1.Ormai nella catechesi, quando si parla dell’amore coniugale, si antepone come primario il fine unitivo e poi come secondario quello procreativo, fatta comunque salva l’inscindibilità dei due fini.
2.I fatti, però, hanno dimostrato la debolezza di una simile convinzione. Dire che il fine unitivo è il fine primario, vuol dire ammettere la possibilità che la sessualità (anche se non volontariamente) possa non essere ordinata alla procreazione. Il che apre logicamente la strada alla possibilità contraria, ovvero che la procreazione possa prescindere dalla sessualità, e cioè alla terribile questione del cosiddetto “utero in affitto” e ad altre aberrazioni di questo tipo. Ciò può condurre perfino alla legittimazione della pratica omosessuale, essendo questa una “sessualità” (le virgolette sono d’obbligo) in cui il fine procreativo non potrà mai esserci.
3.Insomma, se diciamo che la sessualità possa non essere ordinata alla procreazione, come faremo poi a dire che la procreazione non possa e non debba prescindere dalla sessualità? E’ vero che quando la procreazione non può realizzarsi per cause di natura, la sessualità all’interno della dimensione coniugale è legittima perché rimane sempre il fine unitivo della stessa, ma essa deve essere sempre ordinata al suo fine primario che è appunto la generazione della vita.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri
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