22 giugno 776 a.C. – Nascono i Giochi Olimpici… ma la “filosofia” di de Coubertin non ci piace affatto

Lo statunitense Kerron Clement in una semifinale dei 400 ostacoli alle Olimpiadi di Pechino (FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)

Tradizionalmente si afferma che i primi Giochi Olimpici nacquero il 22 giugno del 776 a.C. Per l’occasione facciamo qualche riflessione in merito al ruolo educativo dello sport e come, nello specifico, sia importante per un’educazione cristiana nei nostri tempi.

Viviamo, infatti, in contesto culturale di evidente relativismo, cioè di negazione della verità oggettiva. Da qui quella che viene definita “la morte dei valori”. “Valore” viene da “valeo”, che significa “esser forte”. Dunque, è valore ciò che è forte dinanzi al tempo e al divenire. Valore è ciò che dura, che rimane stabilmente, che non cambia, che non subisce modifiche. Perciò, se tutto è relativo, se non esiste una verità oggettiva perenne, viene meno la ragione metafisica del valore. Relativismo filosofico e valori sono incompatibili. Delle due, l’una. O si accetta il relativismo filosofico e si rinuncia ai valori o il contrario. Tertium non datur, non c’è una terza possibilità.

 Quello che oggi si nota non è solo la frequenza della trasgressione, ma soprattutto la perdita del senso della trasgressione. Molti scelgono comportamenti immorali senza porsi il problema del reato e della immoralità. Per dirla cristianamente: si pecca senza più preoccuparsi di peccare; cioè si è perso il senso del peccato.

Da qui il dovere di adottare delle terapie. In questo lo sport può svolgere un ruolo importantissimo, soprattutto per gli adolescenti. Un ruolo addirittura “insostituibile”. Lo sport ha avuto successo proprio perché è metafora della vita. La sua universalità sta proprio in questo. Lo sport richiama il senso profondo dell’esistere, con i problemi, le ansie, i desideri di vittoria e di realizzazione.

Lo sport è importante in questa opera di ricostruzione soprattutto per due motivi:

1)Perché si fonda sul concetto di “ordine”.

2)Perché si fonda sul concetto di “agonismo”. 

Lo sport si fonda sul concetto di “ordine”

L’elemento dell’ordine non è un’optional nello sport, ma è sostanza. Non c’è sport senza regole, senza un regolamento ben preciso. E queste regole non vengono decise di volta in volta a piacimento, ma devono essere oggettivamente accettate. L’atleta non costruisce le sue regole al momento, bensì deve attenersi a ciò che è stato precedentemente deciso. Altro che relativismo soggettivismo! L’uomo dallo sport impara cos’è la vita. Impara ad accettare un reale che gli si impone e che non può ricostruire a piacimento. Impara ad accettare un giudizio al di sopra di sé.

Lo sport si fonda sul concetto di “agonismo”

L’agonismo rimanda alla “gara”, alla “vittoria”. Lo sport non è pura esibizione. La vita vera, infatti, non è “spettacolo”, ma sfida, gara. Ci due frasi tanto famose quanto “stupide”. La prima è quella del noto drammaturgo tedesco Bertold Brecht (1898-1956) quando dice: come sarebbe bello un mondo che non avesse bisogno di eroi. Frase stupida, perché non solo è il contrario, cioè è bello un mondo che abbia bisogno di eroi, ma inoltre è umanamente vero che ogni uomo debba tendere verso l’eroismo, perché questo è aspirazione all’ideale e, senza l’ideale, l’uomo si costringe nella pochezza mortificante della quotidianità, del “volare basso” che è tutt’altro rispondente al desiderio che alberga nel cuore.

La seconda frase –e qui torniamo più specificamente in argomento- è quella celebre di Pierre de Coubertin (1863-1937), il creatore dei Giochi Olimpici moderni: l’importante non è vincere, ma partecipare. Ebbene, è una frase, questa, che a differenza di ciò che solitamente si dice suona come una sorta di tradimento dello sport. Certo, dipende anche da come la si interpreta. Se per sport si intende il fatto che nessuno si debba sentire escluso e che già partecipare è molto importante, una frase di questo tipo può andare anche bene. D’altronde la frase di de Coubertin, ripresa dal vescovo episcopaliano Ethelbert Talbot (1848-1928), prosegue così: la cosa essenziale non è la vittoria, ma la certezza di essersi battuti bene. Ma se a questa frase si dà un’interpretazione massimalista, quasi di svilimento della tensione agonistica, quasi come se l’agonismo fosse secondario, allora diviene di fatto un tradimento dell’essenza dello sport. D’altronde la vita è così: o ci si realizza o si fallisce, o si vince o si perde. Chi fallisce la sua vita, difficilmente potrà consolarsi di aver solo partecipato. Vi immaginate se le anime dell’inferno dicessero: beh! Abbiamo comunque partecipato… Loro che, in quello stato di eterna dannazione, desidererebbero non esser mai nate o sprofondare nel nulla.

Da questo punto di vista molto significativo era lo “sport” (utilizziamo naturalmente le virgolette per l’uso antistorico del termine) nel medioevo. I palii e le giostre non conoscevano il riconoscimento del secondo, del terzo e così via. Veniva premiato solo il primo. Gli altri, dal secondo in poi, risultavano tutti ultimi. Il secondo non poteva pavoneggiarsi nei confronti del terzo, perché arrivare secondo o arrivare ultimo era la stessa cosa. Anche questo era metafora di una mentalità in cui forte era la fede nell’escatologia cristiana. La vita è fatta per conquistare il Paradiso.

Il Cristianesimo è la religione che ha meglio capito il valore educativo dello sport 

Non è un caso, quindi, che il Cristianesimo sia la religione che meglio abbia capito il valore dello sport per l’educazione, perché –come abbiamo già detto- è la religione che più si fonda sul concetto di “agonismo”. Basti pensare all’importanza della libertà personale, all’importanza che l’uomo meriti la vita divina in sé (la Grazia) e all’esito ultraterreno che dipende dalle scelte che l’uomo compie. Lo sport infatti non ammette deleghe: deve essere l’atleta a gareggiare, è lui che deve sentirsi il peso e l’onore della gara, è a lui che compete lo sforzo per raggiungere un traguardo che si configura come dono, cioè come qualcosa che va ad arricchire la vita. Lo stesso afferma il Cristianesimo allorquando concepisce l’uomo libero dinanzi alla scelta morale, ben sapendo che poi, relativamente a questa scelta, ne verranno le conseguenze: la beatitudine eterna se si sceglie il bene, la dannazione eterna se si sceglie il male.

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