17 giugno 1885 – La Statua della Libertà arriva a New York… ma qual è la vera libertà?

Il 17 giugno del 1885 arrivò dalla Francia a New York la celebre Statua della Libertà, che fu poi inauguarata l’anno dopo, nel 1886.

L’opera fu un dono della Francia in occasione del centenario dell’indipendenza americana. Fu eseguita dallo scultore, francese, Fréderic Auguste Bartholdi, che pare si sia ispirato al dipinto La libertà guida il popolo di Eugene Delacroix. Infatti, in questo quadro c’è una donna che col braccio alzato incita il popolo nei moti del 1830.

A detta di molti, la simbologia sarebbe chiaramente di connotazione massonica.

Chiediamoci dunque: si tratta solo di un inno alla libertà politica, nel caso specifico all’indipendenza americana? O riguarda un concetto di libertà da intendersi in maniera molto più ampia?

Vista la simbologia massonica, la risposta è scontata. D’altronde gli USA sono divenuti il simbolo geopolitico di un concetto di libertà da intendersi in maniera “liberale”, cioè una libertà che si auto-giudica e non come esito della Verità.

E allora cogliamo l’occasione per fare un “ripasso” sull’autentico concetto di libertà, naturalmente cristianamente intesa. 

La libertà vera scaturisce dall’adesione al reale

Non può esistere libertà senza la prospettiva realista, che è adeguamento del soggetto conoscente all’oggetto.

Immaginiamo che non sia così, ovvero che la libertà possa scaturire da un puro soggettivismo capace di creare volta per volta la realtà. Cosa accadrebbe? Che ciò che il mio soggetto può ritenere libero non lo sia necessariamente per gli altri … e da qui scaturirebbe del tutto automaticamente il trionfo dell’arbitrio e della violenza.

Scrive il fondatore del surrealismo, André Breton: «la più semplice azione surrealista consiste nell’uscire per strada con la rivoltella in pugno e sparare a caso, finché si può, tra la folla» (Entretiens 1913-1952, Paris 1969, p. 96). Certo, queste parole sono paradossali, tutti le rifiuterebbero. Ciò che però le fa rifiutare è il buon senso; ma è proprio il buon senso che ci dice che la conoscenza è adeguamento del pensiero al reale. Se così non fosse, come potremmo contestare queste parole di Breton? Lo dovremmo fare sul piano di un sentimento istintivo, ma non lo potremmo mai fare sul piano della ragione. Se infatti la vera libertà scaturisse dall’immaginazione (e quindi non da un reale-realista ma da un reale-immaginato), con quali argomenti potremmo dimostrare che il nostro concetto di libertà sia più vero rispetto a quello surrealista di Breton?

La libertà vera scaturisce dall’adesione alla natura dell’uomo

Altro punto importante. La libertà deve concorrere alla realizzazione dell’uomo e non alla sua distruzione. Ora, solo partendo da un esatto concetto di uomo, tale libertà può essere davvero rispettosa dell’uomo stesso.

Facciamo un esempio: l’organismo umano per poter sopravvivere ha bisogno quotidianamente di una determinata quantità di acqua, di calorie, di zuccheri, di proteine, di carboidrati, di grassi, ecc…  Cosa accadrebbe se si pensasse: voglio essere libero di vivere senza acqua? Oppure: voglio vivere solo mangiando zuccheri, solo mangiando carboidrati, solo mangiando grassi? Tale “libertà” (attenzione: abbiamo posto non a caso le virgolette) sarebbe la nostra condanna. In questo caso, insomma, la presunta libertà sarebbe in contraddizione con la legge secondo cui l’uomo non può vivere senza acqua, senza calorie, senza proteine, senza grassi, ecc…

Libertà naturale e libertà morale

Ciò che abbiamo appena detto, ci dà la possibilità di operare una differenziazione importante: quella tra libertà naturale libertà morale.

La libertà naturale è la semplice possibilità di scegliere. L’uomo, in quanto essere intelligente e spirituale, ha la facoltà di scegliere tra più possibilità (poche sono le azioni cosiddette necessitate). Posso scegliere se passeggiare o rimanere a casa, se mangiare la pastasciutta o la pasta in brodo, se tifare per una squadra di calcio o disinteressarmene totalmente … se (e qui viene il problema) fare il bene o fare il male.

Proprio questa ultima possibilità di scegliere ci introduce alla libertà morale. Questa, infatti, non è la semplice scelta (perché, se così fosse, la potremmo, appunto, ancora chiamare “libertà naturale”), ma l’obbligo di scegliere il bene.

Certamente, la libertà naturale è un presupposto necessario per esercitare la libertà morale (non posso scegliere il bene se non ho la possibilità di scegliere), ma non s’identifica con essa.

La teologia cristiana ci dice che Dio rispetta la libertà naturale, nel senso che ordinariamente (“ordinariamente”, perché “straordinariamente” potrebbe farlo) non impedisce ad essa di esercitarsi, ma ciò non vuol dire che ogni scelta della libertà naturale sia da rispettare sul piano assiologico (cioè valoriale). Infatti, da sempre la teologia cristiana afferma che Dio premia i buoni e punisce i cattivi.

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