14 giugno 1966 – Abolizione dell’Indice dei libri proibiti… ma fu davvero oscurantismo?

Il 14 giugno del 1966 fu emanata, da parte della Congregazione per la Dottrina della fede, la notificazione di abolizione dell’Indice dei libri proibiti. 

Diciamo qualcosa per capire perché la Chiesa introdusse l’Indice e soprattutto se effettivamente fu un segno di oscurantismo culturale.

L’Indice era l’elenco dei libri che la Santa Sede indicava come pericolosi per la dottrina e la morale. Libri quindi che i fedeli non potevano né leggere né tantomeno conservare, a meno che non avessero ricevuto un particolare permesso.

La Chiesa cattolica ha sempre condannato i libri pericolosi. Prima del secolo XV si limitava ad imporre di consegnare o di bruciare gli scritti pericolosi; ma, dopo l’invenzione della stampa e soprattutto dopo la Riforma, i libri si diffusero talmente che la Chiesa cattolica decise di fare un catalogo di quegli esemplari che non potevano essere letti né studiati, pena il rischio di perdere la fede.

Censura e oscurantismo, secondo la cultura progressista. No, non è così. Ragioniamo.

Primo. La Chiesa ha il dovere di guidare i fedeli e, quando afferma che un determinato libro può far perdere la fede o corrompere il cuore, compie un atto di bontà e di attenzione alla salvezza dei propri figli. Soprattutto dei più semplici che più facilmente possono essere manipolati e conquistati dalla menzogna.

Secondo. La vera libertà non è sapere tutto, ma avere la libertà di realizzarsi e salvarsi. Quando il medico prescrive al diabetico di non poter mangiare dolci, certamente proibisce, ma chi si sognerebbe di dire che è una proibizione sbagliata o un’ingiusta privazione di libertà?

Terzo. Quando si dice che l’Indice sarebbe stato un ostacolo alla diffusione della cultura letteraria e scientifica perché avrebbe chiuso l’accesso a numerosi capolavori e ad opere di valore scientifico, si dice un falso. Pochissimi furono i capolavori colpiti dall’Indice: le opere dell’Antichità furono scartate dalla legge dell’Indice “propter pulchritudinem formae”, cioè “per la bellezza letteraria”.

Quarto. Coloro i quali arrivavano a frequentare studi superiori o avevano una cultura alta da renderli capaci di controllare, discernere e capire il contenuto di un libro, ottenevano tutti i permessi possibili.

Certo, anche l’Indice, come tante altre cose del passato, va contestualizzato, soprattutto va capito inserendolo in un contesto successivo alla Riforma e di tutte le guerre religiose che, a causa della Riforma, seguirono.

Detto questo, va aggiunta anche un’importante considerazione; e cioè che la cultura letteraria e scientifica non possono diventare i fini della vita, perché devono essere sempre sottoposti al giudizio delle leggi superiori della morale. La verità non è vera perché è bella; è la bellezza che è bella perché è vera, cioè perché è in sintonia con la verità.

E poi –siamo seri- come si può accusare la Chiesa Cattolica di aver ostacolato l’arte? Tutto quello che oggi possiamo ancora ammirare è per la stragrande maggioranza frutto del suo messaggio e della sua opera evangelizzatrice.

Piuttosto va detto che la Chiesa, se avesse la possibilità di scegliere, certamente sceglierebbe un atto di carità che non tutti i libri di questo mondo. Perché? Perché il suo ideale è il “santo”, non l’uomo che studia per il solo amore dello studio.

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