Via Pulchritudinis n.15

 L’OPERA

Dipinto “Giocatori di carte” dell’olandese Luca da Leida (1494-1533), conservato nel “Wilton House” di Salisbury

Uomini e donne siedono insieme e giocano a carte. Colpisce la cura dei vestiti e anche una certa ricchezza degli stessi. Si tratta certamente di gente ricca. Forse membri di quella classe dei mercanti che proprio in quegli anni (inizio del XVI secolo) stava diventando sempre più importante.

Ma c’è qualcosa che sembra contraddire la forma. C’è in realtà una “sostanza” diversa. Da una parte lo sfarzo dei vestiti e lo stesso ritrovarsi insieme (giocare a carte) dovrebbe esprime un senso di spensieratezza, dall’altro il viso dei personaggi è tutt’altro che spensierato. Nessuno ride, bensì tutti hanno come un velo di mestizia che copre i propri volti.

Un conto è il divertimento, altro la gioia

C’è un errore molto diffuso, sicuramente voluto dall’illusione di poter sconfiggere ogni umano fallimento, ed è quello di confondere il divertimento con la gioia e la gioia con il divertimento.

Il desiderio di divertirsi può essere un segno della presenza della gioia, ma non sempre. Molte volte accade che il divertimento risponda al tentativo di “scappare” dalla realtà per non constatarne l’umano fallimento.

E’ ciò che accade ai nostri tempi, dove l’ “industria” del divertimento è sempre aperta, eppure si constata una diffusa disperazione. Questo perché non ci può essere davvero gioia quando non vengono risolte le domande fondamentali del vivere: Da dove vengo? e Dove vado?

La vera felicità (dunque la gioia) non è alternativa alla sofferenza, bensì alla disperazione.

Ebbene, sui volti dei personaggi di questo dipinto si nota chiaramente una mestizia che di primo acchito può sembrare strana, illogica, eppure ha un senso. Forse coloro che stanno giocando a carte non hanno alcuna voglia di farlo. Non hanno risolto i loro pensieri e le loro preoccupazioni, ma sono lì perché così impone un determinato cliché.

L’assurdo di fare del “gioco” la propria vita

Se si fa attenzione nel dipinto ci sono tre mani che ci dicono molto.

C’è la mano del personaggio centrale che fa un movimento come se volesse “impegnare” il proprio denaro, c’è una mano del personaggio di destra (di cui non si vede il viso perché è di spalle) che cerca il consenso in qualcuno o qualcuna per giocare una determinata somma; e poi finalmente c’è una terza mano, che appartiene ad un personaggio che è all’estrema sinistra (ha un viso con una vistosa barba) che indica i soldi che sono sul tavolo da gioco.

Insomma, tutto ruota sui soldi.

Forse sono proprio questi (i soldi) i veri “protagonisti” del dipinto.

Eppure si sta giocando, per cui i soldi dovrebbero essere solo un mezzo per divertirsi. Ma non sembra così.

Sembra piuttosto che questo dipinto voglia indicare il gioco delle carte come metafora di tempi ormai diversi dal passato. Tempi in cui il gioco delle carte e del denaro ormai altro non è che il proseguo di ciò che si fa in ogni giorno e in ogni ora. All’onore e ai grandi ideali di un tempo, sono succeduti i denari. E anche il gioco altro non è che un continuare a vivere le preoccupazioni di ogni ora.

Forse anche per questo il volto di chi dovrebbe divertirsi …rimane triste.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri

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