altare maggiore.

Ma la santa Chiesa, in questo momento, non si limita ad esporre alla contemplazione dei fedeli la Croce che li ha salvati; essa anche li invita ad accostare rispettosamente le loro labbra al sacro legno. Li precede il Celebrante, e tutti verranno dopo di lui. Non contento d’aver deposto la pianeta, egli si toglie anche le scarpe, e solo dopo aver fatto tre genuflessioni s’accosta alla Croce adagiata sui gradini dell’altare. Dietro di lui s’avanzano il Diacono ed il Suddiacono, poi Clero, infine i laici.

Straordinariamente belli sono i canti che accompagnano l’adorazione della Croce. Prima s’intonano gl’Improperi, o rimproveri che il Messia rivolge ai Giudei. Le prime tre strofe di quest’Inno sono alterate dal canto del Trisagio, la preghiera al Dio tre volte santo, del quale è giusto glorificare l’immortalità nel momento in cui si degna, come uomo, subire la morte per noi. Questa triplice glorificazione, in uso a Costantinopoli fin dal V secolo, passò nella Chiesa Romana, che la mantenne nella lingua primitiva, accontentandosi d’alternare la traduzione latina delle parole. Il seguito di questo magnifico canto è del più alto interesse drammatico: il Cristo ricorda tutte le indegnità di cui fu fatto segno da parte del popolo giudaico, e mette in risalto i benefici ch’egli elargì all’ingrata nazione.

Se l’adorazione della Croce non è ancora terminata, si passa ad intonare il celebre Inno Crux fidelis, composto da Venanzio Fortunato, Vescovo di Poitiers, nel V secolo, in onore del sacro albero della nostra Redenzione. Alcuni versi d’una strofa servono da ritornello a tutte le strofe dell’Inno.

Terminata l’adorazione della Croce, dopo che i fedeli le hanno reso omaggio, il Celebrante la pone sull’altare: a questo punto ha inizio la quarta parte della funzione.

LA COMUNIONE

Il ricordo del sacrificio compiuto oggi sul Calvario occupa talmente il pensiero della Chiesa in questo anniversario, ch’essa rinuncia a rinnovare sull’altare l’immolazione della vittima divina, accontentandosi di partecipare al sacro mistero con la comunione. Una volta, il clero e tutti i fedeli, erano ammessi a tale favore, ma in seguito soltanto più il celebrante poteva comunicarsi. Nel 1956 è tornata alla vecchia tradizione e tutti i fedeli ora possono ricevere il Corpo del Signore che si immola, proprio oggi, per la salvezza di tutti e riceve così, in modo più abbondante, i frutti della redenzione.

Accompagnato dai due accoliti, il Diacono si porta al Sepolcro, prende il santo biborio dal tabernacolo e lo porta sull’Altare Maggiore mentre si canta:

Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché hai redento il mondo con la tua croce.

L’albero ci ha ridotti in schiavitù e la Croce ci libera; il frutto dell’albero ci ha sedotti, il Figlio di Dio ci ha salvati.

Salvatore del mondo, salvaci; o tu che ci hai redenti mediante il tuo sangue e la Croce, salvaci, te ne preghiamo!

Giunto all’Altare, il Diacono depone il santo biborio sul corporale; il celebrante sale l’altare e recita l’inizio del Pater a voce alta e siccome il Pater è una preparazione alla comunione, clero e fedeli lo recitano a voce alta col celebrante, “solennemente, gravemente, distintamente e in latino”.

Uniamoci sentitamente e fiduciosi alle sette petizioni che esso contiene, nell’ora in cui il divino intercessore, con le braccia allargate sulla Croce, le presenta per noi al Padre. È questo il momento in cui ottiene, per mezzo della sua mediazione, che ogni nostra preghiera sia esaudita.

Dopo il Pater, il sacerdote recita a voce alta una preghiera che nelle Messe viene recitata piano; con questa preghiera chiede che noi siamo liberati dal male e dal peccato e fatti vivere nella pace.

Il celebrante recita ancora a voce bassa la terza delle orazioni che precedono la comunione nelle Messe ordinarie; quindi apre la pisside che contiene le Ostie, ne prende una e, profondamente inclinato, si percuote il petto dicendo forte:

“Signore, io non sono degno che tu venga in me, ma di’ una sola parola e l’anima mia sarà salva”.

A questo punto il Celebrante si comunica e dopo essersi raccolto per qualche istante, distribuisce la comunione, al solito modo, al clero e ai fedeli.

Terminata la comunione, il celebrante si purifica le dita nell’apposito vasetto, le deterge col manutergio, ripone la pisside nel tabernacolo e restando in piedi in mezzo all’altare recita, in tono feriale, come ringraziamento, le tre seguenti preghiere:

“O Signore, questo popolo ha ricordato con cuore pio gli avvenimenti della Passione e della morte del Figlio tuo; noi ti preghiamo affinché egli ne riceva benedizioni abbondanti, il perdono, la consolazione, l’accrescimento della fede e la certezza della sua eterna redenzione. Te lo chiediamo in nome di Cristo nostro Signore”.

“O Dio possente e misericordioso che ci hai redenti per mezzo della Passione e della morte del tuo Figlio Gesù, conserva in noi l’opera della tua misericordia, di modo che avendo partecipato a questi misteri, noi pos­siamo vivere d’un amore indistruttibile. Te lo chiediamo in nome di Cristo”.

“Ricordati, o Signore, della tua misericordia e santifica, con la tua protezione, questi tuoi figli per i quali Gesù Cristo ha istituito, versando il suo sangue, questo mistero della Pasqua. Te lo chiediamo in nome di Cristo”.

Terminate queste preghiere il celebrante e i ministri discendono dall’altare e tornano in Sacrestia.

Compieta viene recitata in Coro a luci spente. La Santa Eucaristia viene riportata senza solennità nell’apposito luogo; vi sarà accesa, come di consueto, una lampada.

Frattanto è bene che, durante le ore che furono quelle della nostra salvezza, noi seguiamo col cuore e col pensiero il misericordioso Redentore, che avevamo lasciato sul Calvario al momento in cui lo spogliarono delle sue vesti, dopo avere assaggiata l’amara bevanda. Assistiamo con raccoglimento e compunzione alla consumazione del Sacrificio, ch’egli sta per offrire per noi alla giustizia divina.

La Crocifissione

Gesù è condotto dai carnefici pochi passi più in là, dove la Croce stesa per terra segna l’undecima Stazione della Via Crucis. Come un agnello condotto al sacrificio, egli si corica sul legno che diventerà il suo altare; le sue membra vengono stirate con violenza, e i chiodi, penetrando fra i nervi e le ossa, configgono sul patibolo le mani e i piedi. Scorre il sangue dalle quattro vivificanti sorgenti, dove verranno a purificarsi le nostre anime; ed è la quarta volta che sgorga dalle vene del Redentore. Maria sente i colpi sinistri del martello, mentre il suo cuore di madre ne rimane lacerato. Maddalena è in preda a una desolazione tanto più amara, quanto più si vede nell’impotenza di recar sollievo all’amato Maestro, che gli uomini le hanno rapito. Ma ecco che Gesù alza la voce e proferisce, dall’alto del Calvario, la sua prima parola: “Padre, esclama, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Oh, bontà infinita del Creatore! è venuto sulla terra, opera delle sue mani, e gli uomini l’hanno crocifisso! ma fin sulla Croce egli ha pregato per loro, e, nella sua preghiera, li vuole anche scusare!

Gesù in Croce

La Vittima è inchiodata sul legno, dove dovrà morire; ma non resterà cosi adagiata per terra. Isaia predisse che “il regale germoglio della radice di Iesse sarà inalberato come uno stendardo a vista di tutte le nazioni” (Is 11,10). Quindi bisogna che il crocifisso Salvatore santifichi l’aria infestata dalla presenza degli spiriti maligni; bisogna che il mediatore fra Dio e gli uomini, il Sommo Sacerdote ed intercessore, sia innalzato fra il cielo e la terra a trattare la riconciliazione fra l’uno e l’altra. A poca distanza dal luogo ove è distesa la Croce hanno praticata nella roccia una buca: dentro i questa, la Croce viene calata e così domina tutto il monte Calvario. È il luogo della dodicesima Stazione. I soldati s’adoperano con grandi sforzi a piantarvi l’albero della salvezza; l’urto violento acuisce i dolori di Gesù, che con tutto il corpo lacerato pende dalle sue stesse piaghe dei piedi e delle mani. Eccolo esposto nudo agli occhi di tutti, lui ch’è venuto al mondo a coprire la nostra nudità causata dal peccato! Sotto la Croce i soldati stracciano le sue vesti e se le dividono, rispettando però la tunica, che secondo una pia tradizione Maria stessa aveva intessuta con le sue mani verginali. La tirano a sorte senza lacerarla; e così diventa il simbolo dell’unità della Chiesa che non deve mai essere rotta per nessun pretesto.

“Re dei Giudei”

Sopra la testa del Redentore sta scritto in ebraico, greco e latino: GESÙ NAZARENO RE DEI GIUDEI. La moltitudine legge e ripete tale iscrizione, proclamando ancora una volta senza volerlo, la regalità del figlio di David. I nemici di Gesù se ne accorgono e cercano d’ottenere da Pilato la correzione della scritta, non ricevendo altra risposta che questa: “Quel che ho scritto ho scritto” (Gv 19,22). Un’altra circostanza trasmessaci dai santi Padri annuncia che il Re dei Giudei, rigettato dal suo popolo, regnerà sulle nazioni della terra con la stessa gloria che ricevette in eredità dal Padre. Piantando la Croce nel suolo, i soldati la disposero in modo che il divino crocifisso voltasse le spalle a Gerusalemme ed allargasse le braccia verso le regioni dell’occidente. Pertanto, mentre il Sole della verità tramontava sulla città deicida, sorgeva sulla novella Gerusalemme, Roma, la superba città cosciente della sua eternità, ma ancora ignara che sarebbe divenuta eterna per la Croce.

Gl’insulti

Alziamo lo sguardo verso l’Uomo-Dio, la cui vita va spegnendosi così rapidamente sullo strumento del suo supplizio. Eccolo sospeso in aria, alla vista di tutto Israele, “come il serpente di bronzo che Mosè aveva mostrato al popolo nel deserto” (Gv 3,14); ma questo popolo non ha per lui che oltraggi. Voci insolenti e senza pietà salgono fino a lui: “Tu che distruggi il tempio di Dio e lo riedifichi in tre giorni, liberati ora; se sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce, se puoi”. Dal loro canto gl’indegni pontefici sorpassano la misura d’ogni bestemmia: “Ha salvato gli altri: perché non salva se stesso? Via! Re d’Israele, scendi dalla Croce e ti crederemo! Hai confidato in Dio: è lui che ti deve liberare. Non hai detto che sei il Figlio di Dio?”. E i due ladroni ch’erano crocifissi con lui prendevano parte all’oltraggioso concerto.

Preghiere

Ma la terra aveva ricevuto un beneficio tale da paragonarsi a quello che Dio si degnava accordarle in quell’ora: e mai maggiori insulti erano saliti alla maestà divina con tanta audacia. Noi cristiani, che adoriamo colui che i Giudei bestemmiano, offriamogli in questo momento la dovuta riparazione cui ha tanto diritto. Gli empi gli rinfacciano le proprie divine parole, torcendole contro di lui; noi invece ricordiamogli un’altra parola da lui stesso pronunciata e che riempie i nostri cuori di speranza: “Quando sarò innalzato da terra trarrò tutto a me” (Gv 12,32). Ora è giunto il momento, Signore Gesù, d’adempiere la tua promessa: traici tutti a te. Noi siamo ancora rivolti alla terra, legati da mille interessi e da mille attrattive, schiavi dell’amore di noi stessi, sempre impediti nel volo verso di te: sii l’amante che ci attira e rompe ogni laccio, affinché possiamo salire fino a te, e la conquista delle nostre anime sia finalmente la consolazione del tuo cuore oppresso.

Le tenebre

Frattanto il giorno è giunto a metà del suo corso: è l’ora sesta, quella che noi chiamiamo mezzogiorno. Il sole che splendeva in cielo come un insensibile testimone, improvvisamente nega la sua luce; ed un’oscura notte stende le sue tenebre su tutta la terra. Compaiono le stelle in cielo; le mille voci della natura languiscono: pare che il mondo stia per cadere nel caos. Si dice che il celebre Dionigi dell’Areopago d’Atene, che poi divenne discepolo del Dottor delle Genti, nel momento in cui avvenne quell’eclissi, esclamasse: “il Dio della natura sta soffrendo o la macchina di questo mondo sta per dissolversi”. Flegone, autore pagano, scrivendo un secolo dopo, ricordava ancora lo sgomento che suscitarono nell’impero romano quelle inattese tenebre che scompigliarono tutti i calcoli degli astronomi.

Il buon ladrone

Un così formidabile fenomeno, spettacolo troppo visibile del corruccio celeste, agghiacciò di panico i più audaci bestemmiatori. Il silenzio successe a tanti schiamazzi. Allora uno dei ladroni, la cui croce stava a destra di quella di Gesù, sentì, insieme al rimorso, nascergli in cuore una speranza; tanto che rimprovera il compagno col quale fino a poco fa aveva insultato l’innocente: “Neppure tu temi Iddio, trovandoti con lui nel medesimo supplizio? Quanto a noi, è giusto, perché riceviamo degna pena per le nostre azioni, ma costui non ha fatto nulla di male” (Lc 23,40-41). Gesù difeso da un malfattore, proprio nel momento in cui i dottori della legge giudaica, assisi sulla cattedra di Mosè, non fanno che oltraggiarlo! Ciò dimostra in modo evidente il grado d’accecamento al quale è arrivata la Sinagoga. Disma, un ladrone, un diseredato, rappresenta in quest’istante la gentilità che soccombe sotto il peso dei suoi delitti, ma da cui presto si risolleverà purificata, confessando la divinità del crocifisso. Egli si volge penosamente verso la Croce del Salvatore, dicendo a Gesù: “Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”; perché egli crede alla regalità di Gesù, a quella regalità di cui i sacerdoti e i magistrati della sua nazione avevano fatto oggetto di derisione.

La calma e la dignità dell’augusta vittima sul patibolo gli hanno rivelato tutta la sua grandezza, e lui, prestandogli fede, ne invoca fiducioso un semplice ricordo, quando alla sua umiliazione seguirà la gloria. La grazia ha fatto di questo ladrone un vero cristiano! E chi oserebbe dubitare che tale grazia gli sia stata implorata e ottenuta dalla Madre della misericordia, che in quel solenne momento offrì se stessa in un medesimo sacrificio col Figlio? Gesù, commosso l’aver riscontrato in un malvivente, giustiziato a causa delle sue criminalità, quella fede che invano aveva cercato in Israele, così risponde alla sua umile preghiera: “In verità ti dico, oggi stesso sarai meco in Paradiso”. È la seconda parola di Gesù sulla Croce. Il fortunato penitente la raccoglie con gioia nel suo cuore e la custodisce gelosamente, aspettando nell’espiazione l’ora della liberazione.

Il gruppo dei fedeli

Maria s’è avvicinata alla Croce dalla quale pende Gesù! Per il cuore d’una madre, non vi sono tenebre che possano impedire di riconoscere il proprio figlio. Il tumulto s’è placato dopo che il sole non manda più la sua luce, e i soldati non frappongono più ostacoli a questo pietoso ravvicinamento. Gesù guarda teneramente Maria, la vede desolata, e la sofferenza del suo cuore, che sembrava giunta al massimo, aumenta ancora di più. Egli sta per morire, e la madre non può slanciarsi verso di lui, ad abbracciarlo e a prodigargli le sue ultime carezze! Anche Maddalena è là, sciolta in lacrime e languente di dolore, nel vedere i piedi del Salvatore che tanto amava, e che pochi giorni fa aveva cosparso dei suoi profumi, bagnati dal sangue sgorgato dalle ferite e già coagulato. Essa li può ancora irrorare delle sue lacrime, ma le lacrime non li possono risanare; è soltanto venuta per vedere morire colui dal quale ricevette il perdono in ricompensa del suo amore. Giovanni, il prediletto è il solo Apostolo che ha seguito Gesù fin sul Calvario; immerso nel dolore, ricorda la predilezione che anche il giorno precedente Gesù volle testimoniargli nel miste­rioso banchetto; soffre per il figlio e soffre per la madre, perché il suo cuore non s’accontenta dell’inestimabile premio col quale Gesù volle ripagare il suo amore. Maria di Cleofa è insieme con Maria accanto alla Croce; più in là le altre donne formano un altro gruppo.

Maria Madre nostra

Tutto a un tratto, nel cuore del silenzio interrotto solo dai singhiozzi, risuonò per la terza volta la voce di Gesù morente, che, rivolto a, sua madre, la chiama “Donna”, non volendo con un’altra spada rinnovarle il dolore nel suo cuore già ferito: “Donna, ecco tuo figlio”, indicando con questa parola Giovanni; e rivolto a Giovanni, aggiunge: “Figlio, ecco tua madre”. Era doloroso quello scambio al cuore di Maria, ma la sostituzione assicurava per sempre a Giovanni, e in lui all’umanità, il beneficio d’una madre. Esponemmo tale scena più dettagliatamente il Venerdì della settimana di Passione; oggi, suo anniversario, accogliamo il generoso testamento di Gesù, che con l’incarnazione ci aveva meritata l’adorazione del Padre celeste, ed in questo momento ci dà in dono la propria madre.

Gli ultimi istanti

S’avvicina l’ora nona (tre ore dopo mezzogiorno), quella decretata fin dall’eternità per la morte dell’Uomo-Dio. Gesù si sente di nuovo assalire dal crudele abbandono che provò nell’Orto degli Ulivi; si sente schiacciato da tutto il peso della disgrazia di Dio in cui è incorso per essersi fatto cauzione dei nostri peccati; l’amarezza del calice d’un Dio irato, bevuto fino alla feccia, gli causa un deliquio ch’egli esprime col gemito: “Dio mio! Dio mio! perché m’hai abbandonato?”. È la quarta parola; ma è una parola che non riconduce la serenità al cielo. Gesù non lo chiama neppure “Padre mio!” come se fosse un peccatore, un condannato davanti all’inflessibile tribunale di Dio. Intanto, una gran febbre ne divora le viscere, e dall’arsa bocca gli sfugge a gran pena la quinta parola: “Ho sete”. Un soldato gli accosta alle labbra morenti una spugna inzuppata di aceto: sarà l’unico sollievo, che nella bruciante sete gli offrirà la terra, quella terra rinfrescata ogni giorno dalla sua rugiada e dalla quale ha fatto zampillare sorgenti e fiumi.

La morte

Il momento in cui Gesù esalerà lo spirito al Padre è giunto. Egli abbraccia in uno sguardo i divini oracoli che preannunciarono le minime circostanze della sua missione; vede che non ce n’è uno solo che non sia stato adempiuto, fino al tormento della sete e all’aceto che gli venne offerto per dissetarlo. Proferisce allora la sesta parola dicendo: “Tutto è compiuto”. Non resta che morire, per apporre l’ultimo suggello alle profezie preannuncianti la sua morte quale mezzo estremo della nostra redenzione. Sfinito, agonizzante, quest’uomo che fino a pochi momenti fa era riuscito solo a mormorare qualche parola, lancia un grido potente che risuona lontano ed impaurisce e fa meravigliare il centurione romano, ch’era al comando delle guardie sotto la Croce. “Padre! esclama, nelle tue mani raccomando il mio spirito”. Pronunciata questa settima ed ultima parola, abbandona il capo sul petto ed esala l’ultimo respiro.

La sconfitta di Satana

In quell’istante le tenebre si diradano, in cielo torna a splendere il sole; ma la terra trema, le pietre si spaccano e la roccia del Calvario si fende tra la Croce di Gesù e quella del cattivo ladrone; il crepaccio è visibile anche oggi. Un altro fenomeno spaventa i sacerdoti del giudaismo: il velo del Tempio che conservava il Santo dei Santi si spacca in due dall’alto in basso annunciando la fine del regno delle figure. Le tombe ove riposavano molti santi personaggi si aprono e i morti tornano alla vita. Ma lo scotimento della morte che salva l’umanità si fa sentire sopra tutto nell’abisso infernale. Finalmente Satana ha compreso la potenza e la divinità del Giusto, contro il quale aveva imprudentemente aizzato le passioni della Sinagoga: per il suo accecamento infatti è stato sparso il sangue la cui virtù salva il genere umano e gli riapre le porte del cielo. Ma ora sa cosa pensarne di Gesù di Nazaret, al quale osò avvicinarsi nel deserto per tentarlo; e, nella sua disperazione, riconosce che Gesù è il vero Figlio dell’eterno, e che la redenzione negata agli angeli ribelli viene elargita abbondantemente agli uomini, per i meriti del sangue che Satana stesso ha fatto versare sul Calvario.

Preghiera

Figlio adorabile del Padre, noi vi adoriamo, morto sull’albero del vostro sacrificio. La vostra amarissima morte ci ha ridata la vita. Imitando i Giudei che attesero l’ultimo anelito e rientrarono compunti nella città, noi ci percuotiamo il petto, confessando che furono i nostri peccati ad uccidervi; degnatevi, perciò, accogliere le nostre azioni di grazia per l’amore che ci avete testimoniato sino alla fine. Riscattati dal vostro sangue, d’ora in poi non ci resta che servire voi, che ci avete amati in Dio. Siamo nelle vostre mani; voi siete il nostro Signore. Ecco, già la Chiesa ci chiama al vostro divino servizio; dobbiamo scendere dal Calvario per unirci a lei a celebrare le vostre lodi. Fra poco saremo di nuovo accanto al vostro corpo inanimato ed assisteremo al funebre convoglio, che accompagneremo col nostro dolore e con le nostre lacrime. Maria nostra madre sta sotto la Croce e nessuna cosa la potrà separare dalla vostra spoglia mortale. Maddalena è inchiodata ai vostri piedi, e Giovanni e le pie donne formano intorno a voi un mesto accompagnamento. Noi cadiamo ancora una volta in ginocchio davanti al vostro santissimo corpo, al vostro prezioso sangue, alla Croce che ci ha redenti.

Il colpo di lancia

Torniamo sul Calvario a terminare la giornata del lutto universale. Là abbiamo lasciato Maria insieme a Maddalena, a Giovanni ed alle altre pie donne. È trascorsa appena un’ora dal supremo istante che Gesù esalò lo spirito, ed ecco che alcuni soldati, comandati da un centurione, vengono a turbare, col rumore dei loro passi e delle loro voci, la quiete che regnava sulla collina. Hanno ricevuto un ordine da Pilato: su richiesta dei prìncipi dei sacerdoti, il governatore vuole che i tre crocifissi siano finiti rompendo loro le gambe, quindi deposti dalla croce e sepolti prima di notte.

I Giudei contavano i giorni partendo dall’ora del tramonto; quindi è imminente l’inizio del grande Sabato. I soldati s’avvicinano prima alle croci dei due ladroni, ai quali rompono le gambe; poi “s’avanzano verso la croce del Redentore; il cuore di Maria ha un sussulto: qual nuovo oltraggio faranno questi barbari al corpo insanguinato del caro Figlio? Essi guardano il divino condannato, constatano che non ha più un filo di vita; ma, per meglio assicurarsene, uno di loro impugna la lancia e la conficca nel costato destro della vittima. La punta gli trapassa il cuore, e quando il soldato la estrae, da quest’ultima sua piaga sgorgano alcune gocce di sangue misto ad acqua. È la quinta effusione del sangue redentore, ed è la quinta piaga che riceve Gesù sulla Croce.

Gesù deposto dalla Croce

Maria ha sentito penetrare nell’intimo della sua anima la punta della lancia crudele; nuovi pianti e singhiozzi s’elevano intorno a lei. Come finirà questo triste giorno? Quali mani deporranno l’Agnello che pende dalla Croce? Chi lo restituirà alla madre? I soldati s’allontanano, e con essi Longino, il crudele autore della lanciata, che ha cominciato a sentire in sé un misterioso turbamento, presagio della fede di cui un giorno sarà martire. Ma ecco avanzarsi altri uomini: due Giudei, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che salgono la collina e si fermano commossi ai piedi della Croce di Gesù. Maria li guarda con riconoscenza: essi sono venuti a deporle fra le braccia il corpo del Figliolo ed a rendere al loro Maestro gli onori della sepoltura. I fedeli discepoli ne hanno avuta l’autorizzazione dal governatore Pilato, che ha accordato a Giuseppe il corpo di Gesù.

Il tempo stringe, il sole sta per declinare, sta per scoccare l’ora del grande Sabato; quindi i due s’affrettano a schiodare dalla Croce e membra del Giusto. Sulle falde del piccolo colle, vicino al luogo ov’è piantata la Croce, c’è un orto: in quest’orto è praticata nella roccia una camera sepolcrale. Nessuna salma ha occupato questa tomba fino adesso: là sarà posto Gesù a riposare. Portando il prezioso carico, Giuseppe e Nicodemo scendono dal monte e depongono il sacro corpo sopra uno spazio di roccia poco distante dal sepolcro. La Madre di Gesù riceve dalle loro mani il tenero Figlio, che bagna con le sue lacrime e copre di baci le molte piaghe crudeli che ne hanno lacerato il corpo. Giovanni, Maddalena e le altre pie donne compiangono la Madre dei dolori. Ma bisogna far presto ad imbalsamare la spoglia esanime. Sulla pietra che ancor oggi è chiamata la Pietra dell’unzione, e che segna la tredicesima Stazione della Via Crucis, Giuseppe spiega il lenzuolo che ha portato; Nicodemo, aiutato dai servi che per loro ordine avevano portato cento libbre di mirra e di àloe, prepara i profumi. Lavano le ferite dal sangue; tolgono delicatamente la corona di spine dalla testa del re divino; finalmente giunge il momento d’avvolgere il corpo nel lenzuolo. Maria stringe per un’ultima volta tra le braccia l’insensibile spoglia del suo diletto, che subito dopo viene nascosta ai suoi sguardi fra le fasciature delle bende e le pieghe della coltre.

Gesù nel sepolcro

Poi Giuseppe e Nicodemo sollevano il nobile peso e lo portano nella tomba. È la quattordicesima Stazione della Via Crucis. V’erano due stanze incavate nella roccia e comunicanti fra loro: nella seconda, a destra, in un loculo praticato con lo scalpello, adagiano il corpo del Salvatore. Quindi s’affrettano ad uscire, e, raccogliendo tutte le loro forze, fanno scivolare sull’ingresso del monumento una grossa pie­tra che servirà da porta, e che presto, a richiesta dei nemici di Gesù, verrà suggellata dall’autorità pubblica e custodita da una scorta di soldati romani.

La Madre dei dolori

ntanto il sole tramonta e sta per cominciare il grande Sabato con le sue severe prescrizioni. Maddalena e le altre pie donne, tenuto d’occhio i luoghi e la disposizione del corpo nel sepolcro, interrompono i loro lamenti e ridiscendono in fretta a Gerusalemme, col proposito di comprare dei profumi e tenerli pronti, fino a quando, passato il Sabato, possano tornare sulla tomba la domenica, di buon mattino, a completare l’imbalsamazione troppo affrettata del loro Maestro. Maria, salutata un’ultima volta la tomba che racchiude il tesoro della sua tenerezza, s’accompagna al gruppo che è diretto alla città. Giovanni, suo figlio adottivo, è al suo fianco; da quel momento egli e divenuto il custode di colei che, senza cessare d’essere la Madre di Dio, è divenuta in lui la Madre degli uomini. Ma a costo di quali angosce essa ha guadagnato questo nuovo titolo! quale ferita ha ricevuto il suo cuore nell’istante che le siamo stati affidati! Teniamole anche noi fedele compagnia durante le ore crudeli che trascorreranno fino al momento in cui la risurrezione di Gesù verrà ad alleviare il suo immenso dolore.

Preghiera sulla tomba di Gesù

Ma noi non possiamo abbandonare il vostro sepolcro, o Redentore, senza lasciarvi il tributo delle nostre adorazioni e l’ammenda onorevole del nostro pentimento. Eccovi, o Gesù, prigioniero della morte! questa figlia del peccato ha dunque steso su di voi il suo impero. Vi siete addossata la sentenza ch’era lanciata contro di noi, e vi siete fatto simile a noi fino alla tomba. Quale riparazione potrebbe mai eguagliare l’umiliazione che avete subita in questo stato, a noi dovuto, ma divenuto vostro per l’amore che ci avete portato? I santi Angeli vegliano sulla pietra che nasconde il vostro corpo e rimangono stupiti di questo vostro amore per l’uomo, spregevole ed ingrata creatura. Non per i loro fratelli decaduti avete subita la morte, ma per noi, ultimi della creazione. Quale indissolubile legame viene dunque a formare tra noi e voi il sacrificio che avete offerto! Ma se morirete per noi, per voi dunque d’ora in poi dobbiamo vivere. Ve lo promettiamo, Gesù, sulla tomba che vi hanno scavato i nostri peccati.

Anche noi vogliamo morire, morire al peccato e vivere alla vostra grazia. D’ora in poi seguiremo i vostri precetti ed i vostri esempi, e ci allontaneremo dal peccato, che ci ha fatti responsabili della vostra morte così amara e dolorosa; abbracciamo con la vostra Croce tutte le croci di cui è disseminata la vita umana e che sono così leggere in paragone della vostra; finalmente anche noi saremo convinti di morire, quando sarà giunta l’ora di subire la meritata sentenza che la giustizia del Padre pronunciò contro di noi. Per voi la morte non è che un passaggio alla vera vita; e, come in questo momento ci separiamo dal sepolcro con la speranza di presto salutare l’alba della vostra gloriosa risurrezione, così, lasciando alla terra la sua spoglia mortale, l’anima nostra, piena di confidenza, salirà a voi sperando un giorno di ricongiungersi a quella colpevole polvere che la terra restituirà purificata.


[1]Nell’VIII secolo queste preghiere venivano pure recitate il Mercoledì Santo. 

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 725-752

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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