Vuoi sapere perché il “sedevacantismo” non e’ una teoria corretta? Leggi questa intervista

Selezionato da: unavox.it

Dominicus è l’autore di un «Piccolo catechismo del sedevacantismo» che ha provocato dei vivi dibattiti, sottolineando le debolezze di questa teoria. Attaccato nell’ultimo numero di un bollettino sedevacantista, egli risponde qui alle nostre domande.
(si veda l’opuscolo tradotto in italiano da noi nel dicembre 2012 – come pubblicato nel n° 79 de Le Sel de la terre, inverno 2011-2012)


Innanzi tutto, Reverendo Padre, che cos’è il sedevacantismo?

E’ la teoria, o piuttosto un insieme di teorie (contraddittorie) che vogliono che la Chiesa oggi sia senza Papa. La sede del vescovo di Roma sarebbe vacante da una cinquantina d’anni, a causa degli errori insegnati o favoriti da Paolo VI e dai suoi successori.

E questo le sembra insostenibile?

 

Il Vaticano II ha aperto una crisi terribile in cui il nostro primo obiettivo dev’essere quello di conservare la Fede. Ora, il gran mezzo per conservare la fede in tempi di crisi è stato enunciato da San Vincenzo di Lerino nel IV secolo: aggrapparsi alla Tradizione. La dottrina, la morale e i sacramenti tradizionali non possono ingannarci. Di contro, quando si lascia questo terreno per elaborare delle teorie che cercano di spiegare la crisi, non si ha più la stessa sicurezza, poiché si entra nel dominio delle opinioni private. E’ questo il caso del sedevacantismo.

Si ha almeno il diritto di riflettere?

 

Si ha soprattutto il dovere di essere prudenti! La crisi attuale è inedita e quindi non può essere regolata con due o tre «copia-incolla». Ora, non ci si improvvisa teologi, né canonisti. Noi dobbiamo conservare la Fede – aggrappandoci alla Tradizione e allontanandoci dai novatori -, ma nessuno ci ha incaricato di istruire dei processi contro le autorità che difettano. La legittima difesa ci dà il diritto di proteggerci dai prelati pericolosi, ma non ci conferisce l’autorità per dichiararli esclusi dalla Chiesa e decaduti dal loro potere. E’ la parabola del farmacista raccontata da Mons. Lefebvre: se io constato che il mio farmacista mi fornisce un veleno, evidentemente devo rifiutarlo. E’ una certezza assoluta, perché non ho il diritto di avvelenarmi. Quanto alla esatta responsabilità del farmacista, non è cosa che mi competa. Era distratto? Miope? Incompetente? E’ stato ingannato da un altro? E’ un imbroglione che non ha effettivamente una laurea? E’ un assassino volontario? E’ improvvisamente impazzito? Io posso avere la mia opinione, ma questo rimane secondario, perché io non sono il suo giudice. Al mio livello, io devo rifiutare il veleno e mettere in guardia contro l’avvelenatore, ma non posso dichiarare, sulla base della mia autorità, che egli non appartiene più all’ordine dei farmacisti. Non è di mia competenza. Sfortunatamente, molti sedevacantisti invertono il problema. Essi vogliono ad ogni costo risolvere la questione che non dipende da loro e farne il primo dovere di ogni cattolico. Essi dichiarano sulla base della loro autorità che Paolo VI e Giovanni Paolo II non erano papi, e ne fanno un dogma, gettando l’ingiuria e l’anatema su tutti coloro che esistano a seguirli. Si tratta di un’imprudenza che non risolve alcunché, causando di contro molto disordine.


Tuttavia, i sedevacantisti, presentano delle prove?

 

Non hanno delle prove, ma alcuni argomenti di cui nessuno è decisivo. E’ quello che mostra il Piccolo catechismo del sedevacantismo.


Per la verità, l’ultimo numero del bollettino La Voix des Francs accusa il suo Piccolo catechismo di «sofismi» e di «divagazioni». Cosa risponde?

 

Bisogna davvero rispondere? Questo bollettino pretende di demolire «magistralmente» (è il termine usato) le nostre «divagazioni» (termine che è nel titolo). Ma chiunque può constatare che esso non affronta realmente le nostre obiezioni. Vi passa accanto facendo finta di non vederle! Invece di esporle così come sono e di provare a rispondere, li ignora. Si limita a riempire intere pagine di citazioni (generalmente fuori argomento), aggiungendo un po’ di ingiurie ed una serie di grida di vittoria, ma non affronta mai francamente la nostra confutazione (se non in alcuni dettagli secondari). Chi legge la Voix des Francs si farà un’idea molto deformata delle nostre posizioni. Non è un vero dibattito!


Guardiamo da più vicino. Il suo contraddittore pretende di provare il sedevacantismo con l’argomento del «magistero ordinario universale»?

 

Per «rispondere» alle poche righe che abbiamo dedicato a questo argomento, egli mette insieme più di venti pagine e tuttavia trova il modo per passare sotto silenzio l’essenziale della nostra obiezione!
Ricordiamo che il «magistero ordinario universale» è l’insegnamento proposto da tutti i vescovi del mondo. Quando essi sono unanimi su un punto del dogma o della morale, sono coperti dall’infallibilità, perché lo Spirito Santo non può permettere che tutta la Chiesa docente si sbagli su una verità di fede (se no, le porte dell’inferno avrebbero prevalso). Resterà sempre almeno un vescovo per difendere la fede. Questa infallibilità del «magistero ordinario universale» è necessaria alla sopravvivenza della Chiesa. Molto curiosamente, i sedevacantisti pretendono di servirsene per provare che non ci sarebbe più il Papa. In effetti, storicamente, il loro primo argomento era diverso. Essi si interessarono inizialmente non al magistero ordinario, ma al magistero straordinario. Essi volevano far rientrare l’insegnamento del Vaticano II nel magistero straordinario infallibile (come le definizioni solenni di un Concilio dogmatico). Di conseguenza – dicevano – si può negare l’infallibilità del Vaticano II solo negando l’autorità del Papa che l’ha approvato. Ma l’argomento non ha potuto resistere a lungo, perché lo stesso Paolo VI aveva dichiarato che il Vaticano II – concilio pastorale – non appartiene al magistero straordinario infallibile! Per poter dichiarare che non vi è più il Papa, bisognava dunque ricorrere a qualcos’altro. E allora, i sedevacantisti hanno ripiegato sul magistero ordinario universale. Essi dicono: gli insegnamenti del Vaticano II non godono forse dell’autorità di un Concilio infallibile, ma devono quanto meno diventare infallibili perché sono insegnati da tutti i vescovi del mondo. Quindi, per negare questa infallibilità bisogna di nuovo negare che vi sia un papa.


E lei che risponde?

 

Se l’argomento fosse valido, bisognerebbe concludere, non solo che non v’è più il Papa, ma che non v’è più la Chiesa docente! Questo è quello che dice il Piccolo catechismo:
«In realtà, se si accettasse questo argomento, bisognerebbe dire che a quel punto tutta la Chiesa cattolica è sparita e che le porte dell’inferno hanno prevalso contro di essa. Poiché l’insegnamento del magistero ordinario universale è quello di tutti i vescovi, di tutta la Chiesa docente» (p. 11).
L’argomento del magistero ordinario universale non può servire a provare il sedevacantismo, poiché esso vale solo se tutti i vescovi del mondo insegnano la stessa cosa. Ora, se tutti i vescovi del mondo insegnano un errore, non basta sopprimere il Papa per sopprimere il problema! Si è obbligati a concludere che tutta la Chiesa docente è nell’errore, il che è impossibile; o che non vi è più Chiesa docente, il che è parimenti impossibile. In questo modo, l’argomento del «magistero ordinario universale» è in ogni modo un vicolo cieco.


E cosa risponde il suo contraddittore?

 

Niente. Egli non dice una parola su questa obiezione e per venti pagine parla d’altro. Egli ci rimprovera di non aver sufficientemente specificato, nelle poche righe che abbiamo dedicato all’argomento, i diversi aspetti del magistero ordinario universale. E quindi specifica lui, alla sua maniera, tutto questo e ripete senza posa che manchiamo di onestà intellettuale, che prendiamo i nostri lettori «per ignoranti e imbecilli», che li prendiamo in giro, che occultiamo la natura delle cose, ecc. Ci sarebbe molto da dire su queste venti pagine, ma a che scopo, visto che l’autore non ha neanche sfiorato la nostra obiezione?


Tuttavia, egli avanza un secondo argomento: quello del Papa eretico

 

In effetti, egli propone un secondo argomento. A sentire lui la cosa è molto semplice: il Papa che cade nell’eresia è immediatamente decaduto dalla sua autorità, senza alcun avviso, alcun processo, alcuna sentenza dichiaratoria. Il problema sta nel fatto che questa questione è dibattuta da diversi secoli nella Chiesa e che i più grandi teologi insegnano tutto il contrario! Tutti i rappresentanti della scuola tomista: Cajetano, Giovanni di San Tommaso, Bañez, Billuart, Garrigou-Lagrange, ecc., spiegano che non si può abbandonare l’autorità papale al libero esame individuale di qualcuno. Se dunque un papa cade nell’eresia, egli perderebbe realmente la sua autorità solo nel momento in cui questa eresia verrebbe denunciata pubblicamente da altri membri della Chiesa docente. Su questo argomento, noi abbiamo riempito 24 pagine di citazioni di eminenti teologi (pp. 54-78). Era difficile non vederle! Ma anche qui, il nostro contraddittore non ne tiene minimamente conto! Dopo aver annunciato a gran voce che avrebbe confutato le nostre «divagazioni», egli sviluppa la sua tesi come se fosse la sola esistente e conclude denunciando la nostra «ostinazione» e il nostro «scisma lefebvrista«. Tra l’altro, egli non si è nemmeno degnato di esporre la nostra opinione ai suoi lettori, e nemmeno di citare il nome di uno solo dei teologi di cui riprendiamo le spiegazioni! Una cosa del genere, può dirsi una «risposta»?


Tuttavia, egli si appoggia ad un eminente canonista (Naz), che afferma che un papa eretico è immediatamente decaduto dalla sua autorità – senza alcun giudizio, né dichiarazione – e che questa è la dottrina comune dei teologi.

 

Alcuni autori, fra cui Naz, difendono questa tesi, ma questo non costituisce «dottrina comune». Naz impiega questa espressione solo per precisare che «secondo la dottrina più comune» è «teologicamente possibile» che un papa cada nell’eresia. Su questo, infatti, la maggior parte dei teologi sono d’accordo. Le difficoltà e i dibattiti vengono dopo: come si può essere sicuri che il Papa è formalmente (e cioè colpevolmente) eretico? E quando esattamente perde la sua autorità? In altre parole: si può lasciare a chiunque di giudicare, secondo i suoi lumi personali, che il Pontefice è eretico e che così ha perduto automaticamente la sua autorità, senza la minima formalità giuridica? La maggior parte dei teologi dicono di no, perché questo equivarrebbe alla rovina di ogni autorità! Se una questione così grave come la vacanza della sede apostolica fosse lasciata al giudizio privato di ogni individuo, le conseguenze sarebbero disastrose:  nessun conflitto dottrinale potrebbe essere risolto per via d’autorità, perché i condannati potrebbero sempre pretendere che il Papa sia eretico e dunque decaduto nel momento in cui pronuncia la sua sentenza! L’infallibilità del Papa, che Gesù ha voluto dare come una garanzia assoluta alla Sua Chiesa, non servirebbe più a niente, poiché potrebbe sempre essere aggirata da questo argomento che il Papa sarebbe già automaticamente decaduto dal suo incarico per eresia. Non ci sarebbe più autorità incontestabile e si scadrebbe nel libero esame. Cosa che rifiutano, indubbiamente, Cajetano, Giovanni di San Tommaso, Bañez, ecc.


Tutti questi teologi sono domenicani, non è che lei sta cercando di imporre una tesi propria al vostro Ordine?

 

Quando i Carmelitani di Salamanca e Sant’Alfonso de’ Liguori si uniscono ai teologi domenicani sulla questione del Papa eretico, è evidente che non lo fanno perché questa tesi sarebbe domenicana, ma perché è ragionevole e fondata sulla Tradizione. E’ questo che bisogna tenere presente. La tesi di Cajetano e di Giovanni di San Tommaso, ecc., è stata pubblicamente insegnata nelle più grandi Università cattoliche, per dei secoli, dai più grandi teologi ed anche sotto gli occhi del Papa. Essa era allora presentata come la sentenza «comune» o «più comune». Quindi, essa, ancora oggi, può essere tenuta in tutta sicurezza e coscienza. Certo, essa può anche essere discussa, non si tratta di farne un dogma; ma nessuno può negarne la liceità e anatemizzare quelli che la difendono. E tuttavia, è questo che fanno i sedevacantisti, che vogliono ad ogni costo imporre la loro opinione come un dogma.


Ma in questo caso, anche la tesi sedevacantista potrebbe essere lecita

 

Il sedevacantismo è spesso innanzitutto un sentimento. I papi conciliari fanno soffrire, la crisi della Chiesa è angosciante e l’emozione può turbare il giudizio. Certi reagiscono come quel figlio che scopre improvvisamente che suo padre ha commesso un crimine e che può superare lo choc solo gridando bruscamente: «No, è orribile, quest’uomo non è mio padre!». E’ un mezzo per attenuare il dolore, ma in definitiva questo non regola alcunché. Fintanto che il sedevacantismo rimane al livello del sentimento personale o dell’opinione privata, non ha niente di illecito, tenuto conto delle circostanze presenti. Ma esso non è provato. E’ solo un’ipotesi tra le tante e non la più probabile. E’ indebito farne un dogma e pericoloso farne una bandiera. Bisogna aspettare pacificamente che un giorno la Chiesa risolva queste questioni che ci superano. Piuttosto, mobilitiamo le nostre forze per conservare la Fede, la Speranza e la Carità.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

 

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